venerdì 11 luglio 2025

Sicilia - Nave romana di Marausa

 

La Nave romana di Marausa è il relitto di una nave oneraria romana del III secolo d.C. recuperato a 150 metri dalla costa di Trapani.
Nel 1999 due subacquei dilettanti trapanesi, a poche decine di metri dalla spiaggia, a due metri sotto il livello del mare, sotto uno strato fangoso e di posidonia, rinvennero un relitto. Si trattava di una grossa nave romana del III secolo d.C., naufragata in un fondale di poco più di due metri, nei pressi del lido di Marausa, allora una frazione del comune di Trapani. L'operazione di recupero è stata completata nel 2011 dalla Soprintendenza del Mare, e il restauro eseguito dalla società "Legni e Segni della Memoria" di Salerno.
Si tratta di una nave da carico ben conservata, lunga circa 27 metri e larga 9 metri, ed è il più grande relitto dell'epoca mai tirato fuori nei nostri mari, affondato nei bassi fondali durante la manovra di ingresso nel fiume Birgi, che allora era una via navigabile.
È stato portato alla luce il doppio paramezzale centrale, l'aggancio dei madieri e si è potuta ipotizzare la struttura del pagliolato, costituito a tavole sfalsate a gradino. Le ordinate in legno di frassino erano, pertanto, inframmezzate tra il fasciame esterno in abete e il pagliolato. Il carico era costituito da anfore africane cilindriche 
Un secondo relitto di epoca romana è stato rinvenuto nel luglio del 2020 sempre davanti alla costa di Marausa, nel frattempo divenuta parte del comune di Misiliscemi. I lavori di recupero sono iniziati nel giugno 2023, sotto la direzione degli archeologi dalla Soprintendenza del Mare 
Gli oggetti recuperati sono esposti nella sezione archeologica del Museo Pepoli di Trapani, in particolare ceramiche e anfore.
La soprintendenza dei Beni culturali di Trapani aveva predisposto un progetto di conservazione e musealizzazione della nave presso l'isola della Colombaia dove verrà realizzata la sede espositiva contestualmente al recupero dell'omonimo castello. Il costo complessivo del progetto è di sette milioni e 300.000 euro, finanziato con fondi comunitari.
La decisione, nel settembre 2015, del governo regionale di trasferire la nave al museo archeologico Baglio Anselmi di Marsala, dove è già esposta una nave punica, ha generato dure prese di posizione del consiglio comunale di Trapani.
Dal 18 dicembre 2015 è conservata a Marsala, ed è esposta al pubblico dall'aprile 2019.

