martedì 4 novembre 2025

Campania - Napoli, museo archeologico etrusco De Feis

 

Il museo archeologico etrusco De Feis è un museo privato di Napoli, dedicato all'archeologia etrusca, inaugurato nel febbraio 2015 presso l'istituto Denza a Posillipo.
Il museo ospita la collezione "Alla Querce", raccolta per donazioni e acquisti tra il 1869 e il 1882/1888 dal padre barnabita Leopoldo De Feis, insegnante di latino e greco presso il Collegio fiorentino "Alla Querce" e autore di articoli scientifici incentrati sulla lingua etrusca affrontati partendo dalla disamina di oggetti della collezione.
La collezione comprende circa 800 reperti, dei quali 250 oggetti provengono da Orvieto o dall'Etruria, acquistati prevalentemente sul mercato antiquario, come era possibile all'epoca, mentre una ventina furono donati dai convittori orvietani Carlo e Giuseppe Zampi (1877-1887). Dalle necropoli di Orvieto, scavate ufficialmente a partire dal 1872, provengono ceramiche arcaiche ed etrusco-ellenistiche, forme comuni per il banchetto e il consumo del vino, deposte nelle tombe come corredo d'accompagno del defunto. Tra le ceramiche di bucchero si annoverano: calici a pareti ondulate, calici con decorazione “a cilindretto”, coppe su alto e basso piede, ciotole, oinochoai (brocche) in bucchero pesante con decorazione a rilievo; di questi materiali, un gruppo cospicuo presenta iscrizioni o simboli in lingua etrusca graffiti sulla superficie. Frutto di donazioni o acquisti, sono gli oggetti di bronzo provenienti dall'Etruria meridionale: tra questi attingitoi a rocchetto e strigili provenienti dal sito di Talamone e uno specchio di bronzo proveniente da Sovana. Appartiene inoltre alla collezione un sarcofago della produzione di Tuscania. Si tratta di un prodotto seriale di officine specializzate, probabilmente da ricercarsi tra le stesse botteghe coroplastiche che fabbricavano i decori architettonici e la piccola ceramica votiva.
Un altro cospicuo nucleo della collezione è composto da 47 reperti provenienti da Montesarchio (Caudium), donati nel 1875 da Francesco d'Avalos, padre del convittore Giuseppe. I materiali si inquadrano tra il VII e il IV secolo a.C. e comprendono diversi crateri a figure rosse di fabbrica campana, ceramica a vernice nera, una brocca di bucchero di produzione campana e una fibula del tipo con arco “a ghiande”.
Singole donazioni completano la collezione, tra cui un bronzetto arcaico raffigurante una Minerva, donata dal marchese Carlo Strozzi al De Feis durante una visita formale, un'urna cineraria in vetro soffiato di epoca romana, ex-voto provenienti dal deposito votivo etrusco-laziale di Ciciliano, un gruppo di lucerne del periodo imperiale e alcune epigrafi provenienti da Roma (68 reperti), donate da padre Luigi Bruzza.
Frammenti ceramici dell'età del bronzo e materiali della fase finale dell'età del ferro e provenienti dal territorio di Napoli (60 reperti) furono donati dai fratelli Montuoro.
L'intera collezione esprime il gusto collezionistico ottocentesco e fu sistemata dal De Feis in armadi e teche basse poste in due sale di ricevimento del collegio fiorentino.
Dopo la morte del suo fondatore, avvenuta nel 1909, la collezione fu a più riprese rimossa, e solo una minima parte venne lasciata in esposizione. Il sarcofago etrusco fu invece collocato sullo scalone che immetteva alle camerate, e lì vi rimase almeno fino agli anni ‘90.
Un primo esame scientifico della collezione fu effettuato da Giovannangelo Camporeale, che individuò il materiale di origine orvietana. La direzione del collegio fiorentino provvide ad una revisione dei restauri ottocenteschi, quindi rimuovendo le suture con filo di ferro e le colle che univano i frammenti combacianti, separando frammenti tra loro non pertinenti ed eliminando le integrazioni in polvere di gesso che ricostruivano le parti mancanti del vaso secondo criteri filologici non coerenti.
La direzione dell'istituto provvide inoltre nel 1987 a un primo allestimento, con brevi e generiche didascalie dei soli reperti 'notevoli', supervisionato da Guglielmo Moetzke e Antonio Paolucci. I materiali furono ordinati secondo criteri crono-tipologici, tenendo conto dei dati di provenienza.
Dopo la chiusura definitiva dell'istituto fiorentino, il 18 luglio 2003 la collezione "De Feis" fu dichiarata "di eccezionale interesse archeologico e storico-artistico" e quindi trasferita, in casse, nei depositi di Villa San Paolo, sempre a Firenze, l'altra sede territoriale barnabita. Nel luglio 2014 la collezione fu nuovamente trasferita presso l'istituto collegio "Denza" di Napoli, dove è stata riallestita in tre sale.

