domenica 29 marzo 2026

Lazio - Roma, Mosaico del Gladiatore

 

Il Mosaico del Gladiatore è un famoso mosaico risalente al periodo tardo-imperiale (verso l'anno 320) ritrovato nella proprietà della famiglia Borghese a Torrenova, sulla Via Casilina alla periferia di Roma, nel 1834. Si tratta di uno dei pezzi pregiati che sono andati ad arricchire la Collezione Borghese dopo che questa era stata impoverita a seguito della vendita di buona parte della collezione a Napoleone Bonaparte, che poi provvide a farla trasferire al Louvre di Parigi.
Nel mosaico è raffigurato l'epilogo del combattimento tra il gladiatore Astivus, che giace a terra morente col piede poggiato sul suo ampio scudo, e il gladiatore reziario Astacius, in procinto di sferrare il colpo mortale col proprio pugnale, il pugio. A contorno della rappresentazione nel mosaico compaiono altre figure, tra cui lo stesso Astacius, disarmato, che saluta la propria vittoria, e il reziario Rodan, anch'egli morto, riconoscibile dall'inconfondibile paraspalla, il galerus.
Accanto ai nomi dei gladiatori morti durante il combattimento è presente il cosiddetto theta nigrum, ovvero la lettera greca Θ ("theta"), iniziale della parola "thnetòs", cioè "morto". 

Lazio - Roma, Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco

 

Il Museo di scultura antica Giovanni Barracco fa parte del sistema Musei in Comune di Roma ed è situato nel rione Parione, vicino a Campo de' Fiori. Raccoglie diverse opere di arte classica e del Vicino Oriente, donate al Comune dal barone Giovanni Barracco nel 1904.
La prima sede del Museo di Scultura Antica
Non avendo eredi diretti (non si era mai sposato e non aveva figli), Giovanni Barracco maturò la decisione di donare la sua collezione alla città di Roma. Fu insignito per questo della cittadinanza onoraria di Roma. Gli fu anche messa a disposizione un'area per farne un'adeguata sede museale, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. Il museo, denominato Museo di Scultura Antica, fu progettato da Gaetano Koch, con il quale Barracco aveva già collaborato quando, da Questore del Senato del Regno, aveva presieduto alla ristrutturazione e all'adeguamento di Palazzo Madama.
Giovanni Barracco seguì personalmente la fase progettuale e la realizzazione del Museo di Scultura Antica, che si presentava come un tempio classico. Su richiesta di Barracco, il Museo fu dotato di un impianto di riscaldamento (il primo in Italia), di ampie vetrate per una corretta illuminazione delle opere esposte, e di basi girevoli per permettere la visione a tutto tondo di alcune sculture. Al Museo fu legata anche la biblioteca personale di Giovanni Barracco.
Negli ultimi anni della vita, Giovanni Barracco trasferì la propria abitazione in Corso Vittorio Emanuele II, presso il Museo, e continuò ad arricchire la collezione. Lasciò, nel testamento, indicazioni ai suoi eredi affinché acquistassero alcune pubblicazioni per la biblioteca del Museo, del quale Ludwig Pollak, conosciuto per il fortuito ritrovamento nel 1906 del braccio di marmo mancante del Gruppo del Laocoonte, sarebbe rimasto Conservatore fino alla sua deportazione da parte della Gestapo nel 1943.
Il Museo di Scultura Antica fu demolito nel 1938 in occasione dei lavori di sistemazione di Corso Vittorio Emanuele II successivi alla costruzione del Ponte Vittorio Emanuele II. La collezione fu trasferita presso l'Osteria dell'Orso e successivamente nei magazzini dei Musei Capitolini. Nel 1948 il Museo fu riallestito nel Palazzo della Farnesina ai Baullari a Corso Vittorio Emanuele II, messo appositamente a disposizione dal Comune di Roma.
La nuova sede: la Piccola Farnesina ai Baullari
La palazzina, la cui facciata è attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane, fu costruita nel 1523 da un prelato bretone Thomas Le Roy (latinizzato in Tomas Regis), che per aver ben lavorato alla stipula del concordato fra papa Leone X e Francesco I all'indomani della battaglia di Marignano, fu autorizzato da quest'ultimo ad arricchire il proprio emblema con il giglio di Francia (portato a Roma dai Farnese) - che infatti ricorre in tutta la decorazione della palazzina, e dal quale molto probabilmente deriva all'edificio il nome di "Piccola Farnesina".
Dopo varie vicende ereditarie e giudiziarie, l'immobile passò nel 1671 ai Silvestri, il cui emblema con lo scorpione compare al primo piano, e infine fu espropriato nel 1885 dal Comune di Roma, che stava tracciando il nuovo asse stradale di corso Vittorio per collegare piazza Venezia a San Pietro. L'edificio fu salvato dalle demolizioni che interessarono i palazzi circostanti, liberato da sopraelevazioni che vi erano state aggiunte, restaurato e integrato con una nuova facciata su Corso Vittorio costruita nello stesso stile e l'attuale breve gradinata di ingresso. Questi lavori furono realizzati "aere publico" e conclusi nel 1901, come testimonia l'iscrizione apposta sul cornicione marcapiano lungo corso Vittorio.
Nel 1899, durante gli scavi volti a consolidarne le fondazioni in occasione di questi lavori, furono scoperte strutture pertinenti a una casa romana di IV secolo che, al contrario di quanto accadde ad altri analoghi ritrovamenti venuti in luce durante le demolizioni nella zona, furono salvate, attualmente visitabili solo il fine settimana. Vi si riconoscono, a circa quattro metri sotto l'attuale piano stradale, la pavimentazione in marmo bianco di un cortile, la base di una fontana circolare il cui bacino è stato lasciato in situ, due lati di un peristilio con colonne di riuso del I secolo, affreschi di soggetto acquatico e di caccia, tracce di pavimenti in opus sectile in alcuni degli ambienti che davano sul peristilio. La destinazione dell'edificio non è chiara ed è probabilmente mutata nel tempo.


