domenica 12 ottobre 2025

SCULTORI - Endoios

 
Endoios
, talvolta in italiano Endeo (in greco antico: Ἔνδοιος; VI secolo a.C.), è stato uno scultore greco antico, attivo nell'età dei Pisistratidi tra il 530 e il 500 a.C. circa, in Attica, a Tegea e a Efeso. Fu uno dei pochi autori greci del periodo arcaico il cui nome sia stato tramandato da fonti letterarie ed epigrafiche.
Pausania (1, 26.4) gli attribuisce origini ateniesi e lo ricorda come autore di una Statua di Atena dedicata da Kallias sull'acropoli di Atene, identificata con la figura trovata sul pendio a nord dell'acropoli, sotto l'Eretteo (Acropolis 625). Le fonti lo ricordano anche come autore di simulacri in legno e in avorio (in avorio era la statua di culto per il tempio di Atena Alea a Tegea) e come artista attivo nella Ionia, dove sarebbe stato autore di due statue di culto, un'Artemide ad Efeso e un'Atena Poliàs a Eritre, delle quali ci restano solo le descrizioni di Pausania.
Intorno a Endoios, e alla cerchia di artisti a lui prossimi, gli studiosi hanno riunito una serie di opere, seguendo l'unica certamente attribuibile, su base stilistica e tramite l'osservazione delle firme; si tratta della base di Nelonides rinvenuta nel 1922 inglobata nel muro di Temistocle a sud della porta del Pireo ad Atene (Museo epigrafico di Atene 12870), che conservava al momento della scoperta una figura seduta dipinta. La cavità sulla superficie superiore della base indica che essa doveva reggere una statua in marmo del tipo del kouros arcaico. La base riporta due iscrizioni in alfabeto attico: un epitaffio, scritto sul margine destro del lato frontale su cinque linee orizzontali, e un'iscrizione verticale vicino al bordo sinistro dello stesso lato con la firma di Endoios (Ε[ν]δοιος κ[α]ὶ τόνδ᾿ ἐπόε). Entrambe le iscrizioni sono state intenzionalmente cancellate prima del riutilizzo della base all'interno delle mura di Temistocle. 


La base di Nelonides è stata trovata insieme ad altre due basi; la prima è nota per il rilievo degli atleti che giocano a palla (Museo archeologico nazionale di Atene 3476 - qui in alto), l'altra, con dimensioni simili e ugualmente decorata su tre lati, è nota per il rilievo con i giocatori di "hockey" (Museo archeologico nazionale di Atene 3477 - foto in basso). La prossimità delle tre basi, nel senso del ritrovamento, ma anche nel senso della prossimità stilistica e strutturale, ha portato a ritenerle parti di un unico gruppo funerario familiare eseguito da Endoios o dalla sua bottega (Atene NM 3477 non può appartenere alla stessa mano di Atene NM 3476). Alla figura seduta dipinta tra le due iscrizioni della base di Nelonides è stata associata l'Atena seduta dell'acropoli e le due opere sono state datate intorno al 530-525 a.C.


La firma di Endoios è stata ricostruita su altre due iscrizioni trovate ad Atene: l'iscrizione sulla base di una stele funeraria perduta eretta per Lampito (Museo epigrafico di Atene 10643) e l'iscrizione sulla base di una statua votiva perduta dedicata da Ophs [ios] (Museo epigrafico di Atene 6249), dove compare insieme alla firma di un altro scultore di nome Philergos, con ogni probabilità un allievo o un collaboratore. A questa base è stata associata la kore Acropolis 602, stilisticamente vicina all'Atena seduta.
La ricostruzione della firma sullo scudo del gigante nel fregio del Tesoro dei Sifni come appartenente ad Endoios da parte di Andreas Rumpf è molto discussa. Sul Rilievo del vasaio (Acropolis 1332), proveniente dall'acropoli di Atene, la firma di Endoios è stata ricostruita da A. E. Raubitschek; il margine sinistro recava il testo della dedica, mentre sul margine destro la firma lacunosa è stata così reintegrata: Ἐν [δοιος εποιεσ] εν.
L'allargamento delle attribuzioni alla Testa Rayet (Copenaghen, Ny Carlsberg Glyptotek 418 - a sinistra) e al connesso Efebo della torre occidentale della porta del Pireo (ritrovato nel 1953) è avvenuto su base stilistica per similitudini con la testa del vasaio sul già citato rilievo e con le teste della base Atene NM 3476. A Endoios è stata attribuita anche la Atena del frontone dell'acropoli ateniese con la Gigantomachia. Tutte le opere attribuite sono datate tra il 530 e il 500 a.C.


