domenica 19 aprile 2026

SPAGNA - Reccopolis

 

Reccopolis
 (spagnolo: Recópolis), situata nei pressi della piccola odierna città di Zorita de los Canes in provincia di Guadalajara, Castiglia-La Mancia (Spagna), fu una delle almeno quattro piccole città fondate in Hispania dai Visigoti.
Reccopolis venne fondata nel 578 dal re visigoto Leovigildo e chiamata così in onore del figlio Recaredo I, al fine di essere usata come sede di Recaredo stesso, nella provincia di Celtiberia, ad est della Carpetania, dove si trovava la principale capitale visigota, Toledo. In questa città, nell'VIII secolo, i visigoti si sottomisero ai musulmani in cambio della loro protezione. I Mori non distrussero la città, chiamandola Madinät Raqquba, nonostante riciclassero il materiale da costruzione per erigere una fortezza su una collina accanto alla città. La città subì un declino ed il sito venne incendiato, saccheggiato, razziato ed infine abbandonato nel X secolo. Le sue "vaste rovine" a Cerro de la Olíva rimasero dimenticate fino al XII secolo. Il suo nucleo urbano, con paralleli bizantini, è centrato su un palazzo con funzioni reali ed amministrative, connesso ad una cappella palatina.
Gli scavi archeologici svolti a Reccopolis hanno portato alla luce tracce delle mura cittadine costruite con torri ogni trenta metri, un acquedotto, quartieri residenziali e commerciali che occupano trenta ettari, mercati ed una zecca. Sulla parete occidentale si trova una sola porta d'entrata. All'interno una seconda porta permette l'accesso alla "città alta" comprendente il palazzo e la cappella, mentre la "città bassa" conteneva le case dei normali cittadini, quartieri commerciali e caserme.
Il palazzo era strutturato su due piani. Al piano inferiore si trovava una singola stanza (forse un granaio) con una base di colonne che sostenevano il piano superiore che, giudicando dai resti del pavimento, era probabilmente il piano nobile. Il soffitto era fatto a mosaico, come si usava in tempi romani. La cappella del palazzo, sostituita in seguito dalla Nuestra Señora de Recatel in stile romanico, rappresenta forse l'ultima chiesa ariana. Era costruita come una basilica, con una navata centrale separata con mura dalle laterali, che permettevano l'accesso al transetto, ma non permettevano il passaggio diretto nella navata centrale; l'abside semicircolare appariva rettangolare vista dall'esterno. Ad un profondo nartece si accedeva tramite una sola entrata centrale. Nella basilica venne scoperto un nascondiglio di monete, che permettono di datare la costruzione a prima del 580-83. Le monete permettono anche di dimostrare un certo livello culturale, con pezzi d'oro della serie merovingia, monete sueve provenienti dal regno di Galizia ed alcune raffiguranti Giustiniano II Rinotmeto, oltre ovviamente a monete della stessa Hispania visigota. A Reccopolis esisteva anche una zecca, le cui monete sono state datate al regno di Witiza del primo VIII secolo.
Il sito cittadino, di cui solo una parte è stata scavata, è protetto dal progetto Parque Arqueológico Recópolis. Nel 2007 il Museo Arqueológico Regional Alcala de Henares ha organizzato una mostra intitolata "Recópolis: un paseo por la ciudad Visigoda".

SPAGNA - Grotta di Altamira

 

La grotta di Altamira è una caverna spagnola famosa per le pitture parietali del Paleolitico superiore raffiguranti mammiferi selvatici e mani umane. Si trova nei pressi di Santillana del Mar in Cantabria, 30 chilometri ad ovest di Santander, nel nord della Spagna.
È stata inclusa tra i Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1985. Nel 2008 il nome del patrimonio è stato modificato da "Grotta di Altamira" in Grotta di Altamira e arte rupestre paleolitica della Spagna settentrionale in seguito all'aggiunta di 17 altre grotte.
La grotta originaria è lunga 270 metri e consiste di una serie di passaggi intrecciati e di camere. Il cunicolo principale ha un'altezza variabile dai due ai sei metri. La caverna si è formata grazie al crollo di precedenti fenomeni carsici nella roccia calcarea del monte Vispieres.
Gli scavi archeologici nel fondo della cava hanno portato alla luce ricchi depositi di arte del Solutreano superiore (circa 18.500 anni fa) e del Magdaleniano inferiore (tra i 16.500 e i 14.000 anni fa). Nel lungo intervallo di tempo fra questi due periodi di occupazione umana la grotta è stata usata solo da animali selvatici. Il sito si trova in un punto strategico per poter sfruttare la disponibilità di cibo costituito dalla ricca fauna che abitava le vallate delle montagne circostanti. Circa 13.000 anni fa una frana bloccò l'entrata della caverna, preservandone così il contenuto fino alla scoperta casuale avvenuta nel 1879 in seguito al crollo di un albero.


