venerdì 28 marzo 2025

MAROCCO - Chella / Sala Colonia

 


Chella
, (anticamente Sala Colonia in latino), è un sito archeologico a nord di Rabat, in Marocco. Il sito è la prova della più antica presenza umana nel delta del fiume Bou Regreg, lungo le cui rive Fenici e Cartaginesi stanziarono diverse basi. A circa 3 km dal centro, il complesso si trova al di fuori delle mura della città e occupa il sito della romana Sala, su una bassa collina coperta di vegetazione, rifugio delle cicogne nella stagione riproduttiva. Gli scavi hanno rivelato la presenza di un importante agglomerato e infatti Chella conserva le vestigia di una città romana, con i resti del Decumano Massimo, di un foro presso il quale si riconoscono le tracce della Curia, di una fontana monumentale e di un arco di trionfo.
Il sito rimase poi in stato di abbandono per diversi secoli, fino a che i sultani della dinastia dei Merinidi lo scelsero per edificarvi la loro necropoli nel XII secolo. Circondata da una cinta di mura fortificate, ad essa si accede attraverso una porta monumentale, riccamente decorata e aperta ad arco acuto, ai cui lati sono poste due massicce torri merlate semi-ottagonali. Nella parte superiore del portale è presente un'iscrizione in caratteri cufici, dalla quale si apprende che la costruzione dello stesso fu iniziata dal sultano Abu Yusuf Ya'qub e terminata nel 1339 sotto il regno di Abū al-Ḥasan b. ʿUthmān, il più grande sultano della sua dinastia.
All'interno della necropoli si trovano alcune tombe di marabutti (santi uomini che vivevano monasticamente in un ribāṭ) e, presso una sorgente trasformata in fontana per abluzioni, la necropoli reale con la tomba di Abū al-Ḥasan b. ʿUthmān, la cui stele finemente decorata è sovrastata da una tettoia a muqarnas. Nelle vicinanze sono presenti la moschea di Abū Yūsuf Yaʿqūb con un minareto decorato con maioliche policrome ora in rovina e una zawiya con un oratorio (masjid).
Nella terrazza ai piedi del complesso si estende un incantevole giardino alimentato dalle acque della vicina sorgente ʿAyn Mdafa, che serpeggia nell'incavo della valletta.


