giovedì 10 aprile 2025

Umbria - Statua bronzea con ritratto di Germanico


Nell'agosto del 1963, ad Amelia, a seguito della demolizione di un mulino, vennero alla luce, fuori dalla cinta muraria antica, non lontano da Porta Romana numerosissimi frammenti di una statua bronzea, raffigurante un personaggio stante identificato in seguito come Nerone Claudio Druso Germanico, membro della dinastia Giulio-Claudia, valente generale e sensibile uomo di cultura, destinato, per volontà dello stesso Augusto, a salire sul trono imperiale.
Nerone Claudio Druso nacque a Roma il 24 maggio del 15 a.C.; rimase orfano nel 9 a.C. ereditando il titolo onorifico di Germanicus che il senato aveva conferito al padre Druso maggiore, fratello di Tiberio, e ai suoi successori, in seguito alla campagna contro i Germani tra il 13 e 19 a.C. Nel 4 d.C viene adottato da Tiberio, per volontà di Augusto che voleva assicurarsi la successione dopo la morte dei figli adottivi.
Germanico inizia la carriera militare sedando, tra il 7 e l'8 d.C., le rivolte in Dalmazia e in Pannonia. Nell'autunno del 14 d.C. Inizia le campagne contro i Germani che si concluderanno con successo. Viene quindi inviato in Oriente per sedare la sommossa guidata dal re Artabano II: al ritorno, in Siria, contrae una malattia sconosciuta. Muore ad Epidaphne vicino Antiochia nel 19 d.C.
La figura poggia il peso del corpo sulla gamba destra, mentre la sinistra è leggermente piegata al ginocchio. Ai piedi porta calzari di pelle mentre dalle spalle scende una leggera tunica di lino manicata. La figura indossa una lorica di tipo anatomico con spallacci, decorata da rilievi sia sul petto che sul dorso, mentre nella parte inferiore sono visibili una doppia serie di pteryges. La testa del personaggio è girata leggermente verso destra nella direzione del braccio destro sollevato nel gesto della adlocutio. Il braccio sinistro è piegato al gomito e tiene con la mano sinistra una lancia e le pieghe del mantello.
Di particolare interesse ed anche bellezza è la ricca decorazione della corazza. La parte posteriore, molto rovinata, è decorata da due figure femminili con corta veste che sono intorno ad un candelabro.
Di grande qualità è la decorazione della fronte della corazza. Appena sotto lo scollo è rappresentata a rilievo Scilla, che solleva il braccio destro nell'atto di gettare una grossa pietra. Al centro c'è la scena dell'agguato di Achille a Troilo. L'eroe greco, nudo, è raffigurato frontalmente, con la testa, coperta da un elmo attico. Con la sinistra sorregge uno scudo circolare, mentre il mantello scende dalla spalla, ed è visibile in parte davanti allo scudo e in parte sullo sfondo. Con la destra afferra per i capelli, nell'intento di disarcionarlo, il giovane Troilo che, nudo, coperto solo da alti calzari e da una clamide fermata al collo, cavalca un destriero che si solleva sulle zampe posteriori. Invano Troilo, alzando le braccia, tenta di difendersi. La scena è fiancheggiata da due vittorie alate entrambi in volo verso il centro ed è decorata in basso da motivi vegetali.
Dobbiamo ricordare che Germanico, per il suo valore militare e per la sua morte in Oriente, venne in seguito associato alla figura di Alessandro Magno e che Achille era l'eroe prediletto di Alessandro. La figura di Troilo, invece può farci pensare al destino di una morte prematura, tra l'altro di un personaggio troiano, da cui secondo il mito celebrato da Virgilio nell'Eneide trae origine la stirpe romana.
La statua si trova presso il  Museo civico archeologico e pinacoteca "Edilberto Rosa" di Amelia


Umbria - Cippo di Perugia

 
Il Cippo di Perugia è una stele in pietra che presenta su due facciate un'iscrizione in lingua etrusca datata al III/II secolo a.C.
La tavola riporta 46 righe scritte in etrusco, e l'epigrafe è rimasta intatta in entrambi i lati. La parte inferiore, più rozzamente scolpita, indica una probabile collocazione della base incastonata nel terreno. Secondo gli archeologi si tratta di un cippo confinario fra le proprietà di due famiglie etrusche. Il testo riporta di un accordo tra le famiglie dei Velthina e degli Afuna, relativo alle modalità d'uso comune di una proprietà contenente una tomba dei Velthina. Rinvenuto sulla collina di San Marco a Perugia nel 1822, è oggi conservato nel Museo archeologico nazionale dell'Umbria.

