lunedì 13 ottobre 2025

KERAMOS - Stile di Kamares

 

Lo stile di Kamares è uno stile pittorico per la produzione fittile che prende il nome da una località dell'isola di Creta, ovvero una grotta sul monte Ida, dove si afferma tra il minoico medio I e il minoico medio II (intorno al 1800 a.C.) come tipo di decorazione vascolare.
Questo tipo di pittura è caratterizzata da pochi colori, come il giallo, il rosso e il bianco su sfondo nero e anche da un repertorio ricchissimo che affianca alla spirale tipica del repertorio cicladico temi vegetali e temi marini. In generale il motivo è incentrato sull'elemento geometrico per la decorazione. Molti di questi vasi furono commercializzati in tutto il Mediterraneo, diffondendo il gusto cretese della prima fase del Minoico medio. I vasi appartenenti a questo stile sono ottenuti da una lavorazione con il tornio girevole molto accurata e che richiedeva un alto livello tecnico da parte del vasaio che riusciva a fare vasi dello spessore di un millimetro per questo chiamati "a guscio d'uovo".
Nel Minoico tardo si affermò lo stile detto naturalistico, caratterizzato da soggetti tratti dal mondo marino, affiancati a motivi vegetali. Le rappresentazioni sui vasi raggiungono una spiccata aderenza al soggetto reale, nonostante l'evidente semplificazione del soggetto. L'esempio più celebre di questo stile è la "Brocchetta di Gurnià".
I disegni della ceramica Kamares sono solitamente decorati in bianco, rosso e blu su sfondo nero. I più tipici sono astratti, floreali, geometrici, vegetali e animali, compresa la fauna marina (ad esempio il polpo).
Tra gli esempi sopravvissuti vi sono calici con bordo, piccoli vasi arrotondati con beccuccio e grandi vasi da conserva (pithoi), che combinano motivi astratti curvilinei e motivi marini e vegetali stilizzati, dipinti in bianco e nei toni del rosso, dell'arancio e del giallo su fondo nero. Lo stile di Kamares è spesso elaborato, con complessi motivi di ceramica spessa come un guscio d'uovo. Sono stati ritrovati set di tazze e brocche, e si è ipotizzato che potessero essere utilizzate nei rituali, anche se presumibilmente la ceramica di Kamarès adornava anche le tavole dei primi palazzi.
La prima ceramica di Kamares ad essere rinvenuta in un sito non fu però a Creta, ma in uno scavo a Lahun, in Egitto, e fu scoperta da Flinders Petrie. Oggi si trova al British Museum. Altri importanti ritrovamenti provengono dalla città di Hazor. Il nome Kamares, tuttavia, deriva dalla ceramica trovata nella grotta-santuario di Kamarès sul Monte Ida nel 1890.
Con argilla più fine, lavorata al tornio, che consente una maggiore precisione delle forme e su fondi scuri lucidi, blu o neri, è decorata con colori bianchi, rossi, arancioni, gialli o brunastri, con disegni floreali fluenti, con motivi come rosette, onde, croci, svastiche o spirali. I disegni sono spesso ripetitivi e generalmente composti in modo simmetrico. I temi naturalistici iniziano qui, con figure altamente stilizzate di polpi, crostacei, gigli, crochi o palme. L'intera superficie del vaso è densamente ricoperta e talvolta lo spazio è diviso in fasce. Una varietà è la ceramica a guscio d'uovo, per il suo corpo estremamente sottile.
Gisela Walberg nel 1976 ha identificato quattro fasi nella ceramica di Kamares, con uno "stile classico di Kamares" situato nel periodo Minoico medio II, soprattutto nel complesso del palazzo di Festo, scavato dall'archeologo Doro Levi. Vennero introdotte nuove forme, con motivi curvilinei e a raggiera, con piedi, e così via.