MAROCCO - Thamusida


Thamusida è stata un'antica città romana della provincia della Mauretania Tingitana, sorta intorno ad un campo fortificato preceduto da un villaggio berbero (Regno di Mauretania. I resti si trovano presso la località di Sidi Ali ben Ahmed, a circa 10 km dall'attuale città di Kenitra in Marocco.
L'insediamento copriva circa 15 ettari di un pianoro sopraelevato di circa 12 m sulla riva sinistra del fiume Sububus (odierno Sebou), a metà strada tra le antiche città di Sala Colonia (odierna Chella), a sud, e di Iulia Valentia Banasa, a nord, sul percorso di una via tra Tingis (Tangeri) e Sala Colonia.
Il sito era stato frequentato in epoca preistorica e un piccolo insediamento berbero del Regno di Mauretania era sorto nel II secolo a.C., in corrispondenza di un guado sul fiume Sebou. Il fiume era navigabile e le ceramiche ed i bronzi rinvenuti testimoniano che vi arrivavano merci dalla Spagna (Cadice) e dall'Italia.
Al momento dell'occupazione romana e della creazione della provincia della Mauretania Tingitana (nel 40 d.C.), il villaggio venne distrutto. Poco dopo, in epoca flavia (seconda metà del I secolo d.C.) sul pianoro venne costruito un campo militare per un distaccamento dell'esercito, intorno al quale si sviluppò una piccola città, con templi, case e attività produttive. Nella seconda metà del II secolo fu costruito un campo militare più grande e la città venne cinta da mura. Il campo fu abbandonato alla fine del III secolo, ma la città continuò ad essere abitata e fu definitivamente abbandonata solo con la conquista araba, nel VII-VIII secolo. I materiali della città furono riadoperati nel XVII secolo per la costruzione alla foce del fiume della rocca di Mehdya da parte degli spagnoli e le rovine furono definitivamente distrutte da un terremoto nel secolo seguente.
I resti furono identificati con la città citata dalle fonti antiche nel 1874 dal diplomatico e archeologo Charles-Joseph Tissot. I primi scavi furono condotti da studiosi francesi negli anni 1932-1935, 1952-1955 e 1959-1962 e quindi da una cooperazione italo-marocchina a partire dal 1999.
Dell'insediamento berbero precedente alla conquista romana rimangono pochi resti, rinvenuti al di sotto delle strade della successiva città romana, con tracce di distruzione e incendio; le strutture erano probabilmente disposte con una certa regolarità. Un tratto delle mura che circondavano il villaggio fu riutilizzato in seguito come muro di un edificio romano.
Nella zona nord-ovest del sito sono state rinvenute delle fornaci tra cui sono stati individuati cinque forni per la produzione di anfore destinate al commercio del garum, attivi tra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C. e successivamente riutilizzati nella città romana come discariche o come calcara.
Al primo insediamento romano, di epoca flavia, risalgono i resti di un edificio ("Tempio a bugnato" o "Temple à bossages"), interpretato come un tempio con tre celle, di cui resterebbe il lato anteriore del podio, in blocchi bugnati.
Alle origini della città risale anche il primo impianto delle "Terme del fiume" ("Thermes du fleuve"), interamente riportate in luce dagli scavi francesi e che ebbero numerose fasi costruttive (età flavia, età severiana, prima metà del III secolo e seconda metà del III secolo), fino a raggiungere un'estensione di circa 3.000 m quadrati e che costituiscono il più grande impianto termale della provincia. Consistevano di due complessi giustapposti, forse utilizzati separatamente da uomini e donne.
Nel quartiere sud-est della città si trova un santuario di tipo punico, a pianta quadrata ("Temple carrè"), che sorse su un precedente tempio extraurbano del villaggio berbero. Doveva essere dedicato a Venus Caelestis (erede della dea punica Tanit) e al suo paredro, Saturno (erede del dio punico Baal Hammon). Consisteva in una cella quadrata innalzata su un basso podio con due basi per statue e un altare; una scalinata tra due colonne ornamentali precedeva l'altare. Intorno la cella era circondata da un porticato.
Un terzo tempio ("Tempio a tre celle"), lungo la riva del fiume, con la pianta del tipico santuario africano (cella con un porticato antistante) ebbe probabilmente una prima fase con un'unica cella, della fine del I secolo d.C. e fu successivamente trasformato a tre celle affiancate, probabilmente alla metà del II secolo, quando il "Tempio a bugnato" scomparve.
Nella seconda metà del II secolo fu realizzato un grande horreum lungo il fiume ("Bâtiment rectangulaire"), utilizzato come granaio. Ha una pianta leggermente trapezoidale (40,9 m a est e 39,3 m ad ovest per 23,15 m sui lati nord e sud) con una sola entrata sul lato nord verso il fiume. All'interno era articolato in tre navate separate da pilastri con arcate e il pavimento era costituito da un tavolato in legno rialzato.
Tra le abitazioni è stata rivenuta una sola domus ("Domus au dallage"), situata nel quartiere orientale e addossata alla cinta muraria. L'ingresso dà accesso ad un corridoio su cui si aprono quattro botteghe e il vestibolo che permette di entrare nel peristilio, con colonne in mattoni e con una fontana. Intorno al peristilio si aprono le diverse stanze e sul fondo un tablino (stanza di rappresentanza) fiancheggiato dagli appartamenti dei proprietari. Le altre abitazioni erano del tipo "a corridoio centrale", con un corridoio fiancheggiato da tre stanze per lato, alcune di maggiori dimensioni, probabilmente gli ambienti di rappresentanza. Da questo corridoio si accede ad un secondo disimpegno più piccolo, sul quale si aprono altre stanze, probabilmente gli alloggi privati. Esistevano anche case più semplici nei sobborghi della città, con basamenti in pietra e muri in terra, costituite da una o due stanze e in alcuni casi con un cortile con piccoli ambienti (mangiatoie o depositi), che si trovavano principalmente nei suburbi della città.
Il campo militare sorse intorno alla metà del I secolo d.C. sul pendio della collina sopra il pianoro[4] e fu rimaneggiato all'epoca di Marco Aurelio (165,85 m x 138.78 m): si tratta del campo militare più grande della Mauretania[13]. Il campo era circondato da un muro con 14 torri interne a pianta quadrata e con quattro porte, fiancheggiate ciascuna da due torri quadrate sporgenti all'esterno. Gli edifici sono allineati su due strade che si incrociano ad angolo retto e al centro si trovavano i principia (quartier generale), consistente in un cortile porticato con ambienti su tre lati; l'ambiente al centro del lato ovest, con un podio (alto 1.2 m e di 10 m x 7 m) accessibile da una serie di gradini, doveva essere il sacrario delle insegne e si presentava come un'edicola con due semicolonne e due lesene. Il sacrario fu costruito in epoca flavia e rimaneggiato all'epoca di Marco Aurelio.
Il lato nord dei principia fu trasformato in epoca severiana, con la costruzione di un ambiente a pianta basilicale che occupò parte del cortile: si tratta di una basilica exercitatoria, per lo svolgimento delle esercitazioni militari al coperto.
Gli edifici per l'alloggiamento delle truppe erano una dozzina: erano costituiti da un passaggio centrale scoperto sul quale si aprivano le stanze da letto, precedute da una tettoia poggiata su pilastri. Nella parte ovest dovevano trovarsi stalle e ambienti di servizio, tra cui un forno per la cottura del pane, e un granaio (10 m x 45 m) con pavimento in legno sopraelevato e intercapedine aerata per mezzo di aperture. Costruito in età flavia, la pavimentazione venne rifatta nella prima metà del II secolo, abbassando l'intercapedine.
La città romana fu cinta da mura nel II secolo (epoca di Commodo), nello stesso periodo in cui anche altri centri della provincia costruirono cinte difensive, a testimonianza di una situazione non tranquilla in corrispondenza della frontiera dell'impero in quest'epoca. Le mura hanno una pianta a forma di trapezio irregolare e sono dotate di torri semicircolari esterne. Sono orientate secondo i punti cardinali, con il lato nord lungo il fiume. Sul lato est inglobarono edifici precedenti.
Sui tre lati sud, est ed ovest si aprono tre porte principali e ci sono altre due postierle (sul lato est, all'angolo nord-ovest e probabilmente sul lato sud in corrispondenza di una strada. Anche sul lato nord è ipotizzabile un accesso verso il porto, forse in corrispondenza del granaio.
La porta est, la più monumentale, aveva due fornici, uno più grande e uno più piccolo, destinato ai pedoni, e all'interno un grande arco che chiudeva lo spazio tra le torri formando un cavedio.
Nel suburbio fuori dalle mura sorgevano abitazioni sparse e strutture produttive o commerciali. Nella zona est doveva sorgere la necropoli della città.