Esposizioni
Sale I e II - Arte egizia. Arte sumera e assira
Le prime due sale sono dedicate all'arte egizia, con diversi materiali provenienti da alcune aste parigine e diversi scavi effettuati direttamente in Egitto; si tratta della prima parte collezionata dal barone Barracco. La stele di Nofer è un frammento in calcare attribuito all'omonimo scriba della IV dinastia, ritratto davanti a un altare per le offerte. Proveniente originariamente dalla necropoli di Giza, Ismail Enver lo donò a Girolamo Bonaparte; a Parigi il barone Barracco acquistò il pezzo per la sua collezione. Vicino è presente una piccola statua fabbricata in legno e molto probabilmente risalente alla XII dinastia, sulle cui mani sono stati realizzati alcuni geroglifici. 
Una rarità è la sfinge femminile attribuita alla regina Hatshepsut (XVIII dinastia) in granito nero, la cui iscrizione menziona il fratello Thutmose II di cui la regina fu reggente. L'opera è stata ritrovata nel sito romano dell'Iseo Campense del I secolo, nei pressi del Campo Marzio.
Poco oltre si trovano un ritratto giovanile di Ramses II, rappresentazione dell'omonimo faraone del Nuovo Regno, realizzata sempre in granito nero, e con la corona doppia e un elmo, accompagnati dall'ureo sacro. Prodotta invece con la diorite è la figura di un sacerdote barbato, che Barracco credeva rappresentasse l'imperatore romano Giulio Cesare, mentre l'acconciatura fa pensare in realtà a un comune sacerdote dell'antica Roma; inoltre, la particolare fascia sulla testa con una stella a otto punte ricorda propriamente un personaggio di tipo sacerdotale. L'opera sarebbe databile al III secolo. Oltre alla maschera funebre d'epoca tolemaica, dello stesso tempo è anche una grande clessidra di Tolomeo Filadelfo, costruita in pietra basaltica ma ritrovata in frammenti presso il Serapeo Campense di Roma. Se all'esterno sono state realizzate alcune iscrizioni dedicate al re egiziano Tolomeo II, l'interno invece presente alcune tacche funzionali all'uso di questo strumento come clessidra, poi in realtà divenuto vaso d'offerta nei secoli successivi. Si ricordano anche un vaso canopo con coperchio cinocefalo, in calcite e appartenente alla XXVI dinastia, e una rara protome leonina in legno della XX dinastia.
Nelle teche sono raccolti alcuni chiodi di fondazione della terza dinastia di Ur, realizzati in bronzo, solitamente con scopo apotropaico; provengono prevalentemente dalla Mesopotamia meridionale. Poco avanti è situato un genio alato inginocchiato verso destra, un rilievo in calcare alabastrino risalente all'età di Assurnasirpal e proveniente dal Palazzo di Nimrud; nello stesso settore sono esposti altri rilievi della stessa epoca. Un ultimo esempio di straordinaria fattura è il rilievo che raffigura alcune donne in un palmento, ritrovato nella città di Ninive. Altri rilievi da menzionare sono quelli che raffigurano alcuni arcieri assiri, dei guerrieri elamiti, palafrenieri e cavalli in alta bardatura, e altri arcieri elamiti in alta uniforme, dell'epoca di Assurbanipal, sempre dal Palazzo di Ninive.
Sala III - Arte etrusca
La sala mostra alcune opere di fattura etrusca, fra cui una testa femminile, originariamente posta a decorazione di una tomba nei pressi di Bolsena e datata al II secolo a.C. Inoltre viene esposto anche un cippo funerario in pietra fetida con una splendida narrazione iconografica ai lati; il reperto proviene da Chianciano, molto probabilmente venne realizzato su commissione ed è stato attribuito ad un'epoca compresa fra il 500 e il 460 a.C.