Campania - Napoli, pavimenti a mosaico del Museo archeologico nazionale



I pavimenti a mosaico del Museo archeologico nazionale di Napoli sono un serie di mosaici pavimentali di epoca romana, provenienti per lo più dai siti archeologici vesuviani, utilizzati per pavimentare alcune sale del palazzo degli Studi di Napoli, che ospita il Museo archeologico nazionale.
I mosaici, realizzati in un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo, vennero ritrovati a seguito degli scavi archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia e dalla villa Jovis di Capri, durante le esplorazioni borboniche effettuate nel XVIII secolo.
Inizialmente vennero utilizzati per pavimentare quattordici sale del Museo Ercolanese della reggia di Portici. Successivamente, con l'istituzione del Real Museo Borbonico, vennero trasferiti in quasi la loro totalità a Napoli, andando a pavimentare, insieme ad altri restaurati presso la reggia di Capodimonte tra il 1776 e il 1778 da Joseph Canart, delle sale del lato occidentale del primo piano del palazzo degli Studi: furono posati tra il 1808 e il 1813 secondo lo schema dettato da Raffaele Atticciati, il quale venne aiutato nell'opera da alcuni allievi del Real Albergo dei Poveri.
I pavimenti occupano le sale che vanno dalla CXXVIII a quella CXLIII oltre a quella CXIV e un vano attiguo: precisamente quelli dalla sala CXXVIII alla sala CXXXVII e la sala CIXV con il vano attiguo sono pavimenti in opus tassellatum, realizzati prevalentemente con tessere in bianco e nero, talvolta policrome, mentre dalla sala CXXXVIII alla sala CXLIII sono i mosaici in opus sectile.
Dal Secondo complesso di Stabia provengono i mosaici della sala CXXVIII, ossia un rosone e cassettoni con rosette, una cornice realizzata con una coppia di losanghe e intorno quattro rettangoli con stelle a sei punte, e di quella CXXIX, ossia un tappeto con file di cerchi neri circondato da una cornice di rombi bianchi inscritti sia in quadrati che triangoli neri. Il pavimento della sala CXXX proviene dalla biblioteca della villa dei Papiri di Ercolano: le tessere policrome formano dei cerchi che si intersecano tra di loro a formare dei lati curvi e sono contornati da una cornice a triangoli e trecce; nella parte orientale della sala il motivo del mosaico è a meandro mentre in quella occidentale si riconoscono tre riquadri rispettivamente uno a quadrati e rombi, uno a clessidra e uno a ottagoni intersecati. In bianco e nero sono i tasselli dei mosaici delle sale CXXXI e CXXXII: il primo proviene da una villa non identificata di Stabia, caratterizzato da una rosetta in un quadrato, a sua volta contenuto in cerchio, circondato da otto quadrangoli, con intorno cornici una con motivo a clessidra e una più esterna a meandro; 


il secondo invece dalla praedia di Giulia Felice a Pompei, con al centro un furnacator, ossia uno schiavo addetto all'alimentazione della caldaia degli ambienti termali, circondato da delfini, cavalli e draghi e intorno una cornice raffigurante le mura di città con torri e porte d'ingresso e una cornice più esterna con motivi a stella. Il mosaico della sala CXXXIII è di dubbia provenienza ed è caratterizzato da una cornice esterna a meandri, svastiche e croci uncinate, una cornice interna con rosette e motivi floreali e al centro un poligono quadrangolare. Anche il mosaico della sala CXXXIV, proveniente dalla villa di Diomede di Pompei, a una cornice con raffigurazione di un muro difensivo: al centro sono simboli marini, fiori e foglie racchiusi in cornici a motivi floreali. 