L'occupazione umana della grotta è stata limitata all'entrata, nonostante siano state trovate pitture per tutta la lunghezza del cunicolo. Gli artisti usarono carboncino e ocra o ematite per dipingere, spesso diluendo i colori per produrre tonalità diverse e creare così effetti di chiaroscuro; sfruttarono anche i contorni naturali dei muri per dare un'impressione di tridimensionalità ai soggetti. Il Soffitto Multicolore è l'opera più appariscente e mostra un branco di bisonti in differenti posizioni, due cavalli, un grande cervo e probabilmente un cinghiale.
La datazione di queste opere si può far risalire al Magdaleniano per quanto riguarda animali e forme astratte. Le immagini attribuite al Solutreano raffigurano invece cavalli, capre e impronte di mani. Numerose altre caverne nel nord della Spagna contengono esempi di arte paleolitica, ma nessuna di loro è qualitativamente o quantitativamente paragonabile ad Altamira.
Nel 1879 l'archeologo dilettante Marcelino Sanz de Sautuola scoprì, grazie a sua figlia María di 9 anni, le pitture sulla volta della grotta. La grotta venne poi scavata dallo stesso Sautuola e dall'archeologo Juan Vilanova y Piera dell'Università di Madrid che riportarono i risultati del loro lavoro in un notissimo studio pubblicato nel 1880, in cui facevano risalire all'età paleolitica le opere rinvenute. Gli specialisti francesi, guidati da Gabriel de Mortillet ed Émile Cartailhac, rigettarono senza appello le ipotesi di Sautuola e Piera e le loro scoperte furono ridicolizzate al Congresso preistorico di Lisbona del 1880. A causa della loro elevata qualità artistica e dell'eccezionale stato di conservazione, Sautuola venne anche accusato di truffa; un contadino locale sostenne addirittura che le pitture erano state create da un artista contemporaneo su ordine di Sautuola.
Fu solo nel 1902, dopo che altre scoperte avevano contribuito ad avallare l'ipotesi dell'estrema antichità dei dipinti di Altamira, che la società scientifica si decise a rivedere il proprio giudizio sulle scoperte dei due spagnoli. In quell'anno Émile Cartailhac ammise enfaticamente il proprio errore nel celebre articolo intitolato Mea culpa d'un sceptique, pubblicato sul giornale L'Anthropologie, mentre un altro archeologo francese, Joseph Déchelette, definì Altamira "la Cappella Sistina della preistoria". Sautuola, morto 14 anni prima, non poté assistere al trionfo delle sue teorie. Iniziarono immediatamente altri scavi, effettuati da Hermilio Alcalde del Río (1902-1904), cui seguirono quelli del tedesco Hugo Obermaier (1924-1925) e, più avanti, di Joaquín González Echegaray (1981). Nel 2008, infine, grazie al sistema di datazione uranio-torio, alcuni dipinti sono stati fatti risalire a 35.000-25.000 anni fa. Inoltre, studi recenti confermano l'ipotesi che in vari casi ci si trovi di fronte a opere "collettive" completate nell'arco di migliaia di anni.
Negli anni sessanta e settanta le pitture vennero danneggiate dall'eccesso di anidride carbonica, prodotta dal fiato dei numerosissimi visitatori. Altamira venne quindi chiusa al pubblico a partire dal 1977, per poi riaprire parzialmente nel 1982. Da allora i visitatori sono stati accettati in numero tanto ridotto che, per vedere le opere, la lista d'attesa era di almeno tre anni.
Per ovviare in qualche modo all'inconveniente, nel 2001 Manuel Franquelo e Sven Nebel hanno costruito poco distante una copia fedele della grotta e un museo. Questi permettono una vista più sicura e confortevole dei dipinti colorati della grotta principale, insieme a una selezione di altri lavori minori che comprende anche alcune sculture di facce umane non visitabili nella grotta originale,  la quale pertanto è stata definitivamente chiusa al pubblico nel 2002. Esistono altre sue copie nel Museo archeologico nazionale di Spagna, nel Deutsches Museum a Monaco di Baviera (completata nel 1964) e in Giappone, al Parque España-Shima Spain Village (completata nel 1993).

