domenica 25 gennaio 2026

Abruzzo - Museo Antinum

 

Il Museo Antinum è un museo archeologico dedicato alla città antica di Antinum situato a Civita d'Antino (AQ), in Abruzzo.
Il museo archeologico Antinum, intitolato alla città antica e municipium antinate e dedicato a Domenico Ferrante (1752-1820) e Francesco Ferrante (1755-1815) che furono tra i primi ricercatori e conservatori dei reperti, è stato inaugurato l'11 aprile 2015 nei locali dell'ex chiesa di Santa Maria, nell'omonimo piazzale situato su un contrafforte che domina dall'alto la valle Roveto. Ideato nel 1995 e ufficialmente istituito con legge regionale del 16 settembre 1998 lo spazio museale è stato allestito nella chiesa sconsacrata, dopo un lungo periodo di lavori di restauro e di adeguamento, grazie al contributo della Regione Abruzzo, della Soprintendenza Archeologia, dell'amministrazione comunale e di alcune associazioni locali. Gli interventi si sono protratti dal 2004 al 2011. Precedentemente alcuni reperti archeologici, mostrati in occasione di eventi culturali, sono stati conservati presso l'edificio dell'ex scuola materna di via Genova.


Sono esposti reperti archeologici databili tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. come ex voto in terracotta, corredi delle sepolture provenienti dal sito dell'area artigianale di Capistrello, statuetta in bronzo raffigurante Diana proveniente da Corcumello, monete e vasellame provenienti dai siti del santuario marso di Terravecchia e di Porta Campanile e ceramiche da mensa di epoca tardo repubblicana riscoperti da alcune località del borgo medievale civitano. Le epigrafi di diversi cippi funerari di epoca imperiale, rinvenuti tra il 1733 e il 1784 in località La Caùta, nel luogo che presumibilmente ospitava il foro, furono in parte trascritti per la prima volta nel corso dell'Ottocento da Theodor Mommsen. Are funerarie presentano le dediche a Furia Sabina Tranquillina e ad Angizia, attestando anche nel territorio antinate il culto della dea italica celebrata nel santuario di Lucus Angitiae. Una stele-porta tombale è riemersa nel 1971 in località Le Rosce - Santa Restituta a Morrea Inferiore. È esposta anche una riproduzione stampata del bronzo di Antino, lamina in lingua marsa con dedica alla divinità Vesuna, conservata in buono stato ed esposta al museo del Louvre di Parigi.
La sede del museo Antinum ospita le video-conferenze, le mostre, spesso dedicate alla scuola dei pittori scandinavi di Kristian Zahrtmann, gli spazi espositivi e un'area divulgativa per i comuni della valle Roveto.

