domenica 8 febbraio 2026

IRAQ - Vaso di Uruk

 

Il vaso di Uruk (detto anche vaso di Warka) è un sottile vaso di alabastro scolpito, rinvenuto fra le rovine del complesso del tempio della dea sumera Inanna dell'antica città di Uruk, nell'Iraq meridionale. La sua eccezionalità è dovuta — come la "mangiatoia di Uruk" e la tavoletta di Narmer egizia — al fatto di essere una delle prime opere note di scultura in rilievo raffigurante una sorta di narrativa; è datata circa al 3200-3000 a.C. Di contro, sculture semplici sono note anche da periodi di molto precedenti, ad esempio dal sito di Göbekli Tepe, risalente al 9000 a.C. circa.
La decorazione del vaso è suddivisa in quattro ordini distinti i cui rilievi si svolgono dal basso verso l'alto.
Il registro di fondo raffigura la vegetazione del delta del Tigri e dell'Eufrate, con i suoi canneti e le coltivazioni di grano. Gli elementi naturalistici di questa parte inferiore del vaso illustrano la presenza d'acqua e piante, palma da datteri, l'orzo e il grano. Al di sopra di questa vegetazione arieti e pecore si alternano mentre marciano in corteo, su una fila, presentati di profilo. La processione prosegue nel secondo registro, al centro, vi sono uomini nudi che trasportano coppe e ceste di offerte alimentari. Nella parte alta, infine, la processione si conclude nell'area del tempio dove è raffigurata la dea Inanna che accetta l'offerta votiva. Inanna attende le offerte davanti ad un cancello (identificabile da due fasci di canna decorati con stendardi pendenti), nel suo santuario col magazzino riccamente riempito. Una figura nuda le offre una ciotola di frutta e grano. Il lugal di Uruk, vestito con una stoffa cerimoniale arrotolata intorno alla vita e una lunga cintura, è alla guida della processione e sta di fronte alla dea. Questa scena potrebbe illustrare il matrimonio rituale tra la dea e Dumuzi, il suo consorte che assicura la continua vitalità di Uruk. La raffigurazione sul vaso illustra una porzione della visione della natura secondo i Sumeri, che, secondo l'antropologa Susan Pollock, mostra come le gerarchie sociali e naturali fossero molto probabilmente tra loro simili nell'antica Mesopotamia.
La tematica iconografica del vaso è comune al periodo di Uruk III (chiamato anche periodo di Gemdet Nasr). Altri manufatti sono decorati con scene di offerte agli dei contenute in vasi; un sigillo cilindrico riporta, ad esempio, un dignitario seguito da altri uomini che offre una capra alla divinità e i vasi sul sigillo hanno fattezze simili a quelli rappresentati sul vaso di Uruk, così come le corna di una capra ricordano quelle rappresentate sulla stele degli avvoltoi. Allo stesso modo, figure maschili nude sono rappresentate su sigilli dello stesso periodo mentre stanno compiendo ogni sorta di attività.
L'atto di offrire prodotti del raccolto alla dea (o a una sua sacerdotessa, come è stato a volte ipotizzato), documenta, sul vaso di Uruk, l'esistenza di rituali di ringraziamento alla dea, fonte di abbondanza. I frutti del raccolto precedente sono portati alla dea per affermare la gratitudine del suo popolo in un ciclo di donazioni reciproco, anticipando le elargizioni divine per l'anno successivo. Simili cerimonie sono state riscontrate nell'antico mondo mesopotamico, come più tardi, in periodo sargonide, nel festival di Enlil dove le ricche offerte testimoniavano della fertilità del passato anno e anticipavano quella della stagione a venire.
Il vaso fu scoperto in frammenti dagli assiriologi tedeschi durante la loro sesta stagione di scavi a Uruk nel 1933/1934. Il ritrovamento è stato registrato col numero W14873 nel quaderno di scavo della spedizione, che il 2 gennaio 1934 recitava: "Großes Gefäß aus Alabster, ca. 96 cm hoch mit Flachrelief" ("grande contenitore di alabastro, circa 96 cm di altezza con rilievi piatti"). Il vaso, che mostrava segni di un'antica riparazione, era alto circa 1 metro. Altre fonti parlano di un'altezza di 106 cm e con un diametro superiore di 36 cm.
Il vaso prende il suo nome dal moderno villaggio di Warka, nel governatorato di al-Muthanna, sul sito dell'antica Uruk dei Sumeri. Dell'originale è stato realizzato un calco in gesso e questa riproduzione è rimasta per molti decenni nella sala 5 del Vorderasiatisches Museum di Berlino[.
Il vaso di Uruk è stato fra le migliaia di manufatti saccheggiati dal Museo nazionale iracheno durante l'invasione dell'Iraq del 2003. Nell'aprile del 2003 fu strappato con forza dalla base su cui era montato, spezzandosi alla base (il piede del vaso rimase attaccato alla base della vetrina frantumata).
Il vaso fu successivamente restituito il 12 giugno 2003 da tre uomini non identificati, poco più che ventenni, alla guida di un veicolo Toyota rosso, alle porte del museo.
Dopo la restituzione, il vaso restò spezzato in 14 pezzi e fu annunciato che sarebbe stato restaurato. Un paio di fotografie di confronto, pubblicate dall'Istituto orientale dell'università di Chicago, mostrarono danni significativi alla parte superiore e inferiore dell'artefatto.
Il vaso di Uruk, interamente restaurato, dal 2015 è esposto al museo nazionale iracheno col numero d'inventario IM19606.

