venerdì 6 giugno 2025

GRECIA - Tirinto


Tirinto fu un'antica città dell'Argolide, in Grecia, situata nel settore sud-orientale della piana di Argo. Fa parte dell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Della città restano soltanto alcuni resti archeologici: le mura e le rovine del Palazzo reale, scoperto da Heinrich Schliemann e Christos Tsountas nel 1884-1885, anche se risalgono al 1780 i primi disegni di Fauvel, mentre i primi scavi erano stati effettuati nel 1831 per opera di Thiersh. La cinta muraria fu rifatta, ampliata per ben tre volte e furono incrementati i magazzini e, grazie a due gallerie sotterranee, non mancò l'approvvigionamento idrico per la città. È stata portata alla luce anche una necropoli di tombe a camera arricchite da corredi di ceramica.
Nella mitologia greca si diceva che la città avesse preso il nome da Tirinto, figlio di Argo e nipote di Zeus.
La tradizione associa anche le mura a Preto, fratello di Acrisio, re di Argo. Secondo la leggenda, Preto, inseguito da suo fratello, fuggì in Licia. Con l'aiuto dei lici, riuscì a tornare in Argolide. Lì, Preto occupò Tirinto e la fortificò con l'assistenza dei ciclopi muratori detti Gasterochiri. Tirinto infatti viene citata per la prima volta da Omero che ne aveva elogiato le mura imponenti.
Così la leggenda greca collega i tre centri Argolici con i tre eroi mitici: Acrisio, fondatore della colonia dorica di Argo; suo fratello Preto, fondatore di Tirinto; e suo nipote Perseo, il fondatore di Micene. Ma questa tradizione nacque all'inizio del periodo storico, quando Argo stava combattendo per diventare il potere egemonico nella zona e aveva bisogno di un passato glorioso per competere con le altre due città.
A Tirinto Bellerofonte viene accolto presso la corte dopo essere fuggito da Corinto ove aveva ucciso per errore il re Bellero. Per purificarsi viene accolto a corte da Preto. La moglie di Preto Stenebea se ne invaghì e tentò di sedurlo vanamente. Questa per vendicarsi disse al marito che Bellerofonte aveva provato a sedurla e per questa ragione doveva condannarlo a morte, ma il re non se la sentì di uccidere un ospite per non violare la xenia, così lo mandò in Licia dove chiese al re Iobate di ucciderlo, ma questi preferì mandarlo a uccidere la terribile chimera.
Eracle giunse a Tirinto per servire Euristeo, re della città per espiare le sue colpe, compiendo le dodici fatiche. Sempre Eracle, colto da un attimo di follia, gettò dalle mura della città Ifito il figlio del re Eurito re di Ecalia. Essi stavano cercando il bestiame del re e Ifito convinto dell'innocenza di Eracle si offrì di cercarle assieme a lui.
Nel catalogo delle navi dell'Iliade faceva parte dei territori guidati da Diomede, durante la guerra di Troia.