MAROCCO - Iulia Valentia Banasa

 

Iulia Valentia Banasa
 fu una delle tre colonie romane della Mauretania Tingitana (Marocco settentrionale) fondate da Augusto tra il 33 e il 25 a.C. per i veterani della battaglia di Azio.
Si trovava sulla riva meridionale del fiume Sebou, sul sito oggi noto come Sidi Ali Boujenoun. All'inizio del regno di Marco Aurelio, Banasa divenne la Colonia Aurelia. Nel 285 la provincia romana della Mauretania Tingitana si ridusse ai territori a nord di Lixus. Banasa fu quindi abbandonata.
Tra le rovine di Banasa si trovano i caratteristici elementi di una città romana: un forum con una basilica, a campidoglio ed i bagni, oltre a strade disposte regolarmente. Molti degli edifici risalgono all'inizio del III secolo. Il nome latino Valentia significa "giovane", "forte", e può essere paragonato a Valence (Francia) e Valencia (Spagna), anch'esse colonie. Augusto fondò almeno dodici colonie romane in Mauritania, nonostante fosse un regno assoggettato e non una vera provincia dell'impero. 
Alcune delle principali città romane contemporanee alla Iulia Valentia Banasa, furono Chella e Volubilis, con quest'ultima che condivide con Banasa la presenza di una basilica e di strade disposte regolarmente.
I reperti scavati a Banasa sono esposti presso il Museo archeologico di Rabat.


giovedì 27 marzo 2025

SCULTORI - Eutichide

 
Eutichide
 (in greco antico: Εὐτυχίδης, Eutychides; Sicione, ... – ...; fl. 300 a.C. circa) è stato uno scultore e pittore greco antico, allievo di Lisippo e attivo intorno al 300 a.C. circa, soprattutto come bronzista.
La data entro la quale Plinio indica il floruit di Eutichide (la 121ª Olimpiade) corrisponde alla commissione che egli dovette ricevere per la creazione della statua commemorativa della fondazione di Antiochia. L'opera ci è nota attraverso riproduzioni su gemme, monete e opere di toreutica, grazie alle quali è stato possibile identificarla in alcune copie di epoca romana: tra queste la statuetta marmorea ai Musei vaticani (nella foto). La Tyche, personificazione della città, era un colosso bronzeo ed era rappresentata seduta su una roccia con ai piedi il fiume Orontes. Doveva essere una figura potente e monumentale, dotata di un ritmo chiuso e spiraliforme, movimentato dalle pieghe del manto, dall'incrociarsi delle gambe e dalla torsione del busto.
Gli si attribuiscono anche una statua del fiume Eurotas (Nat. hist., XXXIV, 78), descritta anche in un epigramma della Antologia palatina (IX, 709), la statua di un atleta fanciullo vincitore a Olimpia (Pausania, VI, 2, 6), un Dioniso confluito in seguito nella collezione di Asinio Pollione (Nat. hist., XXXVI, 34) e il dipinto di una Nike su una quadriga (Nat. hist., XXXV, 141).

SCULTORI - Damofonte di Messene

 
Damofonte di Messene
(Messene, II secolo a.C. – II secolo a.C.) è stato uno scultore greco antico appartenente al periodo del medio ellenismo.
Fu uno dei primi classicisti e la sua attività segna il momento in cui la perdita di vitalità della scultura ellenistica cede il passo alla rievocazione delle opere di epoca classica, quella che le fonti di Plinio definirono "la rinascita dell'arte" datata alla metà del II secolo a.C. (v. Neoatticismo). Le opere di Damofonte sono state descritte da Pausania, la più nota è il gruppo scultoreo colossale eseguito per il tempio di Despoina a Licosura in Arcadia, i cui frammenti, rinvenuti nel 1889, sono conservati in parte nel museo locale e in parte nel Museo archeologico nazionale di Atene. L'opera, riprodotta su monete, rappresentava Despoina con la madre Demetra alla presenza di Artemide e del titano Anytos, tutore di Despoina.

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