Sicilia - Relitto della nave punica di Marsala


Il relitto della nave punica di Marsala custodito nel Museo Archeologico Baglio Anselmi di Marsala è al 2007 l'unico esemplare di nave punica esistente. 
Per quanto riguarda la fabbricazione di navi, i punici erano famosi in tutto il mar Mediterraneo per l'abilità e la velocità con cui le costruivano. Questi infatti usavano una tecnica molto particolare che consisteva nel costruire pezzi singoli di nave, dei “prefabbricati”, che venivano segnati con lettere e segni particolari, creando una sorta di puzzle, che permetteva in modo semplice e veloce il riassemblaggio in un oggetto unico.
Nel 1969, durante i lavori di scavo da parte di una draga vennero scoperti dei vasi antichi e altri reperti nella zona di Punta Scario, al largo dell'Isola Grande, presso l'imboccatura nord della laguna dello Stagnone. Nel 1971 il movimento di un banco di sabbia fece emergere la poppa della nave a pochi metri sotto il livello del mare, nei pressi del canale artificiale punico (“fretum intraboream”) che oggi è andato perduto. Lo scavo iniziò immediatamente, affidato all'archeologa Honor Frost. Il recupero della nave è avvenuto tra gli anni 1971 e 1974.
Terminati gli scavi, i legni della nave vennero conservati in acqua dolce e successivamente montati e conservati in questo baglio, adibito per l'occasione a museo. Della nave punica di Marsala, purtroppo, si conservano solo alcune parti, che vengono comunque ammirate da molti studiosi e turisti di tutto il mondo.
Al momento della scoperta furono trovati, tra i resti dello scafo, anche altri oggetti che facevano comunque parte dell'imbarcazione o che appartenevano ai membri dell'equipaggio:
  • sassi usati per zavorra che, con molta probabilità, provenivano dalle coste laziali
  • ossa di animali tagliate a pezzi
  • noccioli d'oliva e gusci di noce (forse la nave affondò in un periodo autunnale o invernale, data l'assenza di resti di frutta fresca)
  • foglie di cannabis sativa (forse utilizzata per alleviare le fatiche dei marinai)
  • scopa in sparto (fibra vegetale utilizzata ancora oggi per fare i panieri)
  • corde “piombate”, ossia intrecciate e rinforzate grazie a uno strumento in legno terminante a punta e che ancora oggi viene utilizzato (la caviglia)
  • boccali, piatti, ciotole, un mortaio, tappi di sughero
  • un pugnale
Questi ed altri reperti sono stati analizzati con il carbonio 14 e concordano nel datare la nave alla metà del III secolo a.C..
A Marsala in un primo momento vennero esposti solo i pezzi di legno disassemblati, mentre la nave intera fu assemblata solo dopo che alcuni tecnici locali, i fratelli Bonanno, costruttori di barche e navi, riuscirono a ricostruire l'imbarcazione sotto la guida di Austin P. Farrar, un ingegnere navale della missione di scavo inglese, grazie alle lettere e ai segni presenti sul materiale recuperato.
Naturalmente va detto che non furono rinvenuti tutti i pezzi originari. Fu trovata solamente una parte di questi, ovvero la poppa e la fiancata di babordo, mentre altri pezzi sono stati montati su supporti appositi, visibili ad occhio nudo a causa del differente colore del legname. Dopo il rinvenimento, i legni vennero dapprima messi in vasche d'acqua dolce e, successivamente la nave venne reimmersa in una vasca con cera sintetica (polietelene glycol – PEG 4000 ad alta percentuale) dissolta in acqua a diverse concentrazioni e temperature.
La nave punica venne poi esposta nel museo nel 1978, ma per 21 anni rimase sotto un telone in quanto le condizioni architettoniche del museo non erano idonee per la sua corretta esposizione; infatti la si poteva ammirare soltanto tramite alcune finestrelle di plastica trasparente poste lungo le fiancate della copertura.
Nel maggio del 1999, ultimati i lavori che permisero la creazione di un clima adatto ad una conservazione ottimale, attraverso l'installazione di impianti di climatizzazione per mantenere umidità e temperatura costanti, venne tolto il telone e la nave fu esposta al pubblico.