Sala IV - Arte cipriota
Una statua di Heracles-Melquart (inizio V secolo a.C.) è in mostra mentre veste una pelle leonina e mantiene un piccolo leone nella mano sinistra: l'opera venne donata al barone Barracco nel 1909. Altra opera della stessa area culturale è un modesto ma pregevole carro da parata con due personaggi, prodotto in calcare policromato che vede molto probabilmente protagonisti una madre col proprio figlio durante lo svolgimento di alcune celebrazioni cultuali; proviene da Amatunte, località dell'isola di Cipro, e gli studiosi la datano al secondo quarto del V secolo a.C.
Arte fenicia
Per l'arte degli antichi Fenici sono esposte una protome di leone in alabastro - collocata all'esterno della sala, sul pianerottolo - proveniente da Sant'Antioco (Sardegna) e collocabile fra il IV e il III secolo a.C. Poco più avanti si trova la parte superiore di un sarcofago antropoide, più esattamente il coperchio, datato alla fine del V secolo a.C. e originario di Sidone, una delle città principali della regione fenicia.
Sale V e VI - Arte greca
Nella prima sala si trovano numerose testimonianze dell'arte greca: due teste di Atena appartenenti allo stile severo (V secolo a.C.), e un Hermes Kriophoros della prima metà dello stesso secolo; la forma ovale del viso, l'ingrossamento delle palpebre e le grandi labbra carnose evidenziano i primi stilemi di questo nuovo periodo artistico. 
A lato è esposto il busto del sileno Marsia di Mirone, che insieme a una statua di Atena componeva un gruppo statuario dedicato all'interno dell'Acropoli ateniese verso il 450 a.C.; si tratta però di una copia romana, in marmo pario, risalente al II secolo. Altri esempi della statuaria greca sono la testa apollinea (tipo Kassel) raffigurante Apollo Parnopios, e un'altra protome dello stesso dio ma attribuita a Prassitele. Nel primo caso si tratta della copia di un originale in bronzo, molto probabilmente dedicato dagli abitanti di Atene per essere scampati da un'invasione di cavallette: le forme, maggiori rispetto alla realtà, farebbero pensare a una datazione intorno al 460 a.C., anche se si tratta di una copia di età Flavia (I secolo). La statua di Prassitele invece risale al 350 a.C. e raffigura il dio senza vesti mentre riposa, con la mano destra sulla testa.
Nel museo sono conservati anche alcuni reperti fittili, come un rilievo funerario con due figure maschili, con ogni probabilità un originale attico del V secolo a.C.; è presente anche una raffigurazione votiva per Apollo (la dedica è realizzata lungo il bordo superiore e inferiore) della metà del IV secolo a.C., con quattro fanciulli e un anziano, con a lato le tre divinità di Delfi: Leto, Apollo e Diana. Infine sono numerose anche le ceramiche presenti, rappresentate da un lekythos funerario attico e alcune anfore ateniesi a figure nere della prima metà del V secolo a.C.
Sala VII - Arte ellenistica
Fra le opere di età ellenistica è presente una testa maschile, riproduzione romana del II secolo, forse raffigurante Alessandro Magno. Di grande rilevanza è la rappresentazione di una cagna ferita replica in marmo pentelico di un originale bronzeo del copista Sopatro, il cui nome è indicato con tre lettere sulla base dell'opera; all'epoca di Plinio l'opera originale si trovava ancora presso il tempio di Giove Capitolino, a Roma.
Sala IX - Arte italica e romana
Vi sono alcune opere di fattura romana, come la statua di un giovane della famiglia Giulio-Claudia, forse lo stesso imperatore Nerone, scoperta nella Villa di Livia (soprannominata ad gallinas albas a Prima Porta) e risalente al I secolo. Accanto si trovano tre stele funerarie da Palmira (Siria), raffiguranti due donne e un uomo del III secolo, prodotte in calcare.
Arte medievale
Qui si trova il frammento di un mosaico policromo a tessere grandi del XII secolo commissionato da papa Innocenzo III per l'antica basilica di San Pietro in Vaticano, asportato durante la costruzione della nuova basilica di Michelangelo.