Puglia - Lecce, Museo archeologico di Ugento


Il Nuovo Museo archeologico di Ugento è un museo civico italiano allestito nell’ex convento di Santa Maria della Pietà dei Frati Minori Osservanti, a Ugento in provincia di Lecce.
Il convento venne edificato nel XV secolo probabilmente dall'architetto Francesco Colaci da Surbo. La struttura rimase luogo di preghiera e culto fino al 1866 quando all'indomani dell'Unità d'Italia e in virtù della legge sulla soppressione delle congregazioni religiose (regio decreto 3036), il monastero venne devoluto al Demanio dello Stato e adibito a Caserma dei reali Carabinieri. In seguito, i locali dell’ex monastero, si trasformarono in aule scolastiche ed uffici municipali. La destinazione d'uso del convento mutò nuovamente nel 1968 quando venne fondato il Museo Civico di Archeologia e Paleontologia, che in seguito al lungo intervento di restauro, concluso nel 2009, assunse la denominazione di “Nuovo Museo Archeologico”.
La struttura architettonica è austera, in conformità al modello di vita francescana. Un convento essenziale, con il chiostro centrale contornato dal refettorio e da aule di servizio, piccole celle e una biblioteca, al primo piano, che nel settecento venne decorata e denominata Sala del Priore. Annessa al convento la chiesa di Santa Maria della Pietà, che una volta donata alla Congregazione dell’Addolorata venne dedicata a Sant’Antonio da Padova. Nella prima metà del ‘600, questa, subì dei rimaneggiamenti. Per ridimensionare l’edificio di culto venne costruito un muro laterale che creò un’intercapedine tra il chiostro e la chiesa stessa. Tale rimaneggiamento cancellò del tutto il ciclo pittorico delle cappelle laterali della chiesa, che tornò alla luce in seguito agli ultimi interventi di restauro. Le cappelle murate si aprono, oggi, a destra del vecchio ingresso principale, in prossimità della chiesa, e sono visitabili.
Nella prima Cappella è raffigurata la Madonna di Costantinopoli assisa in trono tra San Bonaventura e San Francesco da Paola, datata 1598. Nella parte inferiore è presente una finta balaustra a colonnine da cui parte un disegno a girali che corre lungo tutto l’arco. Al centro, sono raffigurati i Santi medici Cosma e Damiano, separati da una nicchia quadrangolare nella quale sono raffigurate due ampolle sacre.
Nella seconda Cappella campeggia la Madonna del Latte: al di sotto della stessa iconografia mariana è presente una parte d'affresco che reca una flotta di galee, chiaro riferimento alla Battaglia Navale di Lepanto del 1571. Sotto il tondo raffigurante l'Incoronazione della Vergine è presente un’iscrizione che riporta il nome della committente Donna Aurelia Perreca. Il ciclo affrescale viene completato da una iconografia cinquecentesca della Vergine del Rosario e da una parte di affresco raffigurante i Santi Medici Cosma e Damiano.
La terza è intitolata all'Annunciazione, con affreschi che ritraggono la Vergine Maria, San Nicola e Sant'Antonio da Padova.
La quarta Cappella è dedicata alla Crocifissione, con affreschi raffiguranti la Vergine Desolata, San Giovanni Evangelista, il Cireneo che prende la Croce del Cristo sulle spalle ed altre raffigurazioni afferenti la passione e morte di Gesù Cristo.
Durante gli ultimi interventi di restauro, nel portico afferente il Chiostro dell'ex Convento di Santa Maria della Pietà sono venuti alla luce anche tre affreschi che recano cene di alcuni prodigi compiuti da Sant'Antonio da Padova, in particolare: il Miracolo della Mula e l'Incontro tra il Santo ed Ezzelino III da Romano e la "conversione" di quest'ultimo. Quest'iconografia, in ultimo, appartiene all'ultima fase decorativa del Convento di Santa Maria della Pietà, che oggi ospita le collezioni museali, ed è datata 1775. Ignoto risulta l'autore, mentre è ben messo in evidenza il riferimento al committente e devoto Saverio Pisanello.


La grande aula del refettorio presenta un maestoso affresco settecentesco raffigurante l’Ultima cena al di sopra del quale, all’interno di un ovale, compare l’Immacolata. La decorazione di questo ambiente comprende anche un ciclo monocromatico cinquecentesco che corre lungo le pareti con scene tratte dalla Genesi: la Separazione delle tenebre, la creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la cacciata dal paradiso, Adamo al lavoro, la costruzione dell’Arca, il Diluvio Universale e il Sacrificio di Noè. In basso, decorazione continua con racemi, girali e figure allegoriche eseguita tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600.
Originariamente il convento possedeva una biblioteca, che nei primi anni del settecento venne affrescata e denominata “Sala del Priore”. Sul soffitto domina lo stemma del vescovo francescano Lazaro y Terrez, sostenuto da putti che ritornano tra le lunette della volta in cui si alternano l’Immacolata e i santi dell’ordine francescano: san Bonaventura, san Francesco d’Assisi, sant’Antonio da Padova, san Bernardino da Siena, San Pietro d’Alcantara, San Giovanni da Capestrano, San Ludovico da Tolosa, Santa Chiara, Santa Elisabetta d’Ungheria e Santa Elisabetta del Portogallo.
Attuale criterio espositivo
Attualmente il Nuovo Museo Archeologico è articolato su due piani e ospita reperti che vanno dalla Preistoria al Medioevo affiancati da pannelli didattici. Il piano terra ospita due delle scoperte più eccezionali avvenute a partire dagli anni sessanta: la Tomba dell’Atleta, scoperta nel 1970 in via Salentina e la riproduzione dello Zeus, capolavoro della bronzistica magnogreca, rinvenuto, a Ugento, in via Fabio Pittore nel 1961.
Il primo piano, oltre all'Antiquarium in cui sono conservati tutti i reperti della vecchia esposizione, ospita delle sale dedicate alle necropoli di Ugento e
alle mura della città antica; altre sale sono, invece, dedicate ai culti indigeni della Messapia; sono esposti, infatti, oggetti votivi e statuette in terracotta datate all’Età Ellenistica provenienti dall’antico porto ugentino di Torre San Giovanni, reperti rinvenuti nel santuario arcaico di Monte Papalucio a Oria, calchi di statuette in terracotta raffiguranti divinità di età arcaica. Infine, trovano esposizione al piano superiore oggetti di ceramica medievale di produzione ugentina, e le monete, con particolare attenzione per quelle appartenenti alla zecca ugentina, e alla preistoria e protostoria locale.