Umbria - Area archeologica Santa Maria in Campis, Foligno

 

L'Area archeologica Santa Maria in Campis, detta anche Parco Archeologico Quartiere INA casa, è una area di circa 66000 m² situata nella zona est della città di Foligno, nelle immediate adiacenze del Cimitero Centrale della Città, in posizione pre-collinare a ridosso della via Flaminia che da Narni, passando per Spoleto, raggiungeva Forum Flaminii.
Nel 1862 un contadino, nell'arare il suo campo portò casualmente alla luce una piccola statua di bronzo; una versione ridotta della celebre scultura Ercole Farnese denominata successivamente "L'Ercole di Foligno", attualmente conservata nel museo del Louvre di Parigi.
Da ricerche effettuate si ipotizza che possa essere l'antico centro della vecchia Fulginea. Studi preliminari hanno riferito alla più antica urbanizzazione dell'area finora documentata, la prima età imperiale, per il quale è stata messa in evidenza una fase di riuso a scopi funerari in epoca altomedievale.
Numerosi sono i ritrovamenti sparsi per l'intera area tra i quali alcune domus di epoca romana, magazzini con il pavimento in cocciopesto per l'accumulo di cereali e un complesso sistema di canalizzazione delle acque piovane. Nel sito è presente anche una complessa rete fognaria realizzata con vario materiale di recupero e per un breve tratto con laterizi disposti a spina di pesce, che consentiva il deflusso delle acque a valle.
Da alcune rilevazioni effettuate nel sottosuolo dalla Soprintendenza Archeologia dell'Umbria è stata individuata la presenza di un anfiteatro non ancora venuto alla luce, tra l'incrocio con Via Po e Via Rubicone (antica diramazione della via Flaminia).
Da ulteriori ricerche storiche effettuate, si ipotizza inoltre che la Chiesa di Santa Maria in Campis, edificata nel V secolo D.C. e ubicata proprio tra il Cimitero cittadino e l'area archeologica sia stata costruita su delle fondamenta di una vecchia Domus Romana.
Ad ottobre 2022 l'area è in fase di completamento scavi con annessa realizzazione di un parco urbano realizzato mediante il Programma di Sviluppo Rurale per l'Umbria 2014-2020. ll progetto elaborato in conformità alle previsioni del piano attuativo di iniziativa pubblica in variante al PRG '97 relativo al parco archeologico, renderà finalmente fruibile il parco con la realizzazione di percorsi e di un padiglione che, oltre ad individuare e proteggere le aree di scavo, funzionerà come punto informativo e divulgativo per i visitatori.
Entro la primavera del 2023 un'apposita commissione composta da l'Archeology Philologie D'orient Et D'occident di Parigi, l'American Institute For Roman Culture e l'Università La Sapienza di Roma riporteranno alla luce l'Anfiteatro Romano attualmente interrato e non visibile.
Nel novembre del 2023 durante alcuni scavi, nell'area posta all'intersezione con Via Po e Via Rubicone (quest'ultima vecchio tracciato della via Flaminia) riviene parzialmente alla luce una muratura circolare che lascia presagire l'esatta ubicazione dell'anfiteatro. Gli scavi sono attualmente in corso.
Il 10 gennaio 2024 le varie associazioni e università dedite agli scavi nell'area, fanno sapere che da studi preliminari e rilievi effettuati hanno accertato la presenza dei resti di un edificio da spettacolo con una larghezza dell'asse maggiore di 90-100 metri e una larghezza dell'asse minore di 58-65 metri, capace di contenere fino a diecimila spettatori.

