lunedì 20 aprile 2026

SPAGNA - Museo nazionale archeologico di Tarragona

 

Il Museo nazionale archeologico di Tarragona (in spagnolo: Museo Nacional Arqueológico de Tarragona; in catalano: Museu Nacional Arqueològic de Tarragona; MNAT) è un museo archeologico di Tarragona che conserva numerosi reperti di epoca Romana provenienti in larga parte dal sito archeologico di Tarraco.
Il museo, che è gestito dal Dipartimento della cultura del Consiglio esecutivo della Catalogna, include anche la Villa romana di Centcelles, la Necropoli paleocristiana, la Villa dels Munts, il Teatro romano, l'Arco di Berà, la Torre degli Scipioni e lo spazio espositivo Tinglado 4. L'edificio principale del museo è tutelato come Monumento storico.
Le origini del museo vanno ricercate nella costituzione del Museo delle antichità, annesso all'Accademia di disegno di Tarragona, operata tra il 1834 e il 1836 su iniziativa di Vicenç Roig i Besora, direttore della stessa accademia che si adoperò insieme ad altri nel recupero di numerosi reperti di epoca romana, emersi prevalentemente in occasione delle trasformazioni urbanistiche che interessarono Tarragona e modificarono l'assetto dei resti dell'antica città di Tarraco; alla costituzione e gestione del museo partecipò anche il governo locale della città.
Il museo ottenne lo status di istituzione pubblica intorno al 1845 su iniziativa della Commissione provinciale dei monumenti, istituita per salvaguardare il patrimonio secolarizzato in seguito alla desamortización operata dal governo di Juan Álvarez Mendizábal nel 1836. Nel 1849 il museo fu trasferito presso la sede della Società archeologica tarraconense dove rimase fino al 1853, quando l'ispettore delle antichità Buenaventura Hernández Sanahuja ne decretò lo spostamento presso il convento di San Domenico, dove rimase per i successivi 100 anni (fatta eccezione per una parantesi durante la Guerra civile spagnola, nell'ambito della quale il governo catalano ordinò lo spostamento delle collezioni presso il Palazzo arcivescovile).
Nel 1960 il museo si trasferì presso una nuova sede, appositamente progettata da Francisco Monravá Soler su un pre-esistente muro romano e realizzata tra il 1940 e il 1943.
A partire dal 2018 l'edificio principale del museo è chiuso per lavori di ristrutturazione e parte della collezione è stata trasferita presso lo spazio espositivo Tinglado 4, ricavato presso un edificio del porto di Tarragona, dove è stata allestita la mostra TARRACO/MNAT.


Toscana - Museo di preistoria e protostoria della Valle del Fiora

 