Puglia - Lecce, museo "Sigismondo Castromediano"


Il museo "Sigismondo Castromediano" è un museo archeologico di Lecce, dotato anche di una piccola pinacoteca e di un lapidario.
È il museo più antico della Puglia, fondato nel 1868 da Sigismondo Castromediano, duca di Cavallino; conserva numerose testimonianze della civiltà messapica (soprattutto vasellame e trozzelle provenienti da Rudiae), e degli insediamenti romani. Nella sezione preistorica è stata ricostruita la Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto), con interessanti pitture rupestri.
Nella pinacoteca sono esposti dipinti che documentano gli influssi bizantini e veneziani sul lavoro degli artisti locali, dal medioevo fino al novecento (opere di Lorenzo Veneziano, Alvise Vivarini, Bartolomeo Vivarini, Paolo Finoglio, Pacecco De Rosa, Agostino Beltrano, Giovanni Andrea Coppola, Antonio Verrio, Andrea Malinconico e il figlio Nicola, Corrado Giaquinto, Francesco de Mura e Oronzo Tiso, Gioacchino Toma, Geremia Re, Giuseppe Casciaro, Vincenzo Ciardo, Gaetano Martinez, ecc.).
Una sezione è dedicata alle cosiddette arti minori: ceramiche, vasellame, avori, bronzi e argenti di età barocca.
Dopo la morte del duca Castromediano, il museo fu lasciato in balia di se stesso e molti reperti conservati al suo interno andarono ad arricchire altri musei d'Italia, tra cui quello di Taranto, che col tempo si ingrandì al punto tale da diventare museo nazionale, a scapito del più antico museo di Lecce, che rimase sempre Museo provinciale. Ristrutturato ed allestito dall'architetto Franco Minissi negli anni 70, ha accresciuto notevolmente il proprio prestigio, specie per via dell'inaugurazione di un padiglione dedicato al grande tenore leccese Tito Schipa, famoso nel mondo.