IRAQ - Dama di Warka

 

La Dama di Warka (dal nome del moderno villaggio di Warka situato vicino all'antica città di Uruk), conosciuta anche come la Signora di Uruk o Maschera di Warka, è una statua sumera ritrovata sul sito di Uruk. Si tratta di una delle prime rappresentazioni del volto umano, risalente al periodo di Gemdet Nasr circa 3100 a.C. Il volto femminile in marmo scolpito potrebbe essere una raffigurazione della dea Inanna. L'opera d'arte non ha paralleli nel periodo ed è unica nel suo genere. È esposta al Museo nazionale iracheno, recuperata intatta dopo il saccheggio del museo a seguito dell'invasione statunitense dell'Iraq del 2003.
La Dama di Warka è unica in quanto è la prima rappresentazione accurata e realistica del volto umano. Tentativi precedenti, come la testa di Tell Brak, non erano anatomicamente accurati e presentavano nasi e orecchie sproporzionati. Alta 21,2 cm, la scultura era in origine molto probabilmente parte di una statua a grandezza naturale, probabilmente un idolo in legno dipinto, con le aree esposte della "pelle" (braccia, mani, piedi e, ovviamente, la testa) realizzate in marmo bianco, un materiale considerato molto raro a Sumer. La parte posteriore della testa potrebbe essere stata ricoperta di bitume, sotto ad uno strato di metallo colorato (con foglia d'oro o di rame). La parte posteriore della testa è piatta, con fori per il fissaggio con borchie di metallo dalla parrucca, che forse erano incise. Gli occhi e le sopracciglia scavate recano tracce di un'antica tarsia, forse realizzata con conchiglie e lapislazzuli: queste decorazioni, come altre, indicano che l'artefatto potrebbe essere una rappresentazione divina di grandissimo valore.
I buchi alle orecchie indicano che la testa una volta indossava gioielli. Anche parti delle sopracciglia e dei capelli erano enfatizzate con intarsi colorati.
La Dama di Warka fu scoperta il 22 febbraio 1939 dalla spedizione dell'Istituto archeologico germanico, guidato dal dottor Arnold Nöldeke. L'Istituto effettuava una campagna di scavo nella città di Uruk, a sud della moderna Baghdad. La scultura è stata trovata nel quartiere Eanna (o Ianna) della città, così chiamato per i templi dedicati alla dea Inanna che vi si trovano.
Durante il saccheggio del museo nazionale iracheno, fra il 10 e 12 aprile del 2003, mentre gli Stati Uniti stavano invadendo il paese, la scultura della Dama di Warka venne rubata insieme ad altri quaranta pezzi, tra cui il vaso di Uruk e la statua di Bassetki.
Lo sforzo per recuperare questi manufatti è stato guidato dal colonnello Matthew Bogdanos, che ha avviato un'indagine il 21 aprile successivo. Tuttavia, è stata l'812ª compagnia di polizia militare USAR di Orangeburg a recuperare la scultura poco prima di ottobre. A seguito di una soffiata, la polizia militare condusse un'incursione durante la quale vennero recuperati molti reperti archeologici rubati, ma non la Dama di Warka. Seguì però l'interrogatorio di un contadino, che ammise aver nascosto un'antichità, in questo caso la scultura mancante, sepolta nel retro della sua fattoria in una buca profonda 15 cm. La Dama di Warka era intatta e senza deterioramenti.