Il mosaico circolare con tessere nere e bianche disposte a vari motivi intorno a un rosone centrale nella sala CXXXV venne rinvenuto a Stabia e asportato da Joseph Canart nel 1781 mentre quello della sala CXXXVI, in tessere policrome, inizialmente ritenuto proveniente da Pompei, fu ritrovato probabilmente a Lucera: nella parte superiore è la testa di Medusa racchiusa in un cerchio, intorno, in dei semicerchi, figure zoomorfe e fitomorfe e nella parte inferiore sono invece due pavoni che poggiano su un motivo a spirale; l'intero pavimento è racchiuso in una cornice interna a meandro e una esterna a spina di pesce.
Anche il pavimento della sala CXXXVII fu un mosaico scoperto a Stabia, probabilmente nel 1782 come descritto da Michele Ruggieri e disegnato da Francisco La Vega: la cornice è un motivo a stelle a sei punte mentre la parte centrale è un motivo a meandro e figure geometriche con tessere in bianco e nero. La pavimentazione della sala CXIV proviene dalla villa di Diomede: al centro è un riquadro a tessere bianche e nero che vanno a formare motivi geometrici e floreali; anche la sala attigua che ospita il vano ascensore è decorata con mosaici in bianco e nero, provenienti dal Secondo complesso e da villa Arianna a Stabia.
Nella sala CXXXVIII il pavimento proviene probabilmente da villa Jovis a Capri ed è formato da esagoni in marmo giallo antico posti in modo radiale andando a formare ai lati dei rettangoli: intorno sono dei quadrelli originari dal Secondo complesso di Stabia. Dalla villa dei Papiri proviene il mosaico di forma circolare che pavimenta la sala CXXXIX: scoperto da Karl Jakob Weber nel 1751, è composto da triangoli in marmo africano e giallo antico, disposti a cerchio, che vanno ingrandendosi dal centro verso l'estremità. Le sale CLX e CXLI ospitano pavimenti in opus sectile provenienti da Stabia e Ercolano dove si riconoscono le figure geometriche di ottagoni, rettangoli e triangoli. Il quadretto centrale della sala CXLII, ritrovato in un oecus nel Secondo complesso, è circondato da un pavimento in ardesia e palombino della villa dei Papiri; dallo stesso oecus, indagato nel 1752, proviene il mosaico in pavonazzetto e portasanta contornato da una fascia in cipollino della sala CXLIII: è rifinito con un pavimento in ardesia e marmo giallo antico originario di un edificio posto nei pressi del Secondo complesso. Anche la sala CXLIV presentava in origine un pavimento in opus sectile poi rimosso: era costituito da pezzi di mosaici di varie dimensioni e provenienze, ossia da villa Arianna e dalla Villa dei Papiri, quest'ultimo caratterizzato da un motivo a meandro con croci, svastiche e quadrati.


Campania - Napoli, scavi archeologici di Santa Chiara

 

Gli scavi archeologici di Santa Chiara sono un sito archeologico di Napoli, ubicato all'interno del complesso monastico di Santa Chiara.
Facente parte del circuito del museo dell'Opera di Santa Chiara, il sito è da considerarsi il maggiore complesso termale ritrovato a Napoli.
Le terme che furono rinvenute al di sotto del piano della chiesa e si pensa siano state operative almeno sino al IV secolo. Il sito è diviso in due settori: uno con palestra e piscina ed un altro termale.
La palestra mostra il muro di fondo della stessa, mentre la piscina consta della banchina con i gradini d'accesso alla vasca, un'altra vasca minore ottagonale datata tra il III e V secolo ed un complesso sistema di canalizzazione e smaltimento delle acque per alimentare le terme e l'area circostante.
La parte termale si articola in una natatio (vasca rettangolare) rivestita di intonaco impermeabile, in un tepidarium o forse calidarium (altra vasca di forma quadrangolare più piccola), un laconicum (impianto di servizio) ed in un ninfeo o frigidarium più a nord.
I reperti rinvenuti nel sito sono infine esposti nella sala dell'Archeologia del museo dell'Opera di Santa Chiara.