Puglia - Museo nazionale Jatta, Ruvo di Puglia

Il Museo nazionale Jatta fu costituito in alcune stanze di Palazzo Jatta di Ruvo di Puglia e rappresenta l'unico esemplare in Italia di collezione privata ottocentesca rimasta tuttora inalterata dalla concezione museografica originaria. I reperti conservati nel museo furono raccolti dall'archeologo Giovanni Jatta nei primi anni dell'Ottocento, successivamente venne arricchita dall'omonimo nipote e venne ceduta allo Stato nel 1993.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Puglia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Dal 2021 al 2023 il Museo è stato soggetto di restauro, che l'ha riportato alla sua conformazione originale. Il restauro ha previsto il rinnovo dell'impianto elettrico, il restoro delle stanze e dei piedistalli delle opere. Durante il restauro, il museo è rimasto aperto gratuitamente con una mostra chiamata "Collezionauta", allestita nel Grottone di Palazzo Jatta, ovvero un'antica cantina del Palazzo nata con lo scopo di ripostiglio. La mostra Collezionauta prevedeva la mostra di alcuni dei maggiori vasi di epoca magna-greca e di oggetti personali del XIX secolo, appartenuti ai membri della famiglia Jatta.
L'anno 1822 portò Ruvo di Puglia sulla bocca di tutti i cittadini del Regno delle Due Sicilie. Come ricorda Giovanni Jatta junior: «Non più in città si veniva per provvedersi di viveri; perocché i venditori di pane, vino e camangiari, albergati sotto piccole tende, fornivano il necessario nella campagna medesima.»
La scoperta fortuita nel 1820 del patrimonio vascolare presente nel sottosuolo scatenò una vera e propria caccia al tesoro e tutta Ruvo fu messa a soqquadro non tanto con l'interesse di costituire un museo o di ricavare informazioni storicamente utili, ma con l'intento di vendere i pezzi pregiati al fine di un personale tornaconto. Due anni dopo si verificò il boom degli scavi e anche i primi intellettuali cominciarono ad interessarsi ai reperti. Oltre ai saccheggi dell'antica necropoli e al mercato sorto attorno alle anticaglie, alcune famiglie nobili ruvesi, quali Caputi, Fenicia, Jatta, Lojodice e altri, istituirono dei musei privati. Tuttavia tutte queste famiglie, ad eccezione degli Jatta, hanno poi disperso il loro patrimonio archeologico vendendolo ai privati e spesso all'estero, determinando così una dispersione delle ricchezze storiche rubastine. L'eccezione fu rappresentata dagli Jatta, soprattutto da Giovanni Jatta senior, magistrato presso il foro di Napoli, il quale finanziò vari scavi privati con l'intento di allargare la sua piccola collezione, per lo più composta da monete.
Aiutato dal fratello Giulio, nel 1844, anno di morte di Giovanni Jatta la raccolta contava circa cinquecento reperti. L'erede di questo ingente patrimonio fu il nipote Giovannino, figlio di Giulio Jatta e Giulia Viesti, tuttavia nel testamento il giureconsulto aveva ordinato all'erede di cedere le ricchezze al Re dell'epoca in modo da conservarle nel Museo Archeologico di Napoli. Ma a Giovannino, essendo ancora troppo piccolo, subentrò sua madre Giulia che, morto anche il marito, decise di chiedere al Governo Reale di lasciare la collezione Jatta a Ruvo in modo da essere esposta in un edificio adibito ad abitazione e museo. Nel 1848 il re acconsentì alle richieste della signora Viesti. Con la maggiore età di Giovanni Jatta junior, la collezione era già passata ai duemila esemplari e toccò proprio a lui sistemare tutti i reperti nelle quattro stanze predisposte per il museo e in una quinta dedicata a monili e monete: la disposizione stanza per stanza dei reperti è giunta intatta fino a noi. Nei secoli successivi si aggiunsero alcuni pezzi scoperti e rinvenuti da Antonio Jatta. Nel 1991, la collezione privata Jatta fu acquistata dallo Stato con un indennizzo alla famiglia di 9 miliardi di lire dovuto alle spese sostenute dalla famiglia negli anni per la cura del patrimonio.
Il museo è tutt'oggi disposto secondo il volere dei fondatori ed è diviso in quattro sale ma fino ai primi del Novecento le sale erano ben cinque. La quinta sala conteneva un ricco medagliere, rubato nel 1915 e non più ritrovato.
I reperti inoltre sono disposti in ordine di importanza infatti la prima sala ospita delle terrecotte mentre l'ultima ospita il pezzo più importante e famoso, il vaso di Talos. Nel 1993 con decreto ministeriale il Museo Jatta è stato dichiarato nazionale, mentre l'11 giugno dello stesso anno il Museo è stato riaperto al pubblico. Alle sale si accede tramite l'antico portone di legno presente nell'atri.