La nave rappresenta un'importante testimonianza della Prima guerra punica, quindi è antecedente al 241 a.C.. Della nave punica si è conservata la parte poppiera e la fiancata di babordo, per circa 10 metri di lunghezza e 3 di larghezza. Rossella Giglio ipotizza che: «[...] ipoteticamente la lunghezza era di m. 35, la larghezza di 4,80, la stazza di tonnellate 120, con un possibile equipaggio di 68 vogatori, 34 per lato, che azionavano i 17 remi di ogni fiancata.».
La nave punica era costruita secondo la tecnica detta «a guscio portante», basata sulla realizzazione prima del fasciame e poi della struttura interna. La parte esterna era rivestita da lamiere di piombo, fissate con chiodi di bronzo, mentre un tessuto impermeabilizzante stava in mezzo tra il fasciame ed il rivestimento metallico. La parte interna, invece, era costituita da madieri e ordinate, rispettivamente costruite in quercia e acero le prime, e in pino e acero le seconde, mentre il fasciame era realizzato in pino silvestre e marittimo. I segni geometrici che si trovano sulla nave costituivano le linee-guida per la costruzione della stessa e costituiscono, già da soli, una testimonianza di grande importanza.Aveva un'àncora,una chiglia e un rostro.
Sono numerose le questioni ancora aperte sulla nave punica di Marsala. Prima di tutto ci si chiede ancora se fosse una nave da guerra o una nave oneraria (da carico) anche se addirittura c'è chi mette in dubbio che fosse effettivamente una nave punica.
Caratteristica importante di questo tipo d'imbarcazione era il rostro, elemento tipico delle navi puniche da guerra, una punta di bronzo o lignea posta sulla prua sotto il livello del mare, che serviva a speronare le navi nemiche e che dopo lo scontro si staccava dalla chiglia facendo affondare la nave speronata. Anche se della nave di Marsala si conserva solo una parte della poppa, gli studiosi suppongono che a prua ci potesse essere un rostro, proprio come quello che si è trovato nel 2004 a Trapani in quanto intorno ai legni ricurvi del lato di prua sono state rinvenute tracce di tessuto imbevuto di resina e un frammento di lamina di piombo.
Ciò fa pensare che probabilmente questa nave fosse una nave da guerra, teoria sostenuta dall'archeologa Honor Frost, dalla Giglio e da molti altri studiosi
A favore di questa tesi, ci sarebbe anche la questione della datazione, che il test del carbonio 14 fissa alla metà del III secolo a.C. Sulla scorta di questi dati la Giglio sostiene che la nave «con tutta probabilità affondò il 10 marzo del 241 a.C., nel corso della battaglia navale combattuta nel mare delle Egadi che concluse la prima guerra punica».
Maurizio Vento, docente di latino nei licei e autore di un testo sull'argomento, sostiene che si tratta di una nave da trasporto, in quanto le misure e la forma coincidono con quelle delle classiche navi puniche onerarie. Egli inoltre sottolinea che l'identificazione fatta dalla Frost fosse più legata al fatto che all'epoca del rinvenimento, il ritrovamento di una nave punica da guerra costituiva un vero e proprio sogno per gli archeologi. Come scrive infatti la Frost alla vigilia del rinvenimento: «[…] Ancora una volta non si può dire niente fin quando uno scavo sarà stato realizzato, eccetto che la scoperta di una nave da guerra antica è da un secolo il vecchio sogno degli archeologi navali. Nessun relitto di questo genere è stato mai scoperto […]». Sono affermazioni che svelano, secondo Maurizio Vento che «prima ancora che fossero visitati scientificamente i reperti» esisteva il proposito «di voler materializzare quel sogno, non tenendo conto di molti fattori che, pur messi in luce da tempo, vengono generalmente trascurati».
I dubbi di Vento vengono alimentati ulteriormente anche dal fatto che in questa nave si sia trovato « il vasellame (ciotole, macine per granaglia, poche anfore per l'acqua potabile, per il vino e per la salsa di pesci), i rifiuti degli alimenti (come resti ossei di animali da cacciagione o come resti vegetali quali noccioli di frutta secca, di olive in salamoia), numerosi oggetti (come legna da ardere, tappi di anfore, cordami, canapa per spaghi e stoppa, pece, punteruoli per funi, attrezzi da pesca) che fanno tutti parte del normale corredo delle navi onerarie e sono presenti pure a bordo della nave punica di Marsala» – e, invece, non si sono trovati – «i moltissimi remi (che permettevano le rapide mosse strategiche per colpire il fianco della nave nemica), le catene dei numerosi rematori e i banconi dove sedevano» – ma soprattutto – «il rostro bronzeo tricuspidato, le varie armi (scudi, corazze, spade, pugnali ecc.), e poi materiali di ricambio, argani, carrucole, arnesi vari, e tutto ciò che è facile immaginare fosse il consueto corredo di una nave bellica».
Un'altra considerazione importante viene fatta da Piero Bartoloni citato da Maurizio Vento, e cioè che «le navi onerarie di Cartagine erano lunghe tra i 20 e i 30 metri, con una larghezza compresa tra i 5 e i 7 metri, e avevano un tirante d'acqua di circa un metro e mezzo, analogo all'altezza dell'opera morta» - e ancora - «tra la carena ed il pagliolo era situata la zavorra, costituita da pietrame in schegge ed eventualmente sostituita con sabbia se il carico era costituito da anfore; per attutire gli urti delle pietre contro i corsi, veniva disposta una coltre di fogliame. Lo stesso carico costituiva parte necessaria della zavorra, come è dimostrato indirettamente da una delle navi puniche di Punta Scario, all'interno della quale è stata rinvenuta una certa quantità di pietrame che, a quanto risulta dalle analisi effettuate, proveniva probabilmente dalla costa settentrionale del Lazio». E conclude dicendo che «questo rinvenimento […], secondo il nostro avviso, dimostra che la nave in questione era giunta carica nel porto etrusco e che, una volta scaricati i prodotti importati e non essendovi nulla da caricare per il viaggio di ritorno, la sua zavorra era stata sostituita con del pietrame locale». Maurizio Vento conclude dicendo che «la nave oneraria […] sarebbe dunque naufragata per un errore del nocchiere, dovuto o ad imperizia o più probabilmente a cause naturali (come, ad esempio, una tempesta), al momento di virare nei pressi del Borrone, lungo l'unica rotta praticabile che consentisse di approdare in quella che un tempo era stata la Cartagine siciliana».