BULGARIA - Tesoro di Kubrat

 


Il tesoro di Kubrat è unico e comprende più di 800 oggetti, tra i quali spiccano la spada e l'anello del sovrano della Grande Bulgaria Antica
Fu scoperto per caso nel 1912 vicino a Poltava, quindi nell'Impero russo. Si ritiene che il tesoro fosse nella tomba del khan Kubrat. La spada era un dono dell'imperatore Eraclio I. Il 24 maggio 2019, in occasione della Giornata dell'Illuminismo bulgaro e della cultura e della scrittura slava, per la prima volta dalla loro apertura, la spada e l'anello sono tornati in Bulgaria, a Sofia. Alla presentazione della spada e dell'anello a Sofia ha partecipato il direttore generale dell'UNESCO, Audrey Azoulay.

Sicilia - Gela, Museo dei Relitti Greci

 

Il Museo dei Relitti Greci è un museo che ha sede a Gela, nell’area archeologica di Bosco Littorio. Nato come espansione del museo archeologico regionale, custodisce i relitti di tre navi greche rinvenute nei fondali del golfo di Gela, insieme al loro carico originale.
Qualche anno dopo la sua costruzione nel 1958, il museo archeologico di Gela si dimostrò inadeguato ad accogliere l’enorme moltitudine di reperti recuperati nelle successive campagne di scavo. Nel 1988, con la scoperta della prima nave, il problema divenne ancora più evidente in quanto l’intero relitto non avrebbe potuto essere ospitato all'interno di locali così ristretti: per fare fronte a questa esigenza, nel 2010 l'assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana stanziò oltre 5 milioni di euro per la costruzione di un nuovo museo all'interno dell’area archeologica di Bosco Littorio, un luogo significativo vista la presenza di un emporio arcaico e della foce del fiume Gela, dove verosimilmente era collocato il porto dell’antica città greca cui attraccavano proprio le suddette navi.
I lavori di costruzione del museo sono partiti ufficialmente nel 2021 e si sono conclusi nel 2024 con il collaudo della struttura. Ad aprile 2025 sono iniziati i lavori di allestimento del relitto Gela I, l'unico attualmente esposto; l'inaugurazione con la conseguente apertura al pubblico è infine avvenuta il 24 febbraio 2026 alla presenza delle varie cariche regionali e provinciali.


L'edificio, dalla superficie espositiva di 4000m², è stato progettato dall'architetto Ettore di Mauro con un'ampia copertura in legno che ricorda nelle forme la carena rovesciata di un'imbarcazione. Al centro della sala principale è disposto il relitto "Gela I" con il lungo paramezzale, i madieri e parte del fasciame. Intorno, in apposte vetrine, sono esposti i reperti più significativi del carico costituito prevalentemente da anfore vinarie e olearie, oltre a ceramica attica, vasi figurati, lucerne, coppe, scodelle e vari oggetti di uso comune per la vita di bordo, tra i quali uno zufolo fittile e un piccolo corredo devozionale con due are in terracotta e una statuetta fittile di divinità femminile. Completano l’allestimento una camera immersiva e uno spazio dotato di visori per la realtà virtuale attraverso i quali rivivere alcune fasi del “viaggio” dell’imbarcazione.

Sardegna - Relitto romano di Mal di Ventre

 

Il relitto romano di Mal di Ventre è una imbarcazione di epoca romana, rinvenuta nei fondali dell'isola di Mal di Ventre in Sardegna.
La nave aveva una dimensione, presunta, di 36 metri per 12 ed è collocata a circa 30 metri di profondità a circa un miglio a sud-est dell'isola. La particolarità della scoperta archeologica, che la rende unica nel Mediterraneo, risiede nel fatto che la nave ha un carico di lingotti di piombo. La nave ha perso tutta la propria struttura ad eccezione della chiglia, che è stata protetta dal carico. Sono state rinvenute, inoltre, delle anfore con del resto di cibo e dei chiodi utilizzati, probabilmente, per effettuare delle riparazioni all'imbarcazione in caso di necessità. Nei pressi dell'imbarcazione sono presenti anche delle ancore, delle suppellettili in ceramica e delle armi.
I lingotti hanno forma trapezoidale, ciascuno del peso di circa 33 Kg., per un numero complessivo che raggiunge circa il migliaio. Il carico si presenta in buono stato di conservazione e sono ancora leggibili i cartigli che attestano i produttori di tali beni. La maggior parte dei lingotti erano stati realizzati dai fratelli Caio e Marco dei Pontilieni, ma vi sono anche un numero non trascurabile di lingotti prodotti da Quinto Appio e Lucio Carulio Hispalo. Compaiono anche in numero esiguo altri produttori: Gneo Atellio, Planio Russino, Pilon, Marco o Lucio Apinario e Caio Utio.

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