lunedì 3 novembre 2025

Lazio - Roma, catacombe dei Santi Marcellino e Pietro

 

Le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro sono situate sulla via Casilina, al terzo miglio dell'antica via Labicana a Roma. Erano chiamate anche catacombe di Sant'Elena o Catacombe di San Tiburzio.
Le catacombe nacquero all'incirca tra il 100 e il 200 d.C. L'accesso al cimitero sotterraneo è ubicato presso la chiesa dei Santi Marcellino e Pietro ad Duas Lauros, che, insieme al mausoleo di Elena, ad una basilica, oggi interrata, e ai resti di un cimitero degli Equites singulares Augusti, forma un complesso denominato Ad duas lauros ("ai due allori"), probabilmente per la presenza di due alberi di alloro rinvenuti in questo sito.
La zona faceva parte di un fondo imperiale di proprietà della Augusta Flavia Giulia Elena, come dimostra la notizia riportata nel Liber Pontificalis nella vita di San Silvestro (314-315) dove si parla della donazione di questa area da parte di Costantino e si indicano i confini del Fondum Laurentum (alterazione per Ad Duas Lauros) che si estendeva dalla Porta Sessoriana (Porta Maggiore) fino alla Via Latina e a sud fino a Monte Cavo.
Si estendono per una superficie di 18.000 m². Si stima che, nel solo III secolo, accolsero più di 15.000 sepolture sotterranee a cui vanno aggiunte alcune migliaia in superficie. Nel 2006, grazie ad una scoperta fortuita, vennero alla luce nuovi ambienti inesplorati, alcuni contenenti affreschi, e una fossa comune con oltre 1.200 corpi di persone, a quanto pare di rango, il cui decesso appare pressoché simultaneo (testimoniato ad esempio dall'uso di medesimi incensi cerimoniali per molti dei corpi, tra i quali sandracca, franchincenso e ambra) e risalente alla seconda metà del II-inizi III secolo, forse in occasione di una epidemia di peste (probabilmente la cosiddetta "peste antonina"). Si è ipotizzato che questi corpi, collocati in queste stanze ipogee anteriormente all'epoca delle sepolture cristiane, appartenessero a famiglie degli Equites singulares.
Dopo un'opera di restauro degli ambienti finanziata dalla Repubblica dell'Azerbaigian, dall'aprile 2014 le catacombe sono regolarmente visitabili, esclusivamente negli orari di visita.

Lazio - Roma, catacomba di via Anapo

 
La catacomba di via Anapo si trova lungo la via Salaria a Roma e risale al III-IV secolo.
La sua scoperta risale al 31 maggio del 1578, quando alcuni operai che cavavano qui della pozzolana, assistettero a un franamento del terreno e alla scoperta nel sottosuolo di questo luogo di sepoltura ricco di pitture, iscrizioni e frammenti di sarcofagi. Dimenticata per due secoli a causa di una frana, fu riscoperta nei primi del Novecento.
Non fu comunque rinvenuto qui alcun corpo, probabilmente a causa delle traslazioni dei defunti dalle catacombe ai cimiteri avvenute nel corso del IX secolo. Esso diventò presto meta di pellegrini, umanisti e filippini, che attraverso il culto di tali sepolture e le pitture bibliche trovate in questi luoghi, rafforzarono le loro posizioni cattoliche nell'ambito della disputa sorta contro i protestanti nel corso del XVI secolo.

  IL SITO E'  IN MANUTENZIONE. TORNERA' ON LINE APPENA POSSIBILE (lasciate un commento, se volete)