Il Museo di preistoria e protostoria della Valle del Fiora è un museo situato a Manciano, in provincia di Grosseto.
Il museo fu inaugurato nel 1985 all'interno di Palazzo Nardelli, già Meus, edificio costruito tra il 1824 e il 1848 nelle adiacenze della rocca aldobrandesca. Lo scopo del museo è quello di documentare un lungo periodo di tempo che va dal Paleolitico all'età del Bronzo finale nei territori della valle del Fiora. Le principali campagne di scavo nel territorio mancianese furono condotte dall'archeologa Nuccia Negroni Catacchio dell'Università Statale di Milano. Nel 1995 l'allestimento è stato ampliato e completato con una videoteca interattiva. Dal 2004 il museo è inserito nella rete museale provinciale Musei di Maremma.
Il percorso didattico inizia in una sala in cui sono illustrate le caratteristiche storico-ambientali della valle del Fiora e in cui sono introdotti metodi e finalità della ricerca archeologica. La visita continua nelle sale del museo in un percorso che affronta i vari periodi della preistoria a partire dal Paleolitico, corredando pannelli esplicativi con reperti rinvenuti nelle varie campagne di scavo. Sono visibili alcuni strumenti litici del territorio di Vulci e ben settecentonovantanove manufatti – schegge, ciottoli – ritrovati a Montauto risalenti al Paleolitico inferiore; ma anche resti di animali, come quelli di un elefante preistorico (Elephas antiquus), rinvenuti nel 1965 in una cava di farina presso Valle Nocchia, Pitigliano, a testimonianza della presenza in epoca antichissima di elefanti e rinoceronti nei territori della Maremma. Dopo le testimonianze del Paleolitico medio e superiore, provenienti in buona parte dalle zone pedemontane del Monte Amiata, un'altra sala introduce il visitatore al Neolitico, periodo in cui vengono prodotte le prime ceramiche e in cui gli uomini si stabiliscono in villaggi stabili e scoprono l'allevamento e la coltivazione della terra. Nelle vetrine sono esposte punte di freccia, utensili litici, asce di pietra levigata e altre pietre lavorate, resti di antiche fusaiole; vengono documentate le prime capanne – come quella di Poggio Olivastro nel viterbese – e appare l'ossidiana, vetro vulcanico: alcuni esemplari rinvenuti nella zona di Manciano sono di probabile importazione dalla Sardegna. I maggiori reperti del Neolitico esposti in questa sala provengono da Pitigliano (Vacasio, Poggio Lucio) e da Manciano (Poderi del Bufalo).
Il percorso prosegue introducendo il visitatore all'età del Rame, quando l'uomo iniziava a lavorare per la prima volta i metalli. Nell'area della valle del Fiora, tra la Maremma a sud di Grosseto e la Tuscia viterbese, vide la luce a partire dal IV millennio a.C. la civiltà di Rinaldone, così chiamata dal nome di una località nei pressi di Montefiascone dove venne scoperta per la prima volta: nei territori grossetani sono state ritrovate numerose necropoli riferibili proprio a questa civiltà, ma nessun centro abitato. Numerosi reperti – corredi funebri tra cui spiccano i cosiddetti vasi a fiasco – sono stati rinvenuti nella grotta dei Sassi Neri, presso Capalbio, in varie località del mancianese (Lasconcino, Le Calle, Poggio Capanne) e nelle necropoli di Corano, Poggialti Vallelunga e Poggio Formica, nei dintorni di Pitigliano. La civiltà di Rinaldone scomparve per cause sconosciute agli inizi del II millennio a.C..
Infine, le ultime sale documentano il periodo dell'età del Bronzo, esponendo numerosi frammenti di ceramiche provenienti da varie località della valle del Fiora; sono anche conservati alcuni bronzi dal ripostiglio di Montemerano ed una collezione di asce e pugnali da Sovana e dal Monte Amiata. Il visitatore può anche osservare alcuni corredi delle tombe a incinerazione del Bagnatoio e di Cavallin del Bufalo e dagli abitati di Poggio Buco (località Le Sparne) e delle Sorgenti della Nova, riferibili all'età del Bronzo finale. L'ultima sala è infine dedicata all'antico abitato di Scarceta (Manciano), ininterrottamente frequentato dal Bronzo medio al Bronzo finale e scoperto casualmente nel 1959 da Valeriana Monaci, una giovane pastorella, mentre guidava il gregge di pecore lungo il pianoro. Durante le sei campagne di scavo, effettuati a partire dal 1970, sono state riportate alla luce quarantuno strutture, molte delle quali capanne; al museo sono esposti numerosi reperti rinvenuti in loco: chiodi, collane, contenitori per cibi, anelli, giocattoli, una piccola figura antropomorfa, un frammento di pavimento in concotto, perfettamente conservato, e anche alcuni interessanti frammenti di ceramica micenea.

Toscana - Museo archeologico nazionale di Castiglioncello

 

Il Museo archeologico nazionale di Castiglioncello si trova in via del Museo 8 a Castiglioncello, frazione di Rosignano Marittimo.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Toscana, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Fondato nel 1914 da Luigi Adriano Milani, il museo di Castiglioncello fu un pionieristico esempio di museo decentrato, dove confluirono i reperti scavati da una necropoli etrusca del IV-I secolo a.C., rinvenuta durante dei lavori di urbanizzazione tra il 1903 e il 1911.
Secondo la moda eclettica del tempo, al museo venne data una veste architettonica che richiamava il contenuto, ispirandosi alle fome dei tempietti delle urnette etrusche, e scegliendo un suggestivo sito sulla sommità di un poggio immerso nella macchia mediterranea, con ampia vista sul mare (oggi tuttavia coperta dalla vegetazione).
Trascurato, il museo subì un lento declino fino al 1972, quando venne chiuso e la sua collezione trasferita al Museo archeologico nazionale di Firenze. Con una rinnovata attenzione al territorio, il museo è stato restaurato, riallestito e riaperto nel 2011.