L'area è stata abitata fin dai tempi preistorici. Il piccolo insediamento neolitico fu seguito, a metà del III millennio a.C., da un fiorente insediamento pre-ellenico situato a circa 15 km a sud est di Micene, su una collina lunga 300 m, larga 45–100 m, e non più di 18 metri di altezza. Di questo periodo sopravvisse, sotto il cortile di un palazzo miceneo, un'imponente struttura circolare di 28 metri di diametro, che sembra essere stato un luogo fortificato di rifugio per gli abitanti della città in tempo di guerra e/o la residenza di un re. La sua base era imponente, ed era costituita da due muri concentrici in pietra, tra i quali vi erano altri tagli trasversali, in modo che lo spessore raggiungesse i 45 m. La sovrastruttura era in argilla e il tetto era fatto con piastrelle cotte al fuoco.
I primi abitanti greci, i creatori della civiltà medio elladica e la civiltà micenea, si stabilirono a Tirinto all'inizio del periodo medio (2000-1600 a.C.), anche se la città raggiunse la sua maggiore crescita durante il periodo miceneo. L'Acropoli fu costruita in tre fasi, la prima alla fine del periodo tardo elladico II (1500-1400 a.C.), la seconda in quella tardo-elladica III (1400-1300 a.C.) e la terza alla fine del periodo tardo-elladico III B (1300-1200 a.C.). Le rovine superstiti della cittadella micenea risalgono alla fine del terzo periodo. La città vera e propria circondava l'acropoli nella pianura sottostante.
Nel XIII secolo a.C. un importante terremoto causò parecchi danni alle strutture, mentre nel XII secolo a.C. furono costruiti degli insediamenti circostanti.
Il disastro che colpì i centri micenei alla fine dell'Età del Bronzo con l'invasione dei Dori (1000 a.C.) colpì anche Tirinto, ma è certo che l'area del palazzo fu abitata ininterrottamente fino alla metà dell'VIII secolo a.C. (poco più tardi vi fu un tempio costruito tra le rovine del Palazzo).
All'inizio del periodo classico Tirinto, come Micene, divenne una città relativamente insignificante. Quando Cleomene I di Sparta sconfisse gli Argivi, secondo Erodoto i loro schiavi occuparono Tirinto per molti anni. Erodoto menziona anche che Tirinto prese parte alla battaglia di Platea nel 480 a.C. con 400 opliti contro i Persiani.
Anche se in declino, Micene e Tirinto disturbavano gli argivi, che nella loro propaganda politica volevano monopolizzare la gloria dei leggendari (e mitici) antenati. Nel 468 a.C. Argo distrusse completamente sia Micene che Tirinto e trasferì - secondo Pausania - i residenti ad Argo, per aumentare la popolazione della città. Tuttavia, Strabone dice che molti Tirintesi si trasferirono per fondare la città di Halieis, la moderna Porto Heli. All'arrivo dei Romani però la città e il palazzo vennero ricostruiti e Tirinto venne nuovamente ripopolata. Venne completamente abbandonata durante il medioevo.
Nonostante la sua importanza, gli storici e gli scrittori hanno dato poco valore a Tirinto, ai suoi sovrani e alle sue tradizioni mitiche. Pausania ha dedicato un breve commento a Tirinto, scrivendo che due muli che si univano non avrebbero potuto muovere nemmeno le pietre più piccole delle mura.
«Le mura, che è l’unico avanzo che ne resti, è opera de’ Ciclopi, ed è fatto di pietre rozze, e la grandezza di ciascuna di loro è tale, che una coppia di muli non potrebbe neppure smuovere un poco la più piccola di esse...» (Pausania, II 25.7)
I viaggiatori di epoca più recente, in viaggio verso la Grecia alla ricerca di luoghi in cui vivevano gli eroi degli antichi testi, non riuscivano a cogliere l'importanza della città.


A sito si accede da est  con un ingresso  che conduce alla parte alta tramite una rampa di 47 m.
Il palazzo vero e proprio è costituito da un cortile interno con un quadriportico  al cui ingresso è sistemato un altare. In fondo c'è il prodromos (cioè l'antisala), costituito da due colonne tra pilastri angolari quadrati che porta nella prima camera mediante tre porte. Una porta dà accesso ad un ampio locale dalla forma allungata, il mégaron , coperto da un soffitto sorretto da colonne lignee con basi di pietra, dove un'apertura permetteva l'uscita del fumo del focolare posto al centro della sala. Le pareti erano affrescate ed anche il pavimento presentava decorazioni. Il carico dei pilastri viene smorzato da alcune colonne piazzate simmetricamente, che determinano la suddivisione in tre parti della sala. Le stanze a destra e a sinistra, più ridotte di dimensioni, fungevano da magazzini e uffici.
A nord rispetto alla parte più alta si trova la zona mediana  del castello. La parte più bassa del castello  è il punto più a nord circondato da mura e stanze di servizio per il castello e le guardie.
Ritrovamenti nella zona superiore attestano anche la presenza di antichi culti religiosi come quello di Era, Atena e Apollo.