Sicilia - Navi greche di Gela

 


Le navi greche di Gela sono tre imbarcazioni della fine del VI-inizi del V secolo a.C. rinvenute in prossimità della città di Gela, colonia dorica fondata nel 689 a.C. e importante emporio commerciale sulla costa meridionale della Sicilia. La prima nave, recuperata completamente nel 2008, è stata restaurata nel 2014 ed è stata esposta al pubblico in occasione della mostra "Ulisse. L'arte e il Mito" allestita pressi i Musei di San Domenico di Forlì e successivamente, nel 2022, presso un padiglione sito nel Bosco Littorio di Gela.
La scoperta della prima nave venne effettuata nel 1988 da due subacquei su un fondale argilloso e sabbioso a circa 4 m di profondità, a circa 800 m dalla costa (località Bulala) e a circa 2 km ad est della foce del fiume Gela, anticamente il porto-canale della città. Grazie alle caratteristiche del fondale la nave era molto ben conservata nella sua struttura lignea e conservava un carico vario, coperto da uno strato di pietre utilizzate come zavorra.
La nave era una nave da carico di grandi dimensioni (21 x 6,50 m), esempio unico di nave antica costruita con una tecnica particolare, già citata da Omero nel II libro dell'Iliade: il fasciame della carena era infatti "cucito" con fibre vegetali.
La nave è stata recuperata con due campagne di scavo nel 2003 (madiere della prua) e nel 2008 la poppa. Dopo il recupero venne restaurata nei laboratori specializzati di Portsmouth in Gran Bretagna. Restituita nel 2014, la nave avrebbe dovuto essere esposta nel "Museo della navigazione greca" di Gela, ma nonostante i 5 milioni e mezzo di euro stanziati dalla Regione Siciliana, prelevati dal Fondo Europeo, nessuno lavoro di allestimento è stato compiuto e la nave rimane a pezzi in circa 40 scatoloni.
Il carico era composto di oggetti caricati in varie località, a partire dal mar Egeo, probabile origine della navigazione. Le ceramiche a vernice nera e a rossa indicano anche una sosta nel porto di Atene. Da varie località provengono inoltre le anfore di varia origine, probabilmente contenenti vino e olio, e altre merci che erano state collocate in cesti rivestiti di pece. Nei diversi porti la nave aveva inoltre caricato pietre per la zavorra, che dovevano sostituire le merci sbarcate e sono di varia provenienza.
Alcuni degli oggetti trovati venivano utilizzati dei marinai: sia le ceramiche trovate nella cambusa, sia oggetti di culto che testimoniano le pratiche religiose durante la navigazione.
Una seconda nave, probabilmente databile alla fine del V secolo a.C. e di dimensioni inferiori, giace sui fondali a breve distanza dal primo relitto, ma più vicina alla costa. Anch'essa è ben conservata, ma il suo recupero non è stato ancora effettuato.
Un terzo relitto greco arcaico è stato recentemente individuato alla foce del fiume Dirillo che segna il confine tra le province di Caltanissetta e Ragusa (e tra i comuni di Gela ed Acate). Tale scoperta, avvenuta per caso durante i lavori di scavo per la posa del gasdotto libico, conferma l'importanza archeologica che riveste l'area del Golfo di Gela che, quasi certamente, conserva numerosi altri relitti di varie epoche (greca, romana e bizantina soprattutto). Basti pensare che in questo golfo, in epoca romana, si è combattuta la famosa battaglia tra Cartaginesi e Romani guidati da Attilio Regolo.

giovedì 10 luglio 2025

Sicilia - Catania, Museo di archeologia dell'Università


Il Museo di archeologia dell'Università di Catania è un ente didattico-museale, localizzato presso la sezione "Archeologia e scienze dell'antichità" del dipartimento di Scienze Umanistiche, al piano terra di palazzo Ingrassia.
Il museo custodisce reperti risalenti al periodo protostorico e preistorico fino all'età tardo antica e medioevale. Le origini della collezione risalgono al 1898, quando Paolo Orsi, direttore del Museo archeologico di Siracusa, donò dieci reperti provenienti dagli scavi di Megara Iblea al gabinetto di archeologia dell'Università di Catania. La collezione fu implementata da Guido Libertini (oggetti acquistati negli anni 1920, ventuno calchi in gesso di statuaria antica appartenuti a Giulio Emanuele Rizzo, ottenuti tra il 1948 e il 1950, e il recupero di una collezione numismatica donata nel 1783 da monsignor Salvatore Ventimiglia all'ateneo catanese). Dopo la morte di Libertini nel 1953 fu formalizzata la donazione di oggetti antichi e della sua biblioteca personale all'Università.