SCULTORI - Archermos


Archermos (fl. VI secolo a.C.) è stato uno scultore greco antico, originario dell'isola di Chio e attivo nella seconda metà del VI secolo a.C.
È uno dei pochi scultori arcaici di cui ci siano giunte notizie sia letterarie sia epigrafiche.
Viene ricordato da Plinio il Vecchio, che lo ritiene figlio di Mikkiades e nipote di Melas e cita di sue opere ancora conservate ai suoi tempi a Delo e nell'isola di Lesbo. Ai suoi figli, Bupalo e Athenis, Plinio attribuisce altre sculture situate in Grecia e ricorda che loro opere erano presenti anche nelle collezioni di diversi edifici augustei di Roma.
Uno scholion (nota a margine che veniva apposta dai successivi grammatici ai manoscritti dei testi classici) alla commedia degli Uccelli di Aristofane, riporta che sarebbe stato Archennos, ad applicare per primo le ali alle Nikai.
Secondo Pausania al figlio di Archermos Bupalo è da attribuire l'invenzione della figura della Tyche, con copricapo a polos e cornucopia. Gli sono anche attribuite raffigurazioni delle tre Grazie, rappresentate vestite, a differenza dell'uso successivo.
A Delo è stata rinvenuta la base di una statua con un'iscrizione che ricorda il suo nome e nei pressi una scultura di una Nike alata che gli è stata attribuita, con alcune incertezze, con il nome di "Nike di Archermos" (anche conosciuta come "Nike di Delo") ed è conservata nel Museo archeologico nazionale di Atene.
Su un fusto di colonna rinvenuta sull'Acropoli di Atene è stata rinvenuta una dedica fatta da Archermos di Chio.
Alla Nike di Delo e alla cosiddetta "scuola di Chio", costituita da Archermos e dai suoi figli, sono associate una kore rinvenuta sull'Acropoli di Atene, in marmo di Chio (Acropolis 675) e una cariatide di Delfi, precedentemente ritenuta appartenente al thesauros degli Cnidii.


SCULTORI - Agoracrito

 

Agoracrito 
(in greco antico: Ἀγοράκριτος, Agorákritos; Paro, V secolo a.C. – ...) è stato uno scultore greco antico attivo ad Atene tra il 450 e il 420 a.C
Dovette trasferirsi ad Atene da Paro verso il 450 a.C.; fu contemporaneo di Alcamene e come quest'ultimo allievo di Fidia il quale, come asserisce Plinio il Vecchio ripetendo notizia variamente diffusa, sembra gli permettesse di firmare le proprie opere ed ebbe una particolare predilezione nei suoi confronti.
Le fonti infatti attribuirono ora a lui ora a Fidia sia la statua della Madre degli dèi nel metroon dell'agorà ateniese, per la quale si esclude la partecipazione di Fidia trattandosi di un culto instaurato ad Atene dopo la peste del 430 a.C., sia la Nemesi di Ramnunte. La statua della Madre degli dei è stata descritta da Arriano (Periplus Ponti Euxini , IX): essa è seduta, tiene in mano un cembalo ed è fiancheggiata da leoni; gli scavi dell'agorà di Atene hanno restituito diverse statuette votive riproducenti questa iconografia. Arriano e Pausania (I, 3-5) attribuiscono questa statua a Fidia, solo Plinio (Nat. hist., XXXVI, 17) la riconduce ad Agoracrito seguendo le proprie fonti di età ellenistica; in questo caso sappiamo che la fonte era Antigono di Caristo e la notizia ci giunge attraverso un passo di Zenobio (5, 82).
La Nemesi di Ramnunte, secondo Plinio, sarebbe stata trasformata da una scultura di Afrodite scolpita per una gara con Alcamene, vinta da quest'ultimo. L'opera è conosciuta attraverso la descrizione fornita da Pausania (I, 33, 2).
Sono inoltre attribuite ad Agoracrito le statue bronzee di Zeus e di Atena per il santuario di Atena Itonia a Koroneia, in Beozia (Paus, IX, 34, 1).
L'opera che maggiormente ha condotto alla ricostruzione della personalità di Agoracrito è la Nemesi per il tempio di Ramnunte, i cui frammenti (già recuperati in parte nel XIX secolo) sono stati riuniti, grazie a nuovi ritrovamenti, a partire dal 1967, consentendo di riconoscere il tipo iconografico della statua di culto già descritta da Pausania in alcune copie di epoca romana (in particolare la copia alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, Poulsen 1951, cat. 304 a, e la copia del Museo archeologico nazionale di Atene n. inv. 3949). Caduta la possibile attribuzione a Fidia, l'opera viene datata intorno al 430 a.C., sulla base della datazione del tempio di appartenenza e dei confronti con quelle sculture del Partenone attribuibili alla stessa mano. L'opera di ricostruzione ha coinvolto anche il fregio della base, in marmo pentelico, e il coronamento della stessa in pietra di Eleusi. Il fregio riguardava tre dei lati della base ed era collegato al mito di Elena che, come narrato da Pausania, veniva accompagnata da Leda al cospetto di Nemesi.