GRECIA - Lefkandi

 
Lefkandi
 (greco: Λευκαντί) è un villaggio costiero posto sull'isola di Eubea. I ritrovamenti archeologici attestano un insediamento sul promontorio localmente noto come Xeropolis, mentre nelle vicinanze sono stati identificati numerosi cimiteri.
L'insediamento si trova su un promontorio che domina l'Euripos, con piccole baie che formano porti naturali ad est e ad ovest del sito. I cimiteri si trovano sulle alture a nord-ovest e sono stati chiamati Cimitero Est, Skoubris, Palia Perivolia, Toumba, oltre a piccoli gruppi di sepolture. Il sito si trova tra le due principali antiche città dell'isola, Calcide ed Eretria. Gli scavi in loco sono eseguiti sotto la direzione della British School ad Atene, e proseguono dal 2007 (con precedenti campagne nel 1964-68, 1981-84).
L'occupazione di Lefkandi può essere fatta risalire all'inizio dell'età del bronzo, essa proseguì per tutta l'età del ferro per terminare all'inizio del periodo arcaico (inizio del VII secolo a.C.). I cimiteri conosciuti coprono solo parte dei periodi in cui il luogo fu abitato, a partire dal submiceneo e per tutto il protogeometrico (ca. 1050-800 a.C.). L'abbandono di Lefkandi coincise con la nascita della vicina Eretria, ed è stato ipotizzato che si trattasse, a tutti gli effetti, della vecchia Eretria.
L'importanza del sito è dovuta ad una quantità di fattori. Per prima cosa, lo strato di occupazione del periodo Tardo Elladico del complesso IIIC (ca. 1200-1100/1075 a.C.) scavato negli anni sessanta ha permesso di recuperare una serie di ceramiche di quel periodo, fino a quel momento insufficientemente conosciuto. L'insediamento IIIC è anche in contrasto con altri siti della Grecia, quali il Peloponneso, dove molti siti furono abbandonati alla fine del LHIIIB (ovvero alla fine del periodo palaziale miceneo), condizione che pone Lefkandi tra i siti della Grecia centrale che vantarono un'importante occupazione post-palaziale, quali Mitrou (l'insediamento), Kalapodi (il santuario) e Elatea (il cimitero).
Heroon

Il significato archeologico del sito si è rivelato nel 1980 quando fu scoperto un grande tumulo che conteneva i resti di un uomo e di una donna all'interno di una grande struttura chiamata da alcuni heroön, o "tomba dell'eroe". L'applicabilità del termine all'edificio è discussa, trattandosi della sepoltura della coppia che aveva precedentemente occupato la struttura abitativa e che doveva aver rivestito una particolare importanza sociale. La costruzione di questo monumento in legno e argilla cruda, sorto attorno al 950 a.C., lungo 50 metri e largo 13,8, con il suo portico in legno, prefigura l'architettura canonica del tempio come apparve circa due secoli dopo. Le sue dimensioni sono superiori alla media delle coeve strutture abitative trattandosi probabilmente della dimora di un basileus locale; è costituita da una sequenza longitudinale di ambienti: portico, vestibolo, megaron di rappresentanza, area domestica e tre ambienti più piccoli destinati alla conservazione delle derrate alimentari o degli oggetti di maggior valore, che coinvolgono l'area absidata e con un peristilio di 67 pilastri lignei denotati dagli alloggiamenti. Nell'ampia area domestica è stata predisposta in un secondo momento la sepoltura della coppia proprietaria dell'edificio, che venne abbattuto e trasformato in un grande tumulo funerario e attorno al quale si sviluppò successivamente una necropoli.
Uno dei corpi ritrovati nella tomba era stato cremato, e le sue ceneri erano poste in un telo di lino frangiato a sua volta inserito in un'anfora in bronzo proveniente da Cipro. L'anfora era incisa con scene di caccia e posta in una boccia di bronzo ancora più grande. Una spada ed altri oggetti si trovavano nelle vicinanze. Si crede che le ceneri fossero quelle di un uomo.
Il corpo della donna non era cremato. Si trovava lungo un muro ed era ornato con gioielli, tra cui un anello di elettro, un bracciale in bronzo ed una gorgiera che si crede provenire da Babilonia, già vecchia di mille anni quando fu sepolta. Un coltello di ferro con un manico d'avorio fu trovato vicino alla sua spalla. Non si sa se la donna fu sepolta contemporaneamente con l'uomo, o più tardi. Gli studiosi hanno ipotizzato che la donna sia stata uccisa per poter essere sepolta con l'uomo, forse suo marito, con una pratica tipica del costume indiano del sati. Alcune studiose hanno fatto notare la mancanza di prove che dimostrerebbero l'effettivo uso del sati, ed ipotizzano invece che la donna sia stata un'importante persona nella comunità, e che fu sepolta con le ceneri dell'uomo dopo la sua morte.
Sembra che quattro cavalli siano stati sacrificati e siano stati inseriti nella tomba. Alcuni di loro indossavano morsi di ferro in bocca.