Umbria - Perugia, Museo archeologico nazionale dell'Umbria

 

Il Museo archeologico nazionale dell'Umbria - MANU è un museo archeologico con sede a Perugia in piazza Giordano Bruno.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale dell'Umbria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei Umbria.
Il primo nucleo della raccolta museale risale alla collezione del nobile perugino Francesco Filippo Friggeri, donata alla città nel 1790 ed esposta nel Palazzo dei Priori; nel secolo successivo, grazie all'attività dell'archeologo Giovan Battista Vermiglioli (1769-1848), le collezioni furono ulteriormente incrementate e si arricchirono di importanti materiali etruschi provenienti dalle necropoli perugine e dal territorio circostante. La raccolta museale iniziò a costituirsi in questo periodo a cura del Comune e dell'Università: i materiali dei Musei Civici furono esposti nel Convento di Montemorcino, allora sede dello Studium cittadino. I successori di Vermiglioli sulla cattedra di Archeologia e alla guida dei Musei Civici, Ariodante Fabretti (1846-1849), Giancarlo Conestabile (1850-1877), Giovan Battista Rossi Scotti (1877-1885), Luigi Carattoli (1885-1894), contribuirono alla crescita del museo con materiali degli scavi e con l'acquisizione di alcune collezioni private, tra cui quella di Mariano Guardabassi.
Dopo un periodo di attività di una commissione istituita per l'ordinamento del Museo, la direzione fu affidata a Giuseppe Bellucci. Alla sua morte, nel 1921, la sua ricchissima collezione privata, costituita da materiale preistorico e protostorico proveniente da varie località dell'Italia centrale, fu acquistata col concorso dello Stato, della Provincia e del Comune di Perugia. Nel 1948 tutta la raccolta archeologica dei Musei Civici, conservata in varie sedi, fu trasferita e ordinata nel convento di San Domenico. Dal 1925 al 1958 la direzione del museo fu tenuta da Umberto Calzoni, che arricchì le collezioni del materiale preistorico e protostorico proveniente dalle sue ricerche in Umbria e soprattutto sulla montagna di Cetona, in Toscana.
Nel 1957 le collezioni archeologiche dei Musei Civici furono donate dal Comune allo Stato, che subentrò nella direzione del Museo dal 1960. A seguito delle ricerche e degli scavi compiuti negli anni recenti, soprattutto dopo l'istituzione, nel 1964, della Soprintendenza alle Antichità dell'Umbria (poi Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Umbria), sono entrati nel Museo molti reperti provenienti sia da ritrovamenti fortuiti sia, soprattutto, da scavi scientifici. Attualmente, il patrimonio del Museo Archeologico Nazionale dell'Umbria si compone di una serie di nuclei collezionistici storici e dei reperti rinvenuti nel territorio regionale nel corso dell'attività di ricerca e tutela svolta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Umbria.
Il Museo Archeologico Nazionale dell'Umbria ha sede nei locali dell'antico convento di San Domenico. Il nucleo più antico del complesso è la chiesa di San Domenico vecchio, edificata nella seconda metà del XIII secolo al di fuori delle mura urbane, lungo la viabilità che usciva dalla città in direzione sud. Fin dal XIII secolo alla chiesa si affiancarono strutture conventuali, articolate intorno ad un piccolo chiostro. Il convento fu ampliato tra XV e XVI secolo con l'aggiunta di nuovi corpi di fabbrica, unificati intorno al chiostro maggiore. La chiesa duecentesca fu rimpiazzata nel corso del XV secolo dalla grande basilica di San Domenico, tuttora esistente a fianco del complesso conventuale; la struttura di San Domenico Vecchio fu allora integrata nelle strutture del convento ed è tuttora parte del percorso museale (la facciata è visibile nell'angolo orientale del chiostro maggiore).