Toscana - Museo civico archeologico di Pitigliano

 

Il Museo civico archeologico di Pitigliano è un museo situato a Pitigliano all'interno di un'ala di palazzo Orsini. Un primo museo archeologico a Pitigliano era stato inaugurato il 5 giugno 1864 congiuntamente alla biblioteca comunale ed era semplicemente definito come antiquarium. Inizialmente semplice "contenitore" di oggetti di qualche particolarità artistica e raccolti senza alcuna distinzione, ospitava oltre a pezzi antichi, anche quadri e collezioni di vario genere. Grazie ad una serie di improvvisate campagne archeologiche nei territori di Sovana e Poggio Buco, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, il piccolo museo si era specializzato sempre più in una precisa tipologia e aveva iniziato a trasformarsi in museo archeologico. Tuttavia nel secondo dopoguerra, la precarietà delle strutture e il continuo pericolo dei furti fecero fatto sì che fu preferibile trasferire i pezzi nei musei di Grosseto e di Firenze e chiudere il piccolo antiquario di Pitigliano. Dopo quasi cinquant'anni, grazie alla donazione di reperti collezionati dalla signora Adele Vaselli, la quale negli anni tra il 1955 e il 1960 aveva condotto una serie di scavi nei terreni di sua proprietà presso Poggio Buco, viene inaugurato nel 1995 il nuovo museo civico archeologico di Pitigliano. Il museo è inserito nella rete provinciale Musei di Maremma.
Il museo è ospitato in sei sale in un'ala di palazzo Orsini, e vi si accede dal cortile interno del chiostro. Il monumentale edificio è un imponente palazzo fortificato, costruito come rocca dagli Aldobrandeschi tra XI e XII secolo, successivamente trasformato in palazzo nobiliare dagli Orsini a partire dal 1313, quando divenne sede della contea ursinea. Nel 1520, Gianfrancesco Orsini fece chiamare l'architetto Antonio da Sangallo il Giovane, affidandogli il compito di progettare un piano di ristrutturazione del palazzo. L'aspetto attuale è dovuto ad alcune ristrutturazioni effettuate dai Lorena dopo il 1737 e, soprattutto, dai vescovi di Sovana – l'edificio fu ceduto interamente alla diocesi nel 1793 – tra il 1861 e il 1865, con la demolizione del ponte levatoio e la modifica dei bastioni per ampliamento della sede stradale. Il complesso della fortezza è stato restaurato a partire dal 1980.
Il piccolo museo, composto da sei sale, si articola in due sezioni: la prima riguarda i reperti provenienti dall'area di Poggio Buco ed è costituita dalla collezione Vaselli; la seconda ospita i ritrovamenti derivanti dall'antico sito di Pitigliano, costituita in parte da reperti rinvenuti durante gli scavi nell'area urbana, e la collezione Martinucci, proveniente dal museo archeologico nazionale di Firenze. Inoltre, nella prima sala con biglietteria è presente una vetrina con tre reperti: una testa di Dioniso, una testa di fanciullo consacrato al culto isiaco e uno specchio con manico sul quale sono raffigurati i Dioscuri, di provenienza ignota.
La prima sezione, quella della collezione Adele Vaselli, accoglie i reperti provenienti da Poggio Buco, che testimoniano la presenza di una fiorente città con una cultura e un'attività artistica differente da quella della vicina Pitigliano, che però scomparve agli inizi del VI secolo a.C. per cause sconosciute. Si possono osservare frammenti dell'XI secolo a.C., tazze, piattelli, olle, coppe (kotyle), calici, brocche (oinochoe) ad impasto grezzo dell'VIII secolo a.C., e altri in argilla depurata con decorazione geometrica che vanno dalla fine dell'VIII alla prima metà del VII secolo a.C.. Inoltre si può ammirare un'interessante esposizione di corredo da simposio in bucchero nero pesante, databile intorno al 650-580 a.C.: grandi crateri per miscelare il vino, vasi per il trasporto dell'acqua (hydriai), un grande vaso per attingere (kyathos), un'anfora. Si segnala anche la presenza di una produzione di ceramiche con decorazioni etrusco-corinzie del periodo orientalizzante, databile tra il 630 e il 580 a.C., che consta di una selezione di unguentari di varie forme e misure (aryballos e alabastron), brocca con versatoio (oinochoe), brocche senza versatoio (olpe), coppe (kyliches) e anfore.
La seconda sezione custodisce reperti provenienti dalle campagne di scavo nell'abitato di Pitigliano e della collezione Bernardino Martinucci. L'indagine archeologica del 1985 ha riportato alla luce frammenti ceramici in un arco di tempo che va dal XVII all'XI secolo a.C., alcuni frammenti ossei animali (orso, tasso, cavallo, bue, cervo e cinghiale), e una piccola ascia in pietra verde del IV millennio a.C.. Una seconda indagine, effettuata nel 1998, condotta nell'area delle Macerie, zona del paese adiacente a piazza della Repubblica distrutta da un bombardamento nel 1944, ha rilevato materiali ceramici che vanno dal XII al III secolo a.C.. Tra i pezzi più interessanti si segnalano una parte di coppa (skyphos) in argilla depurata del IV secolo a.C. decorata con il dipinto di un volatile di grandi dimensioni, e un frammento di coppa con due anse (kylix) in ceramica attica sul quale si riconosce la figura in nero di un uomo che corre, risalente al terzo quarto del VI secolo a.C.. 
Le ultime tre vetrine di questa sezione ospitano la collezione ottocentesca dell'ex sindaco di Pitigliano e ispettore degli scavi archeologici Bernardino Martinucci. Tale raccolta è composta da brocche con versatoio (oinochoe) con decorazione incisa, coppe con due anse (kantharoi) ad impasto bruno, olle e piattelli: tra questi ultimi si segnala quello con iscrizione di possesso «APUNIES MI» – «io (sono) di Apunie» – della seconda metà del VI secolo a.C. Interessante è anche il frammento di coppa attica ad occhioni (kylix) dipinta del 530 a.C., raffigurante una scena di due duellanti (monomachia) con iscrizione acclamatoria suddipinta «LUKOS KALOS», cioè «Lukos bello».
Lungo il percorso museale è visibile ai visitatori anche il magazzino con laboratorio di restauro.