Marche - Stele di Novilara

 

Le stele di Novilara sono due stele in pietra arenaria che si crede provenienti dalla necropoli picena di Novilara, nella provincia di Pesaro e Urbino; risalgono dunque all'Età del Ferro.
Del gruppo delle stele di Novilara fanno parte altre stele provenienti dal mercato antiquario, e aventi caratteristiche analoghe.
Le due stele si distinguono perché una di esse è caratterizzata da una ricca figurazione incisa, mentre l'altra contiene un testo iscritto in un alfabeto chiamato convenzionalmente "nord piceno o di Novilara". Vennero scoperte nella seconda metà del XIX secolo.
La stele presenta delle incisioni che raffigurano decorazioni geometriche e scene figurate di guerrieri e battaglie navali, nonché iscrizioni della lingua detta convenzionalmente "lingua picena settentrionale". È esposta al Museo archeologico oliveriano di Pesaro.
La stele figurata di Novilara è frammentaria e più antica (VII secolo a.C.) delle altre. Nel frammento rimasto, è raffigurata una nave a vela spiegata, con rematori in azione e, nella parte inferiore, uno scontro navale tra due imbarcazioni più piccole. La poppa e la prua di tutte le imbarcazioni presentano elementi a forma di serpente.
La stele iscritta di Novilara, con dodici righe di testo, è un documento fondamentale della lingua convenzionalmente detta "picena settentrionale"; è conservata dal 25 maggio 1904 al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini (oggi Museo delle Civiltà) a Roma, in seguito ad acquisto da parte del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1892.
Le circostanze di rinvenimento della stele sono ignote; secondo l'archeologo Edoardo Brizio, proverrebbe da San Nicola in Valmanente di Pesaro.
Il significato dell'iscrizione ha sempre suscitato accesi dibattiti e le interpretazioni più disparate, mentre sin dall'epoca del ritrovamento è nota la traslitterazione delle dodici righe, dal momento che si tratta di alfabeto del tipo greco antico-etrusco-italico, scritto da destra verso sinistra, in uso in Italia nel VI-V sec. a.C.

Veneto - Venezia, stele del Censimento

 
La lapide di Venezia (in latino: Lapis Venetus o Titulus Venetus), nota anche come stele del censimento, è un'epigrafe latina conservata nel Museo archeologico nazionale di Venezia, catalogata come CIL III 6687, ILS 2683.
L'iscrizione giunse a Venezia come zavorra di una nave proveniente da Beirut e rinvenuta nel 1674. L'originale venne copiato ed edito nel 1719, ma poi scomparve, cosicché la copia venne ritenuta falsa. Nel 1880 venne ritrovata alla Giudecca la parte inferiore dell'originale, riutilizzata come davanzale di una finestra nella casa di Nicolo Venier vicino a Sant'Antonio, descritta da S. Orsato.
Traduzione italiana: «Quinto Emilio, figlio di Quinto, negli accampamenti del divo augusto sotto P. Sulpicio Quirinio legato di Cesare per la Siria, fui insignito di onori come prefetto della coorte augusta I e prefetto della coorte II classica; io pure per comando di Quirinio condussi un censimento dei 117 mila uomini cittadini della città di Apamena (in Siria); sempre per comando di Quirinio, avendo mosso contro gli iturei del monte Libano, conquistai una loro fortificazione.»
La lapide nomina tra l'altro un censimento di Publio Sulpicio Quirinio (vedi censimento di Quirinio) svolto presso la città siriaca di Apamea che godeva di statuto autonomo sul modello delle polis greche. La data del censimento non è precisata e gli studiosi lo identificano col censimento di Quirinio in Siria e Giudea nel 6-7 d.C. oppure con un censimento parallelo a quello universale indetto da Augusto nell'8 a.C. Alcuni studiosi la riferiscono all'anno del consolato di Quirinio, il 12 a.C.
Indipendentemente dalla data, secondo gli studiosi cristiani la lapide risulta una testimonianza preziosa in quanto testimonia l'esistenza di un censimento organizzato da funzionari romani in un territorio alleato: questo rende verosimile il "primo censimento" di Quirinio nominato nel Vangelo di Luca (2,1-2) nel territorio palestinese del rex socius Erode il Grande in occasione del quale nacque Gesù.