L'allestimento è stato completamente ripensato nel 2009, con un'impostazione cronologica (dalla preistoria all'età romana) affiancata da sale che ospitano nuclei di materiali esposti con criteri tematici (il lapidario, la sala del monetiere, la sala delle oreficerie, gli amuleti) o con l'obiettivo di ricostruire un contesto (la tomba Cutu, la tomba dei Cacni, i bronzi di Castel San Mariano). L'esposizione dei materiali è provvista di un ampio corredo informativo, con testi, immagini e disegni ricostruttivi che aiutano il visitatore a collocare gli oggetti nel loro contesto storico. Tutte le informazioni sul museo sono anche in formato digitale sul sito Archeotouch Archiviato il 23 gennaio 2019 in Internet Archive., disponibile in italiano, inglese, francese e tedesco e facilmente accessibile da dispositivi mobili (smartphones e tablets) anche tramite codici QR posti sulle vetrine.

Nel chiostro maggiore, in cui sono esposti materiali lapidei (urne cinerarie etrusche ed iscrizioni romane), si aprono cinque sezioni tematiche:
- la sala con la collezione di amuleti di Giuseppe Bellucci (portafortuna e oggetti con valore magico-religioso raccolti prevalentemente nelle campagne italiane alla fine del XIX secolo; è una collezione di interesse etnoantropologico, nel suo genere una delle maggiori in Europa)
- la sala con la collezione numismatica (monete dal III sec. a.C. al XIX secolo);
la sala dedicata alle oreficerie e ai tesoretti monetali;
- la sala con i materiali bronzei etruschi provenienti da Castel San Mariano (si tratta di materiali etruschi di VI secolo a.C., tra cui i resti di tre carri);
- la sala con i reperti della tomba dei Cacni, recuperati in seguito ad un sequestro nel 2013.
La sezione pre-protostorica
La sezione pre-protostorica è suddivisa in
- Paleolitico (materiali litici e un dente riconducibili all'uomo di Neanderthal; manufatti litici più tardi, riconducibili all'homo Sapiens);
- Neolitico (materiali litici e ceramici da abitati e da grotte del territorio umbro,come le Tane del Diavolo nel comune di Parrano);
- Età del Bronzo (materiali ceramici, litici metallici da abitati, necropoli e grotte, tra cui i reperti degli scavi condotti negli anni Trenta nelle grotte di Cetona, che sono in parte esposti anche nella sezione relativa alle Collezioni storiche).
Umbri ed Etruschi

La sezione è dedicata ai due popoli che abitarono il territorio della Valle del Tevere oggi Regione Umbria, nei primi secoli dell'età storica, gli Umbri alla sinistra del Tevere, gli Etruschi a destra. L'allestimento della sala vuole richiamare l'assetto territoriale antico: i materiali etruschi sono esposti a destra del corridoio centrale, quelli umbri a sinistra; si può seguire in parallelo l'evoluzione della cultura materiale dei due popoli tra IX e III sec. a.C.. Qui è esposto il Cippo di Perugia, importante documento della lingua etrusca.
Perugia
La storia della città di Perugia è narrata tramite l'esposizione di materiali rinvenuti nelle necropoli e in area urbana. Nel settore dedicato alle necropoli si segnalano il sarcofago dello Sperandio (VI sec. a.C.), alcuni corredi funerari che comprendono armi e ceramica attica a figure rosse ed un corredo femminile dalla necropoli di Santa Caterina, di cui fanno parte uno specchio con la rappresentazione di Elena e dei Tindaridi e un orecchino d'oro. Nel settore dedicato all'area urbana è documentata l'evoluzione dell'abitato dalle origini (VIII sec. a.C.) all'età tardoantica: le prime fasi di occupazione nella prima età del Ferro, le prime testimonianze scritte (serie alfabetica su fondo di vasetto in bucchero, VI sec. a.C.), la strutturazione urbana nel III sec. a.C. (mura e sostruzioni, materiali e terrecotte architettoniche dagli importanti scavi recentemente condotti sotto la Cattedrale), la guerra di Perugia (proiettili in piombo riferibili all'assedio della città da parte di Ottaviano), impianti produttivi di età imperiale (una fullonica rinvenuta al di sotto della chiesa di San Bevignate a Perugia), un mosaico tardoantico. In una sala adiacente è esposto il cippo di Perugia, una delle più lunghe iscrizioni etrusche note.
L'Umbria romana