Percorso espositivo
Prima sala 
Nella prima sala è posta un'iscrizione in latino che ricorda i fondatori del Museo. Principalmente sono presenti vasi in terracotta con decorazioni geometriche e risalenti all'età peuceta del VII e VI secolo a.C.. Al centro della stanza trova posto un gigantesco orcio ricomposto ed un tempo utilizzato per la raccolta dei liquidi alimentari. Sotto la grande finestra è stato ricostruito un sarcofago in tufo con all'interno dei reperti non verniciati. Accanto al sarcofago sono poste due iscrizioni incise su lastre sepolcrali di età romana risalenti al II secolo: la prima raccoglie la dedica dei coniugi Marcus Licinius Hermogenes e Licinia Charite al figlio morto all'età di sette anni; la seconda iscrizione riporta la dedica di Julia Eutaxia per il marito.
Nelle vetrine adiacenti sono conservati resti frammentari di decorazioni architettoniche, statuette dette oranti per la posizione delle braccia, una lunga serie di utensili e di statuette di divinità. Destano curiosità i tintinnabula, animaletti in ceramica contenenti un sassolino ed utilizzati dai più piccoli come giocattoli.
Seconda sala
La seconda sala, la più grande, contiene circa 700 vasi di produzione greca o locale. I vasi sono stati creati con la tecnica delle figure rosse, ovvero immagini rosse su sfondo nero. All'ingresso della sala è possibile ammirare un grande cratere a mascheroni del IV secolo a.C. rappresentante Apollo nell'atto di scagliare le frecce contro i Niobidi, opera del pittore di Baltimora. Il vaso è fiancheggiato da due anfore dello stesso periodo ma opera del pittore Licurgo: la prima reca le scene di Eracle nel tempio con Antigone e Creonte e della lotta tra amazzoni e guerrieri attorno ad Eracle; la seconda invece la consegna delle armi ad Achille da parte delle Nereidi. Degno di nota è il cratere attico a campana raffigurante l'ascesa di Eracle all'Olimpo.
Le vetrine disposte tutt'intorno custodiscono una grande varietà di reperti che vanno da anfore e vasi di sempre minori dimensioni ad oggetti di uso funebre e quotidiano. Inoltre in questa stanza è conservato un'iscrizione latina che ricorda la costruzione delle mura della Rubi romana.


Terza sala
Nella terza sala, contenente oltre quattrocento pezzi, spicca il bianco del busto marmoreo di Giovanni Jatta junior al quale si deve la fondazione del Museo. Il primo vaso collocato è un cratere protoitaliota a volute del IV secolo a.C. sul quale sono rappresentati Cicno ed è inoltre ripresa la biga di Ares con un'interessante prospettiva frontale. Su di un altro cratere protoitaliota è invece raffigurato Bellerofonte su Pegaso affiancato da Atena e Poseidone, opera del ceramografo chiamato pittore di Ruvo. Un terzo cratere di Licurgo riporta ben tre scene: il giardino delle Esperidi sulla facciata anteriorie; un sacrificio ad Apollo sul posteriore; Eracle contro il toro ed un rito dionisiaco sul collo del vaso. Su una colonna mozzata è inoltre presente un ulteriore cratere a volute su cui è dipinto il mito di Fineo ed è opera del pittore Amykos. Altri crateri posti sulle colonne raffigurano Teseo e Piritoo puniti da Minosse e il ratto delle Leucippidi.
Nelle vetrine sono conservati un gran numero di rhyta, bicchieri con forma di teste umane o animali, tra cui alcuni attici e alcuni appuli. È inoltre presente una pelike che rappresenta l'incontro tra Paride ed Elena mediato da Venere, un kantharos con figura di anziano barbuto e un askos.