Xeropolis

Le ricerche archeologiche hanno portato alla luce un insediamento in cui si può dimostrare un'ininterrotta occupazione dal miceneo all'età oscura. È stato ipotizzato che il sito sia identificabile con la vecchia Eretria, e che sia stata obbligata a trasferirsi a Calcide in seguito alla guerra lelantina.


GRECIA - Colofone

 


Colofone (in greco antico: Κολοφών, Kolophṑn; in latino: Colophon) è stata una città della Ionia fondata nell'VIII secolo a.C. che si trovava sulla strada che collegava Efeso a Smirne. In questa città è ambientato il mito di Aracne, citato anche da Ovidio nelle sue Metamorfosi.
Gli Ioni (come già nei casi di Mileto, Efeso e Clazomene) dapprima si stabilirono nella più facilmente accessibile penisola di Nozio e solo in seguito si insediarono all'interno fondando la città di Colofone di cui Nozio divenne il porto anche se conservò una sua vita autonoma.
La città fu probabilmente conquistata dal re di Lidia Gige all'inizio del VII secolo a.C. In relazione a questo evento dalla città partirono coloni per la fondazione in Magna Grecia di Siris (Lucania). Fu poi sotto la dominazione achemenide e in seguito fece parte della lega delio-attica. Rioccupata dai persiani nel 430 a.C. fu riconquistata nel 409 da Trasillo. Fu però liberata definitivamente dal pericolo persiano solo con la spedizione di Alessandro Magno. Passò poi sotto il potere di Lisimaco, re di Tracia, che nel 299 a.C. trasferì gli abitanti ad Efeso. Fu poi sotto la dominazione pergamena per passare quindi ai romani che nel 189 a.C. dichiararono liberi i colofoni di Nozio. Nel II secolo d.C. era considerata una città da tempo scomparsa e infatti il grammatico Sesto Pompeo Festo allora scriveva che, in antico già rispetto ai suoi tempi, quando si voleva dire che una cosa era finita si diceva: Colophon ! 
La città fu una notevole potenza commerciale soprattutto nei secoli VI-V a.C., in gran parte grazie al commercio di una resina - la colofonia - che prese appunto il nome dalla città.
Colofone ha dato i natali ai pittori Dioniso e Dionisodoro e ai poeti Mimnermo, Senofane, Antimaco di Colofone, Ermesianatte e Nicandro, oltre ad essere una delle sette città che rivendicavano i natali di Omero.
Della città restano oggi importanti rovine (mura e necropoli) oltre che iscrizioni e monete d'argento e bronzo gran parte delle quali riportano l'effigie di Apollo in onore del quale sorgeva un tempio, situato tra Colofone e Claros e riportato alla luce nel 1950. Scavi effettuati tra il 1922 e il 1925 hanno riportato alla luce la pianta della città che nel IV secolo a.C. venne ricostruita in base ad un rigoroso piano urbanistico come testimoniato da un'epigrafe dell'epoca.