SCULTORI - Daidala

 
La daidala è un tipo di scultura attribuito al leggendario architetto e scultore greco Dedalo, che è connesso nella leggenda sia all'età del bronzo a Creta che al primo periodo delle sculture dell'età del bronzo greca. Le leggende su Dedalo lo ritraggono sia come un uomo normale che come un essere mitico. Egli era ritenuto l'inventore delle agalmata, statue di divinità che avevano occhi aperti e membra mobili, una dovuta manifestazione del mistero della divinità. Queste statue erano così simili alla realtà rappresentata che Platone fece notare la loro sorprendente e sconcertante mobilità, che era realizzata con tecniche chiaramente identiche a quelle delle "daidala". Lo scrittore e geografo Pausania pensava che le statuette di legno note come "daidala" esistessero già prima dei tempi di Dedalo.
Perez-Gomez suggerisce che il nome "Daedalus", fosse in realtà un gioco di parole, in quanto la parola "daidala", che compare nella letteratura antica, è un complemento dei verbi fare, costruire, forgiare, tessere, porre su, o vedere. Daidala erano le opere della società primitive: opera di difesa, armi, mobile e così via.
Le sculture dedaliche rivelano un'influenza orientale, conosciuta come "Periodo orientalizzante" dell'arte greca. L'orientalizzazione è particolarmente evidente nella testa vista di fronte: essa pare la testa di un orientale, con capelli da parrucca, ma è più angolosa ed ha un volto a forma triangolare, ampi occhi ed un naso prominente. Il corpo femminile è geometricamente piuttosto piatto, con ampio grembo e abito sformato. Le prime sculture che mostravano tali caratteristiche sono note come "dedaliche"; venivano utilizzate per piccole figure su piedestallo di argilla e nelle decorazioni in rilievo sui vasi. Pare abbiano avuto una significativa influenza nel Peloponneso, nella Creta dorica ed a Rodi. Il loro stile si basa su una semplice formula che rimase dominante, sebbene con modifiche evolutive, per circa due generazioni, prima di evolvere nello stile arcaico.


SCULTORI - Sphyrelaton

 

Uno sphyrelaton (plurale: sphyrelata) era, nel mondo greco arcaico, un tipo di statua votiva di discrete dimensioni che in genere raffigurava una divinità o un oggetto di culto. 
Lo sphyrelaton era ottenuto martellando una sottile lamina di bronzo attorno a un nucleo di legno precedentemente intagliato fino ad assumere la forma desiderata. La tecnica sembra essere di origine orientale, probabilmente importata da maestranze nord-siriane giunte in Grecia attorno al VII secolo a.C. Era invece idea diffusa nell'antica Grecia che lo sphyrelaton (assieme a molte altre invenzioni, come lo xoanon) fosse da attribuire alla figura mitica di Dedalo ed è infatti significativo come le testimonianze più importanti di simili oggetti votivi provengano da scavi effettuati sull'isola di Creta.
Le evidenze archeologiche relative agli sphyrelata sono prevedibilmente scarse. Questo genere di statuette votive, infatti, era prodotto con materiali particolarmente deperibili e delicati. La tecnica di realizzazione degli sphyrelata inoltre, non ebbe particolare fortuna nel mondo antico e si saturò completamente con l'avvento della tecnica a cera persa (inizio VI secolo a.C.) che permetteva di raggiungere standard qualitativi superiori con sforzo minore. 


Le testimonianze più sostanziose giungono comunque da Creta, dove, ad esempio, nel Tempio di Apollo Delphinos a Dreros sono state rinvenute tre statuette votive in ottimo stato di conservazione, "nel primo stile orientalizzante del tardo ottavo secolo" (la cosiddetta Triade di Dreros, ora al Museo archeologico di Iraklio). Due dei tre sphyrelata, si suppone rappresentino Artemis e Latona, in quanto sono dotati di un polos, una lunga veste ornata e un mantello, in più sono in posizioni statiche, mentre il terzo si è ipotizzato raffiguri Apollo in movimento, e la posizione del braccio del dio (protesa in avanti) lascia supporre che esso reggeva un arco.

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