Quarta sala
La quarta sala, nonostante sia la più piccola, raccoglie i reperti più preziosi, duecentosettanta circa. Anche qui è presente un busto marmoreo ma qui è raffigurato Giovanni Jatta senior in toga. È conservato un pelike che riprende il mito delle Nereidi e due esemplari di lebete. Sono inoltre presenti due crateri a volute di cui uno rappresenta Bellerofonte nell'atto di leggere la sua condanna a morte ed un altro sul quale è dipinta una corsa di quadrighe.
Nelle vetrine sono conservati rhyta bifacciali ma anche collane e balsamari in pasta vitrea. Importante è anche la kylix con figura di giovane nudo. Accanto è posto un lekythos raffigurante la gara di canto tra Tamiri e le Muse. La seconda vetrina raccoglie reperti del neolitico e dell'età del ferro. La terza ed ultima vetrina conserva opere di importazione corinzia databili tra il VII e il VI secolo a.C., come alcuni tipi di alabastron e ariballo.
Altri vasi custoditi sono del tipo a figure nere e dunque appartenenti alla prima fase della ceramica attica, quali l'oinochoe rappresentante Eracle contro il leone Nermeo e Teseo che rincorre il Minotauro.
L'ultima ceramica, la più pregiata, è il vaso di Talos opera del cosiddetto pittore di Talos. Il Museo e la stessa città di Ruvo devono la loro fama a questo vaso considerato uno dei più importanti capolavori ceramografici attici per via delle innovazioni artistiche presenti come le ricerche coloristiche e prospettiche del V secolo a.C.. Sul vaso è dipinto l'episodio narrato da Apollonio Rodio nelle Argonautiche riguardo all'uccisione di Talos da parte di Medea, sostenuto morente dalle braccia di Castore e Polluce. Nella stanza inoltre ci sono oggetti di metallo e parti di armature.
Grottone
Il Grottone di Palazzo Jatta nasce originariamente, all'interno del Palazzo, come ripostiglio. Durante il restauro del Museo, avvenuto tra il 2021 e il 2023 che ha riportato le quattro sale alla loro conformazione originale, rinnovando gli impianti elettrici e il restauro delle sale e dei piedistalli delle opere, il Grottone è stato ripulito, rinnovato, e ha aperto le sue porte al pubblico per la prima volta nella storia del Palazzo, per ospitare la mostra provvisoria di Collezionauta, mostra che prevedeva la vista di alcuni dei vasi più eccellenti già precedentemente esposti nell'originale Museo, e di moltissimi pezzi ed oggetti personali appartenuti ai membri della famiglia Jatta durante il XIX secolo.
Alla riapertura delle quattro originali stanze del Museo, il Grottone è rimasto comunque visitabile, con l'intento di ospitare collezioni esclusive nel corso del tempo ed eventi per i visitatori. 

Lazio - Roma, affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia

 