giovedì 5 giugno 2025

GRECIA - Sicione


Sicione (in greco antico: Σικυών?, Sikyṑn) è un'antica città del Peloponneso, in Grecia, situata presso Vasiliko, sul golfo di Corinto. Fu uno dei sette regni della prima fase storica della Grecia antica. In particolare il Regno di Sicione inizia nel 2100 a.C., tanto che alcuni storici la considerano la più antica città della Grecia.
Fu il re di Argo, Foroneo, a porre fine all'esistenza del Regno.
Nel 650 a.C. la città iniziò ad essere dominata dalla tirannia degli Ortagoridi (dal nome del primo tiranno Ortagora), che si concluse nel 550 a.C. con il rovesciamento di Eschine mediante una congiura aristocratica appoggiata da Sparta.
Dopo numerose dominazioni arrivò il turno di quella macedone, da cui Sicione si liberò nel 251 a.C. grazie al comando di Arato, che condusse la propria città e Corinto ad abbattere la tirannide. Subito dopo la città si unì con gli Achei.
Della città antica sopravvivono il teatro (III secolo a.C.), resti di edifici e di un tempio. Nel IV secolo a.C. era sede di una scuola di scultura policletea, istituita da Aristocle di Sicione, dove si formò lo scultore bronzista Lisippo. Questi operò molto a Sicione e una sua opera raffigurante Eracle, giunta a noi in copie marmoree, era probabilmente situata nell'agorà della città greca.
La città è citata nella Bibbia nel Primo libro dei Maccabei 15,23, dove si dice che Lucio Cecilio Metello Calvo scrisse a Sicione per informarla del patto fra Roma e la Giudea. Viene citata anche in Antonio e Cleopatra di William Shakespeare.
In questa città sono state trovate molte costruzioni della città ellenistica, tra cui un importante teatro, situato nella Grecia continentale.

GRECIA - Vaphio


Vaphio
 o Vapheio, italianizzato in Vafio o Vafiò, è un antico sito della Laconia, Grecia, sulla riva destra dell'Eurota, a circa 8–9 km a sud di Sparta, vicinissimo ad Amycles. Il luogo è diventato famoso per la sua tomba a thòlos o tomba ad "alveare", scavata nel 1889 da Christos Tsountas. Questa è costituita da un accesso cinto da mura, lungo circa 97 piedi, che conduce a una camera a (falsa) volta di circa 33 piedi di diametro, nel cui pavimento venne ricavata la tomba attuale.
Anche questo sito presenta la particolarità d'essere costruito sopra una collina. Le sue rovine sono ben note agli abitanti della regione, che ne riutilizzano le pietre tagliate; il sito archeologico ha subito inoltre la predazione da parte dei, cosiddetti in gergo, tombaroli.
La tomba conteneva le spoglie del « principe di Vaphio », di cui non rimane molto, così come degli oggetti funerari sepolti insieme a lui. Gli oggetti qui trovati e trasferiti al Museo Archeologico Nazionale di Atene includono una grande quantità di gemme e collane di ametista, insieme ad oggetti in oro, argento, bronzo, ferro, piombo, ambra e cristallo; tra questi oggetti vi è uno specchio, alcuni vasi in alabastro, delle daghe incrostate d'oro niellato, coppe in argento, giavellotti da caccia e in più un'ascia di tipo siriana.
Molti dei sigilli ed anelli trovati nella tholos hanno una tale forte affinità, nello stile e nell'argomento del soggetto, con la contemporanea arte glittica cretese che J.T. Hooker trova impossibile determinare se essi fossero o no stati realizzato localmente oppure importati da Creta.
Il principe di Vaphio teneva fra le mani due splendide tazze d'oro, attualmente anch'esse conservate al Museo Archeologico Nazionale di Atene, che sono di gran lunga gli oggetti funerari più raffinati dell'intera collezione. Hanno un diametro di 10,4 cm. La coppia di tazze d'oro sono decorate con scene in rilievo (tecnica a sbalzo, quindi si tratta non di oro massiccio ma di doppia lamina, di cui quella interna liscia tronco-conica e ribattuta verso l'esterno a formare l'orlo), e rappresentano la cattura del toro selvatico su una di esse (il toro carica a testa alta i i due cacciatori tra cui uno cade rovinosamente a terra, e l'altro viene lanciato in alto), e il suo addomesticamento sull'altra. Sono dotate di manico di interessante soluzione ergonomica. La loro altezza è di circa dieci centimetri. Queste formano forse i lavori più perfetti dell'arte micenea-minoica che sia mai sopravvissuta. Sembra probabile che queste tazze auree di Vaphio non rappresentino un'arte locale, ma semmai un'importazione da Creta, che in quel tempo arcaico era molto in anticipo rispetto alla Grecia continentale per quanto concerne lo sviluppo artistico. Come ulteriore sostegno a questo collegamento all'isola di Creta, C. Michael Hogan annota il dipinto del toro che carica è evocativo di un'immagine ancora esistente nel Palazzo di Cnosso a Creta.
La tomba, che probabilmente appartenne al territorio di Amykles piuttosto che a Pharis, come si è comunemente dichiarato, è adesso quasi interamente distrutta.


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