SPAGNA - Puente Mayor del Tormes

 

Il Puente Mayor del Tormes, meglio noto come ponte romano di Salamanca è un ponte sul fiume Tormes della città spagnola di Salamanca, in Castiglia e León (Spagna centrale), eretto in epoca romana, intorno al I-II secolo d.C. e parzialmente rifatto tra il XVI e il XVII secolo.Era parte della Via dell'Argento, la strada che univa Mérida ad Astorga.
L'epoca di costruzione è incerta. Secondo alcuni storici, risalirebbe al I secolo d.C., ovvero all'epoca dell'imperatore Traiano; altri lo fanno risalire all'epoca di Augusto, altri ancora all'epoca di Vespasiano. L'attribuzione all'epoca di Traiano sarebbe avvalorata dal fatto che tale imperatore fu uno dei fautori della Via dell'Argento.
Il ponte si trova in un terreno roccioso nella parte sud-occidentale del centro cittadino, nei pressi del Museo Art Nouveau y Art Déco. Il ponte misura circa 176 metri[1] in lunghezza e 3,70 metri in larghezza. È composto di 26 arcate a tutto sesto, 15 (o 11, secondo un'altra fonte) delle quali sono originali di epoca romana, mentre le restanti sono il frutto di rifacimento avvenuto tra il XVI e il XVII secolo.

SPAGNA - Cáparra


 Cáparra
 è un'antica città romana che si trovava nella provincia della Lusitania.
La città sorgeva su un promontorio che domina il fiume Ambroz, affluente del fiume Alagón.
Appartenne al conventus iuridicus della capitale provinciale, Augusta Emerita. Si trovava sul percorso della via Delapidata (oggi via de la Plata).
Il sito archeologico si trova oggi al confine tra i comuni di Oliva de Plasencia e di Guijo de Granadilla, nella provincia di Cáceres (comunità autonoma spagnola di Estremadura).
 La città è menzionata nelle fonti antiche:
- nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), che nomina tra gli stipendiari (che pagavano a Roma un tributo), i Caperenses;
- nella Geografia di Claudio Tolomeo [II secolo), che la cita come Kapasa o Kapara e la elenca tra le città dei Vettoni;
- nell'Itinerario antonino (inizi del III secolo);
- nella Cosmografia ravennate (VII secolo).


Alcuni frammenti ceramici hanno condotto ad ipotizzare che la città romana fosse sorta su un insediamento più antico, del quale tuttavia non sono state rinvenute tracce archeologiche.
Nel 74 d.C. le provincie ispaniche ottennero da un editto dell'imperatore Vespasiano la concessione della cittadinanza di diritto latino e in un momento imprecisato dell'età flavia la città divenne un municipio come ''Municipium Flavium Caparensis. Secondo il diritto latino i magistrati cittadini accedevano alla cittadinanza romana e venivano iscritti alla tribù Quirina.
La città si sviluppò in quest'epoca, a cui appartengono i resti dei maggiori edifici pubblici. In seguito alla vittoria di Settimio Severo su Clodio Albino le autorità cittadine eressero un monumento a Giulia Domna, del quale si conserva la dedica.
La città decadde e si spopolò progressivamente in epoca successiva. Le testimonianze delle iscrizioni sui miliari della via Delapidata, rinvenuti presso la città, mostrano che la strada era stata riparata ancora sotto Massimiano (286-305) e sotto l'usurpatore Decenzio (350-353).