Toscana - Museo archeologico di Montelupo

 

Il Museo archeologico di Montelupo si trova a Montelupo Fiorentino. È stato inaugurato come "Museo della ceramica e del territorio" nel 1983 nella sede dell'antico Palazzo del Podestà. Nel 1985 è stata aperta la sezione archeologica per ospitare il materiale di scavo rinvenuto nel territorio del comune di Montelupo e nelle zone limitrofe anche dal locale gruppo archeologico.
Nel 2007 la sezione archeologica è stata trasferita nella nuova sede museale della chiesa dei SS. Quirico e Lucia, dietro la villa medicea, all'interno del relativo grande parco. Tale nuova collocazione è stata resa possibile grazie al recupero della struttura, risalente al XVII secolo, attuata al termine di una complessa campagna di scavo che hanno consentito di rinvenire, sotto l'attuale chiesa, alcune strutture religiose risalenti al X - XI secolo, con relative sepolture nell'abside, attualmente visibili attraverso il pavimento trasparente del museo.


Il museo espone oltre 1000 pezzi, frutto di oltre 30 anni di scavi nel territorio del Medio Valdarno Fiorentino, nella Bassa val di Pesa e nel Montalbano.
Il materiale esposto va dalla preistoria al tardo medioevo, passando dall'età dei metalli, agli etruschi e ai romani. Tra i reperti più significativi il bacile di bronzo dorato con l'effigie di Carlo Magno (risalente all'inizio del XII secolo) ed un olifante in terracotta, proveniente dal sito etrusco di Montereggi.
Il museo continua a svolgere campagne di scavo in collaborazione con le università di Siena e di Firenze, sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologica per la Toscana e con il supporto dei volontari del locale Gruppo archeologico di Montelupo Fiorentino, e svolge attività didattiche in diversi siti archeologici (villaggio dell'età del bronzo di Bibbiani, tomba etrusca "dell'Uovo", sempre a Bibbiani, abitato di Montereggi, villa romana del Vergigno ed area archeologica medievale di San Genesio.


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