In questa sezione, attualmente in fase di riordino, si descrive l'età romana nel territorio umbro: la viabilità, le più antiche iscrizioni latine, i principali monumenti, le testimonianze del culto, i materiali rinvenuti nell'officina di produzione ceramica scoperta nella località di Scoppieto, lungo il corso del Tevere.
I municipi dell'Umbria
Questa sezione, situata nel nucleo più antico del convento (i piccoli ambienti ospitavano le cellette dei monaci), descrive le principali città dell'Umbria romana, con una sintesi topografica illustrata tramite pannelli e una scelta dei materiali più significativi, tra cui un raro frammento di iscrizione su lamina bronzea che dispone onori funebri per Germanico.
Le collezioni del Museo
Questa sezione ospita alcuni reperti dei principali nuclei collezionistici storici che hanno costituito la raccolta museale: la collezione Guardabassi (solamente i sigilli), la collezione Bellucci (materiali preistorici e protostorici), i materiali rinvenuti da Umberto Calzoni nelle grotte di Cetona. In una sala è inoltre ricostruito lo studio di un archeologo della fine dell'Ottocento, con arredi originali e reperti litici e faunistici, tra cui uno scheletro di orso di 40.000 anni fa.


La tomba Cutu

Dal chiostro al piano terra è accessibile un ambiente sotterraneo che accoglie la ricostruzione della tomba Cutu, una tomba ipogea rinvenuta nel 1983 poco fuori dalle mura etrusche di Perugia, nell'attuale quartiere di Monteluce. Le urne cinerarie e i materiali di corredo sono stati esposti in un ambiente identico, per forma e dimensioni, al sepolcro originario. La tomba ospita un sarcofago e 52 urne cinerarie, appartenuti agli uomini della famiglia Cai Cutu; il capostipite è sepolto nel sarcofago collocato in fondo all'ambiente in asse con l'ingresso, ai lati le urne di Arnth e Larth Cai Cutu e poi tutti i discendenti. L'utilizzo della tomba si data tra III e I sec. a.C.

Umbria - Museo civico di Amelia / sezione archeologica



Il Museo civico archeologico e pinacoteca "Edilberto Rosa" di Amelia è stato inaugurato nell'aprile del 2001 ed è ospitato nell'ex convento di San Francesco (ove, dopo gli espropri in epoca unità d'Italia trovarono spazio dapprima una scuola pubblica gestita dal Municipio, quindi un collegio maschile gestito dai padri salesiani intitolato a Flavio Boccarini, quindi un istituto tecnico commerciale intitolato a Federico Cesi fino agli anni 70 del secolo scorso a cui seguì un periodo di totale abbandono per circa 30 anni) in piazza Augusto Vera. L'ingresso al museo è preceduto da un chiostro tipico dei conventi francescani caratterizzato da un doppio loggiato, realizzato in forme rinascimentali da fra Egidio Delfini nel XVI secolo.
Il museo, diviso su tre livelli ospita diverse collezioni che testimoniano la nascita e lo sviluppo della città di Ameria, antichissimo centro italico, dalla fase pre-romana, al tardo antico passando per il fiorente periodo romano ed in particolare augusteo, periodo nel quale Ameria divenne tra i più importanti municipi della regione. Al piano terra sono ospitati i reperti più antichi tra i quali quelli provenienti dalla necropoli ellenistica dell’ex consorzio Agrario ; al primo piano, dominato dalla presenza della splendida statua bronzea con ritratto di Germanico, si trovano testimonianze del fiorente periodo romano di Amelia, con iscrizioni, capitelli, statue, are, urne funerarie e stele che coprono un periodo che va dal I secolo a.C. fino al II secolo d.C.. Testimonianze che proseguono al secondo piano il quale ospita anche la sezione archeologica medievale e una parte della collezione Spagnoli. Sempre al secondo piano troviamo la pinacoteca con opere pittoriche che abbracciano un periodo che va dal XV al XVIII secolo tra cui ricordiamo il sant’Antonio Abate di Piermatteo d'Amelia. Il percorso museale si è arricchito negli anni di installazioni multimediali ed immersive che accompagnano il visitatore alla comprensione delle vicende legate al generale Germanico Cesare e all’evoluzione della città romana. È presente inoltre un laboratorio didattico attrezzato.
Sezione archeologica
Corredi funerari
Nel 2001, durante uno scavo edilizio, è stata scoperta una necropoli, non lontana da via I Maggio, risalente al IV secolo a.C. Gli oggetti ritrovati sono ora conservati nella sezione preromana del Museo civico. Le tombe ritrovate potrebbero essere appartenute a persone nobili: lo si ricava dalla manifattura e dalla ricchezza dei resti preziosi rinvenuti come accessori per la cura della persona (specchi, pinzette, pettini per sopracciglia), ornamenti (orecchini, anelli preziosi) e altri oggetti di uso quotidiano (caraffe). Sono stati ritrovati, inoltre, dei piccoli vasi di varie grandezze, usati a contenimento dell'olio per alimentare le lucerne, gli askos. Nella stessa sezione del museo si trova lo scheletro di un cane, mancante di alcune parti; venne trovato vicino alla sepoltura di un bambino.
La statua bronzea con ritratto di Germanico