Sicilia - Catania, Antiquarium regionale del Teatro romano

 
L'Antiquarium regionale del Teatro romano è sito nel parco archeologico greco-romano di Catania. Nato su progetto dell'architetto Giuseppe Pagnano tra il 1999 e il 2001 si sviluppa in due diverse strutture: a sud-est, ricavato negli ambienti d'ingresso su via Vittorio Emanuele II, nell'ex Casa Pandolfo, e a nord-est, nei locali dell'ex Casa Liberti, su via Teatro Greco.
Negli ex locali di una palazzina settecentesca, Casa Pandolfo, a sua volta costruita sui resti della scena del teatro, sono esposti in tre ambienti i frammenti decorativi recuperati nelle campagne di scavo, che si succedono dal 1997 al 2007, per lo sgombero delle strutture originali dagli edifici sorti nei secoli su di esse. Qui un primo allestimento è dedicato ai fregi di maggior rilievo recuperati ed esposti momentaneamente, con l'apertura parziale del Teatro, in attesa dell'apertura totale del monumento.
Al di sotto del piano pavimentale degli ambienti si rinvennero i resti di una struttura medioevale, di cui rimangono visibili tracce del pavimento a mattonelle esagonali, una parete in senso est-ovest e lo stipite delle porte.
Tra i reperti diversi capitelli di II e III secolo, frammenti decorativi di edifici medioevali e barocchi, trabeazioni e colonne, incisioni lapidee e bassorilievi figurati, nonché frammenti statuari (notevoli una testa muliebre ed un piede con calzare). Tra tutti rimane di elevato interesse un guanciale di poltrona marmorea configurato a delfino. Di quest'ultimo esemplare era possibile seguirne le varie fasi di restauro avvenute sotto la direzione dell'allora sovrintendente Maria Grazia Branciforti.
Tra gli altri esemplari, tra cui teste marmoree di figure muliebri e di fanciulli, spicca una Leda col Cigno, copia Romana di un originale Greco attribuito a Timoteo (360 a.C.).
La Casa Libérti, donata alla memoria e alla custodia civica dal precedente proprietario cui deve il nome, occupa una porzione a nord della summa cavea ed è, insieme alla Casa del Terremoto, l'unico edificio risparmiato dall'opera di sbancamento e di liberazione del teatro avvenuta a iniziare dalla metà del XX secolo. Vi si accede mediante una pittoresca scalinata del XIX secolo attraverso un cortile comune con l'area espositiva denominata Casa dell'Androne e con una parte del teatro in cui vennero ricavate abitazioni del XVI secolo di cui rimangono due eleganti portali rinascimentali.
La Casa Libérti ospita i rinvenimenti effettuati dal 1980 al 2008, recuperati nell'area occupata dal Teatro e negli scavi effettuati nelle vicinanze, e si sviluppa su sei ambienti, organizzati secondo un criterio cronologico che abbraccia un arco temporale dalla Preistoria (asce e accette mesolitiche, facies di Malpasso e di Castelluccio[non chiaro]) all'età tardoantica (ambiente I), dall'epoca bizantina al Basso Medioevo (ambiente II), fino al XVIII (ambiente III) e al XIX secolo (ambiente V). L'ambiente IV ospita l'eccezionale rinvenimento del corredo proveniente dalla Casa del Terremoto, costituito da ceramiche di metà e fine del XVII secolo (in prevalenza piatti in maiolica), i piatti di un bilancino in bronzo e un'anfora medioevale. Infine l'ambiente VI conserva la cucina a legna di Casa Liberti, un antico lavatoio e vari elementi di interesse prettamente antropologico relativo alla vita domestica a cavallo tra Ottocento e Novecento.

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