Veneto - Venezia, Museo archeologico / Apollo Licio

 


L'Apollo Licio o Apollo Liceo (in lingua greca Ἀπόλλων Λύκειος, Apollōn Lukeios) è una scultura in bronzo attribuita a Prassitele ed oggi esistente solo attraverso copie marmoree di epoca romana del I secolo a.C. e raffigurazioni sulle monete. La fama della statua diede il via a tutta una tipologia di statuaria conosciuta per l'appunto come "tipo Apollo Licio".
Il dio Apollo viene mostrato mentre se ne sta appoggiato ad un supporto, un tronco d'albero o un cavalletto, mentre l'avambraccio destro tocca la parte superiore della testa; i capelli sono fissati in trecce sulla sommità del capo in un taglio di capelli tipico dell'infanzia e della primissima gioventù. Alcuni dei suoi modelli principali sono l'"Apollino" di Firenze e l'"Apollo Medici" conservato alla galleria degli Uffizi.
È stato chiamato "Liceo" dopo la sua identificazione con un'opera perduta descritta, anche se non attribuita ad alcuno scultore specifico, da Luciano di Samosata come presente nel Liceo di Aristotele, originariamente uno dei ginnasi dell'antica Atene. Secondo l'autore del II secolo d.C. il dio stava appoggiato su un supporto, con l'arco nella mano sinistra e la destra appoggiata sulla testa, mostrato come se fosse a riposo dopo un lungo sforzo.
L'attribuzione al maestro ateniese, sulla base delle proporzioni allungate, della posa elegante e dell'anatomia generale un po' da effeminato, così come caratterizzato dalla storica dell'arte italiana Brunilde Sismondo Ridgway, è tradizionalmente sostenuta anche per la somiglianza con l'Hermes con Dioniso oggi al museo archeologico di Olimpia; di volta in volta il tipo di "Apollo Licio" è stato passato e visto come replica dell'"Hermes".
Il confronto per individuarne l'autore si basa essenzialmente sull'"Apollino", la cui testa ha proporzioni del tutto simili a quella dell'Afrodite cnidia ed il cui contrapposto assai pronunciato conferma l'idea di lunga data che possa trattarsi dello stile peculiare della scuola di Prassitele, nonostante le molte differenze esistenti tra le copie prodotte in seguito.
Tuttavia la maggior parte degli esemplari di questo tipo presenta una muscolatura pronunciata che non assomiglia ai tipi maschili normalmente attribuiti a Prassitele; è stato anche supposto che possa in realtà trattarsi di un'opera del suo contemporaneo Eufranore, o anche risalente ad un'epoca storica successiva. L'Apollino da parte sua sarebbe quindi una creazione eclettica di epoca romana che mescola stili diversi, dal secondo classicismo in poi (IV secolo a.C.).
La famosa posa con il braccio appoggiato sulla testa era così accuratamente identificata con Apollo che è stata utilizzata per la scultura del giovane Antinoo raffigurato come il dio solare a Leptis Magna, uno dei grandi esempi di arte adrianea. Con le raffigurazioni prima ellenistiche e poi romane di un Dioniso giovane tipologicamente non sempre distinguibile da Apollo la posa sembra essere stata ereditata, come si può notare ad esempio nella scultura romana del II secolo del Dioniso Ludovisi.
La posa viene utilizzata anche nella statua di Amazzone ferita ed ha una lunga tradizione convenzionale anche nel tipo di Arianna addormentata per dare il senso d'abbandono e stanchezza.

nelle immagini dall'alto, Apollo Licio - Museo archeologico nazionale di Venezia, Museo del Louvre di Parigi, British Museum di Londra


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