La città era di piccole dimensioni, con un'estensione dell'abitato racchiuso da mura di circa 15 o 16 ettari, ma sono state rinvenute abitazioni anche in un sobborgo esterno alle mura verso nord-est.
Aveva pianta regolare, con strade ortogonali, impostate sull'asse dell'antica via Delapidata, che la attraversava da nord a sud costituendone il decumano massimo. Alle estremità del decumano erano porte di accesso monumentali, una delle quali si era conservata fino al 1728
Nel centro cittadino la via principale era scavalcata dall'arco di Cáparra, un arco quadrifronte onorario di carattere privato, eretto in epoca flavia da un eminente cittadino in onore dei genitori e della moglie. L'arco è situato in prossimità del foro cittadino, dotato di una curia e di una basilica civile sul lato sud.
A nord ovest si trova un complesso termale (33 x 36 m) che costeggia il decumano massimo, costruito anch'esso in epoca flavia, dotato di una palestra sul lato sud e costeggiato da taberne sul lato nord. L'accesso al complesso avveniva da un cardine sul lato ovest.
Nella zona a sud-est, all'esterno delle mura, si trova un anfiteatro, costruito con due muri ovali concentrici con riempimento in terra sopra il quale sorgevano le gradinate per gli spettatori.

SPAGNA - Tiermes

 

Tiermes 
(in latino Termes) è un'antica città celtiberica e romana e un sito archeologico che si trova nel comune di Montejo de Tiermes (provincia di Soria, Castiglia e León, in Spagna).
La città fu un centro della tribù celtiberica degli Arevaci e rappresentò insieme a Numanzia il fulcro della resistenza durante le guerre celtibere. Fu espugnata tra il 97 e il 93 a.C. dal proconsole (governatore) della provincia di Spagna citeriore Tito Didio. In seguito alla conquista la popolazione fu costretta a spostarsi verso il piano sottostante alla rocca, proibendo la ricostruzione delle mura.
La città fece parte in epoca romana, alla quale appartengono i maggiori resti conservati, del conventus di Clunia e nel corso del I secolo acquisì lo stato di municipio. Nel III secolo fu dotata di mura.
In epoca visigota fu ancora attiva, ma in modo ridotto, come testimoniano sepolture di quest'epoca nell'area del foro. La sua posizione di confine in epoca islamica ne determinò probabilmente l'abbandono.
Dopo la Reconquista vi venne costruita una chiesa del XII secolo intitolata a Santa Maria di Tiermes, e due monasteri, dipendenti dalla vicina città di Caracena. La chiesa nel XVI secolo era divenuta un santuario (eremo), senza popolazione residente. La chiesa conserva capitelli e portale con sculture romaniche.
Dopo le prime indagini dell'erudito di Soria Nicolás Rabal (1887), scavi archeologici furono condotti nella città a partire dagli inizi del XX secolo (Narciso Sentenach nel 1910 e 1911, Ignacio Calvo nel 1913, Blas Taracena nel 1930-1970, José Luis Argente Oliver nel 1975-1998)
La città era impiantata sulle pendici di un rilievo costituito da arenaria rossa, che permise la costruzione di abitazioni rupestri (scavate nella roccia).
I resti archeologici sono disposti su diverse terrazze e nella pianura meridionale.
  • Gradinata scavata nella roccia: spazio pubblico monumentale di incerta data e funzione, con gradinata divisa in settori e con scalinate di accesso, nei pressi della porta del Sole, uno degli antichi accessi.
  • Complesso rupestre meridionale: conserva i resti di abitazioni probabilmente originarie di epoca celtiberica, scavate nella roccia su due piani, nella parte posteriore, e con facciata in muratura di epoca romana. Sono presenti 11 case divise in due zone, separate da una scala. La "casa de las Hornacinas", tra queste, presenta anche un ulteriore piano sopraelevato.
  • Canale dell'acquedotto: scavato nella roccia, conduce l'acqua dalla collina verso la città romana, in parte sotterraneo
  • Porta dell'ovest: accesso pedonale alla città
  • "Casa dell'acquedotto", residenza di 1800 m2 con 35 ambienti su diversi livelli collegati da scale. Lo zoccolo era scavato nella pietra del colle, mentre l'alzato era in legno con rivestimento di intonaco, decorato con pitture murali.
  • Foro centrale con tempio dedicato al culto imperiale e piazza porticata e un macellum con taberne.
Gli oggetti rinvenuti sono conservati nel Museo monografico di Tiermes, sezione del Museo numantino di Soria.

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