Nell'agosto del 1963 a seguito della demolizione di un mulino, vennero alla luce, fuori dalla cinta muraria antica, non lontano da Porta Romana numerosissimi frammenti di una statua bronzea, raffigurante un personaggio stante identificato in seguito come Nerone Claudio Druso Germanico, membro della dinastia Giulio-Claudia, valente generale e sensibile uomo di cultura, destinato, per volontà dello stesso Augusto, a salire sul trono imperiale.
Nerone Claudio Druso nacque a Roma il 24 maggio del 15 a.C.; rimase orfano nel 9 a.C. ereditando il titolo onorifico di Germanicus che il senato aveva conferito al padre Druso maggiore, fratello di Tiberio, e ai suoi successori, in seguito alla campagna contro i Germani tra il 13 e 19 a.C. Nel 4 d.C viene adottato da Tiberio, per volontà di Augusto che voleva assicurarsi la successione dopo la morte dei figli adottivi.
Germanico inizia la carriera militare sedando, tra il 7 e l'8 d.C., le rivolte in Dalmazia e in Pannonia. Nell'autunno del 14 d.C. Inizia le campagne contro i Germani che si concluderanno con successo. Viene quindi inviato in Oriente per sedare la sommossa guidata dal re Artabano II: al ritorno, in Siria, contrae una malattia sconosciuta. Muore ad Epidaphne vicino Antiochia nel 19 d.C.
La figura poggia il peso del corpo sulla gamba destra, mentre la sinistra è leggermente piegata al ginocchio. Ai piedi porta calzari di pelle mentre dalle spalle scende una leggera tunica di lino manicata. La figura indossa una lorica di tipo anatomico con spallacci, decorata da rilievi sia sul petto che sul dorso, mentre nella parte inferiore sono visibili una doppia serie di pteryges. La testa del personaggio è girata leggermente verso destra nella direzione del braccio destro sollevato nel gesto della adlocutio. Il braccio sinistro è piegato al gomito e tiene con la mano sinistra una lancia e le pieghe del mantello.
Di particolare interesse ed anche bellezza è la ricca decorazione della corazza. La parte posteriore, molto rovinata, è decorata da due figure femminili con corta veste che sono intorno ad un candelabro.
Di grande qualità è la decorazione della fronte della corazza. Appena sotto lo scollo è rappresentata a rilievo Scilla, che solleva il braccio destro nell'atto di gettare una grossa pietra. Al centro c'è la scena dell'agguato di Achille a Troilo. L'eroe greco, nudo, è raffigurato frontalmente, con la testa, coperta da un elmo attico. Con la sinistra sorregge uno scudo circolare, mentre il mantello scende dalla spalla, ed è visibile in parte davanti allo scudo e in parte sullo sfondo. Con la destra afferra per i capelli, nell'intento di disarcionarlo, il giovane Troilo che, nudo, coperto solo da alti calzari e da una clamide fermata al collo, cavalca un destriero che si solleva sulle zampe posteriori. Invano Troilo, alzando le braccia, tenta di difendersi. La scena è fiancheggiata da due vittorie alate entrambi in volo verso il centro ed è decorata in basso da motivi vegetali.
Dobbiamo ricordare che Germanico, per il suo valore militare e per la sua morte in Oriente, venne in seguito associato alla figura di Alessandro Magno e che Achille era l'eroe prediletto di Alessandro. La figura di Troilo, invece può farci pensare al destino di una morte prematura, tra l'altro di un personaggio troiano, da cui secondo il mito celebrato da Virgilio nell'Eneide trae origine la stirpe romana.
Capitello figurato