Gli affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia sono un gruppo di pitture parietali romane realizzate ad affresco, rinvenute nel 1836 all'interno del ninfeo sotterraneo della villa di Livia a Prima nella zona nord di Roma.
Di grande importanza sia per la completezza sia per la qualità dell'esecuzione, risultano essere, in assoluto, i più antichi esempi di pittura romana da giardino, in quanto databili al 40-20 a.C.. In seguito ai danni subiti nella seconda guerra mondiale, si optò per il distacco degli affreschi, un'operazione che fu eseguita nel 1951-1952, a cura dell'Istituto superiore per la conservazione ed il restauro (ICR); da allora sono conservati presso il Museo nazionale romano di Palazzo Massimo.
La pittura di giardini illusionistici, ben documentata nell'arte romana, derivò forse da modelli orientali (esempi di qualità più bassa si trovano in alcune tombe della necropoli di Alessandria).
La grande sala ipogea, che misura 5,90 x 11,70 metri, fu realizzata per Livia Drusilla, la terza moglie dell'imperatore Augusto. Non si conosce l'uso antico della sala, alla quale si accede da una scalinata in discesa. Sulle pareti si apre solo la porta di accesso e non vi sono finestre: può darsi, però, che esistesse un lucernario nella volta a botte. Forse qui si trovava un ambiente fresco dove ripararsi durante la calura estiva;
alcune stalattiti geometriche che coronano la parte alta della parete intendevano forse dare l'impressione di una grotta.
L'intonaco su cui dipingere veniva applicato su una superficie composta da una parete di tegole disposte in cinque file, a formare un pannello staccato dal muro, in modo da creare un'intercapedine che isolasse la superficie pittorica dall'umidità.
La mancanza di luce e aria nell'ambiente sotterraneo era in netto contrasto col soggetto della decorazione pittorica, un arioso giardino raffigurato nei minimi particolari e con grande varietà di specie vegetali e avicole, a grandezza naturale e senza interruzioni, nemmeno agli spigoli. Sono assenti elementi architettonici verticali (colonne o pilastrini), ma sono dipinti alcuni elementi orizzontali, che organizzano con sapienza la prospettiva del giardino: alla staccionata di canne e rami di salice in primo piano fa da contrappunto una balaustra marmorea in secondo piano. Tra questi due elementi prende vita il giardino vero e proprio, con alberi variopinti, ricchi di fiori e frutta. La doppia recinzione ha la funzione di definire illusionisticamente lo spazio verde, "allontanando" lo spettatore dalle piante poste oltre
la balaustra. Anche la scalatura dei dettagli delle piante (finissimi per quelle in primo piano, tanto che è possibile una precisa analisi botanica di ciascuna pianta), via via più approssimativa e sfumata all'allontanarsi, dà un preciso senso di profondità spaziale, oltre a una rarissima sensazione dell'atmosfera (la prima per quell'epoca), grazie alle fini variazioni di colore. Lo sfondo è vago, indistintamente verde fino all'orizzonte, oltre il quale si staglia un cielo finemente turchese, confine ultimo dello sguardo.
Il giardino è organizzato con un occhio di riguardo all'accorta simmetria, in una rete di suggestioni spaziali data dagli elementi che suggeriscono il movimento: gli uccelli in volo e i rami con le cime piegate dal vento.
Lo spazio tra le due recinzioni è composto da un prato con pochi arbusti a intervalli regolari. Al centro delle pareti sono disposti gli alberi principali, affiancati da altri alberi in composizioni bilanciate da riferimenti simmetrici, secondo precise regole compositive. Si tratta di uno spazio concluso (l'estensione del giardino è finita nella rappresentazione, non sterminata), dove però la parete è
negata, come se fosse sfondata tramite la pittura, o come se si trattasse di un padiglione di vetro circondato da un giardino reale.
Le specie vegetali sono 23 e quelle avicole ben 69. La grande verosimiglianza dei dettagli, però, non sottintende un giardino reale: vi si trovano, infatti, specie che non fioriscono nel medesimo periodo dell'anno. Si tratta quindi più di un "catalogo" botanico che di un ritratto esatto di un giardino.
Tra le specie vegetali, la più frequente è quella dell'alloro (mai al centro della rappresentazione, ma spesso nella fascia tra gli alberi principali e lo sfondo generico). Questa presenza è sicuramente da mettere in relazione con la leggendaria fondazione della villa ad gallinas albas, tramandata da Plinio il Vecchio, Svetonio e Cassio Dione, una tradizione secondo la quale un'aquila avrebbe fatto cadere sul ventre di Livia, al tempo delle sue nozze con Augusto, una gallina con un rametto di alloro nel becco. Consigliata dagli aruspici ella allevò la prole del volatile e ne piantò il rametto, generando un bosco nei pressi della villa, dal quale gli imperatori coglievano i ramoscelli da tenere in mano durante le battaglie e da usare nei trionfi. Svetonio ricorda anche come l'inaridirsi delle piante di alloro fosse considerato un cattivo presagio per l'imperatore, come accadde alla morte di Nerone, ultimo discendente della dinastia di Augusto. In questo senso, il giardino sempreverde degli affreschi doveva avere anche un significato politico apotropaico, legato all'eternità augurale delle piante e della stirpe di Augusto. Il fatto che gli allori non si trovino mai in primo piano sarebbe, in un certo senso, emblematico del carattere della politica augustea, in bilico sempre tra un prudente "dire e non dire", anche in espressioni artistiche ufficiali come l'Ara Pacis.

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