Il capitello figurato, scolpito nel travertino, è stato ritrovato ad Amelia nel 1963 lungo via delle Rimembranze. È un reperto molto interessante perché non presenta gli stili noti come quelli dorici o corinzi, bensì dei trofei di guerra e rostri di navi; è infatti, con molta probabilità, dedicato al trionfo di Augusto nella battaglia di Azio svoltasi nel 31 a.C., che vide la fine della guerra civile contro Marco Antonio. Il capitello è diviso in quattro facce raffiguranti scene identiche. Viene riprodotto, nella posizione centrale di ogni faccia un trofeo, sorretto da un palo nella parte inferiore, costituito da una corazza ed elmo a calotta. Ai lati del trofeo appaiono delle lance e degli scudi. Si possono notare agli angoli delle facce del capitello, dei rostri di navi, che servivano a speronare gli avversari nel corso degli scontri marittimi: inoltre, le prue delle navi qui raffigurate, sono decorate con polena a testa leonina. Viste le misure del reperto e le sue proporzioni, probabilmente il capitello è stato usato come elemento di colonna onoraria per una statua raffigurante la Vittoria.
Ara Neoattica

L'altare, in marmo greco, è a base circolare e raffigura a rilievo una scena di danza con satiri e ninfe; nella parte superiore corre una decorazione a ghirlande e crani bovini (bucrani), allusivi, questi ultimi, all'abitudine di appendere agli altari o intorno ai templi le teste di buoi o di altri animali sacrificati. Molti dettagli sono andati perduti a causa dei gravi dannaggimenti che ha subito questo reperto, ma fortunatamente abbiamo un'immagine completa della scena grazie ai disegni manoscritti di Giovanni Antonio Dosio, architetto e scultore, che la vide ancora integra nel XVI secolo presso la chiesa di San Secondo, in Amelia. Il pezzo, di grande interesse artistico, è il prodotto di officine scultoree di artisti neoattici che probabilmente si trasferirono a Roma all'inizio del I secolo a.C.
Thesaurus
Il thesaurus era un contenitore in cui si raccoglievano le offerte dei fedeli nei templi: possiamo considerarlo l'antenato della cassetta delle offerte che viene usata oggi nelle chiese. Il thesaurus di Amelia è di marmo bianco e di forma quadrangolare ed in origine aveva anche un coperchio, oggi perduto. Al suo interno era posta una cassa in bronzo che serviva da raccoglitore per le monete. Questo pezzo, in epoca rinascimentale venne utilizzato come fontana; lo si può notare da una rilavorazione eseguita su di un lato. Nella faccia anteriore si trova l'iscrizione che ricorda come quest'opera sia stata donata dal magistrato Tito Roscio Autuma.
Ara funeraria
Si tratta di un altare di forma parallelepipeda, risalente alla seconda metà del I secolo d.C. È lavorata solo su tre dei quattro lati ed è più larga sulla fronte che sui fianchi. Il materiale usato è un marmo bianco a grana fine. Nell'iscrizione, che si trova nella faccia anteriore, si possono leggere delle lettere che fanno pensare alle iniziali del nome e del cognome del defunto a cui era stata dedicata. Ai due spigoli di questa stessa facciata, si possono intravedere delle sfingi sedute che sorreggono sulla testa delle palme su cui troviamo due eroti nudi, di cui solo uno è conservato: questi ultimi sorreggono una ghirlanda di frutta che scende fin sotto l'iscrizione. Tra lo specchio epigrafico e la ghirlanda, si può riconoscere una scena mitologica: si tratta di un momento immediatamente successivo alla nascita di Dioniso. Si riconoscono, infatti Zeus, il piccolo Dioniso ed una figura femminile identificata forse, come Semele, sua madre. Nella parte alta degli angoli delle facce laterali, sono state scolpite due teste d'ariete dalle cui corna partono altre ghirlande; sempre sulle facce laterali, sono riprodotte scene naturalistiche con animali, fiori e frutta.
Leone funerario

Il leone, di dimensioni naturali, è accosciato su una base parallelepipeda. Scolpito nel travertino, è disposto in posizione frontale, con il dorso inarcato, le zampe piegate ad angolo retto e aderenti alla base come a suggerire uno stato di allerta. La testa è molto voluminosa, grazie alla ricca criniera, rispetto al resto del corpo. Il muso è caratterizzato da grandi fauci spalancate, mentre la criniera è resa con effetto realistico attraverso grosse e pesanti ciocche a virgola. La scultura ha subito nei secoli diversi danni che rendono difficile la ricostruzione di tutti particolari, tuttavia, sulla base di alcuni indizi è proponibile ricostruire la zampa sinistra mancante, in posizione sollevata ad artigliare una testa mozzata di animale o umana. L'animale raffigurato appartiene alla nota classe di sculture leonine associate ai monumenti funerari dell'Italia romanizzata soprattutto tra la tarda età repubblicana e l'inizio dell'età imperiale; in particolare questo tipo di leone funerario monumentale ha goduto di un particolare favore nell'Umbria meridionale. Il leone riveste nella simbologia funeraria il ruolo di custode della tomba e di protettore della pace del defunto. La scultura proviene da una zona esterna alle mura, a sud di Amelia, situata lungo il tracciato dell'antica via Amerina. Anche se priva di un contesto, i confronti con altre sculture simili, inducono a collocarla tra la fine dell'età repubblicana e la prima età imperiale.
Erma del dio Termine

Questo manufatto, realizzato in travertino, è formato da un corpo con una base a forma parallelepipeda e da una testa dalle forme sbozzate: raffigura l'immagine del dio Termine. Opere simili venivano poste nelle campagne per delimitare i confini di proprietà, e questo potrebbe spiegare il perché del volto così semplificato che presenta lineamenti poco evidenziati come il naso e la bocca. I capelli sono appena accennati e gli occhi sono di forma molto allungata. Nella parte inferiore corre una breve scritta identificata come la dedica al dio. Il manufatto è stato trovato ad Amelia ed è databile alla fine del I secolo a.C.
Altare funerario
L'altare, di marmo bianco, era già stato utilizzato nella cappella Geraldini, nella chiesa di Santa Firmina, come pila per l'acqua lustrale. Nella parte posteriore destra l'altare è stato tagliato e scalpellato probabilmente quando fu addossato a un pilastro nella cappella Geraldini. Il testo epigrafico, è circondato da colonnine tortili con capitelli corinzi, scene ed animali mitologici. In basso vi è raffigurato Bacco a cavallo di un asino al centro insieme al suo corteggio. Quest'altare fu dedicato a Sessia Labionilla, personaggio del quale non sono noti altri dati. Il manufatto potrebbe riferirsi alla tarda Età flavia o adrianea.
Cassa di urna in travertino

Le casse di urna servivano a contenere le urne cinerarie ed erano solitamente realizzate in travertino. Questa cassa è di forma parallelepipeda. Ai lati della faccia anteriore sono scolpite due lesene ciascuna delle quali presenta la base modanata e un capitello decorato con motivi vegetali: al centro c'è una palmetta con tre petali legata con un listello a due steli terminanti con coppia di foglioline. Sempre sulla fronte della cassa c'è una fascia sporgente dove è riportato il testo epigrafico: T(itus) Gnevidius T(iti) l(ibertus) Secundus fec(it) / Suconiae C(aiae) l(ibertae) Nice matri suae.Il committente, un liberto della gens Gnevidia, fece fare l'urna per la madre Nice, liberta di una donna della gens Suconia; la cassa è stata ritrovata in località Cinquefonti.


  IL SITO E'  IN MANUTENZIONE. TORNERA' ON LINE APPENA POSSIBILE (lasciate un commento, se volete)