SCULTORI - Neoatticismo

 

Il Neoatticismo o stile neoattico (dalla regione storica di Atene, l'Attica) è una fase della scultura antica iniziata nel II secolo a.C. e conclusasi nel II secolo d.C. Attraverso di esso la cultura artistica greca si diffonde in occidente con una produzione rivolta prevalentemente alla clientela romana, divenendo base per la cultura artistica ufficiale successiva. Il termine venne coniato da Heinrich Brunn nel 1853 per differenziare gli artisti e le opere attiche di età ellenistico-romana dagli originali del V e IV secolo a.C. cui si ispiravano.
Nell'ambito dell'arte ellenistica la scuola attica resta legata ai temi dell'arte del V e del IV secolo a.C., coerentemente con quell'atteggiamento conservatore che Atene aveva mantenuto durante tutto il periodo ellenistico, dando luogo ad opere di tendenza classicistica entro le quali l'influenza dell'arte di Lisippo, a partire dal III secolo a.C., resta come trattenuta negli schemi tradizionali.
L'inizio del classicismo neoattico viene celebrato da una delle fonti di Plinio, Apollodoro di Atene, come la rinascita dell'arte, dopo l'imbarbarimento dovuto alla diffusione dell'arte lisippea, e datato alla metà del II secolo a.C. È, tra l'altro, in questa fase che compare il termine athenaios dopo le firme degli scultori attici, termine che non indica meramente la provenienza dello scultore, ma il suo stile classicista. Il neoatticismo si delinea così come una scuola il cui sapere si tramanda all'interno di famiglie di scultori i quali monopolizzano la produzione. Uno dei primi scultori della scuola neoattica viene solitamente indicato in Damofonte di Messene, ma le officine scultoree neaottiche erano dislocate soprattutto ad Atene e servirono la grande domanda dei collezionisti romani di statue secondo lo stile severo, lo stile postfidiaco e classico del V-IV secolo a.C. e lo stile arcaistico della metà del IV secolo a.C. I neoattici producevano copie (il cui mercato era all'epoca molto ingente), ma soprattutto opere originali con un atteggiamento intellettualistico ed eclettico.
Sebbene ci sia noto in massima parte solo nella dimensione scultorea, articolandosi nella produzione a tutto tondo, nei rilievi e nelle opere decorative, il neoatticismo interessò anche la pittura e l'architettura. Artisti neoattici, come l'architetto Ermodoro di Salamina, si stabilirono anche direttamente a Roma, dominando la produzione artistica.
Copie
Il fenomeno delle copie nasce con l'inizio del I secolo a.C. per progredire tecnicamente e come specializzazione all'interno delle botteghe fino al periodo di Augusto; il livello di interpretazione rispetto all'originale poteva determinarsi anche dalla necessità di aggiungere puntelli ad opere marmoree tratte da originali bronzei, o dal gusto del committente; le copie inoltre venivano firmate, segno evidente di consapevolezza autoriale. Pasitele, riferisce Plinio (Nat. hist., XXXVI, 39), fu autore di un trattato in cui si canonizzavano le opere da copiare.
Statue ritratto
La statua ritratto di Ofellius Ferus rinvenuta a Delo, databile al tardo II secolo a.C. e sicuramente non posteriore al 69 a.C. fornisce un terminus ante per questa tipologia di opere in cui ad un corpo modellato sullo schema iconografico di un'opera classica si univa il ritratto di personaggi pubblici.
Originali neoattici
Tra gli originali neoattici maggiormente noti si ricordano la Venere de' Medici e il torso del Belvedere, la prima firmata da un Cleomene di Apollodoro, il secondo da Apollonio di Nestore.
Rilievi
Lo stesso atteggiamento che si riscontra nella produzione neoattica a tutto tondo è possibile rinvenire nei rilievi destinati all'esportazione.


SCULTORI - Criselefantino

 
L'aggettivo criselefantino o crisoelefantino deriva dal greco antico χρῡσελεφάντινος, chrȳselephántinos, a sua volta da χρυσός, chrysós ("fatto d'oro") e ἐλέφας, élephas ("e d'avorio"). Il termine è generalmente usato al femminile, come attributo dei sostantivi scultura e statua. Esso si riferisce infatti ad una tecnica adoperata nell'antica Grecia, che consisteva nel ricoprire con un sottile strato di avorio una struttura di sostegno che rimaneva invisibile: si utilizzava l'avorio per il volto, le braccia, le gambe di una statua, mentre il panneggio delle vesti e i capelli venivano realizzati con l'oro. Lo scultore più famoso per la realizzazione di statue criselefantine nell'antichità fu il greco Fidia, di cui si ricordano la statua di Zeus a Olimpia e quella di Atena Parthenos nel Partenone. Anche lo scultore Policleto realizzò statue con questa tecnica: di lui si sa che fece una statua di Era ad Argo. Riconducibili a questa tecnica, in età romana, furono le statue colossali con testa e parti nude del corpo in marmo bianco, mentre le vesti erano realizzate in altri materiali retti da strutture di sostegno. Ne è un esempio la statua colossale di Costantino I di cui si conservano la testa, una mano e un piede nel cortile del palazzo dei Conservatori a Roma. Sempre in età romana non furono rare le statue realizzate in blocchi di marmo colorato per le vesti, la cui testa e gli arti erano scolpiti in marmo bianco.

SCULTORI - Sorriso arcaico

 

Il cosiddetto "sorriso arcaico" è una caratteristica della scultura greca antica di epoca arcaica, che consiste nella caratterizzazione dei volti con le labbra incurvate in su, in forma di sorriso. 
Le statue che presentavano il "sorriso arcaico" non vanno intese come raffiguranti sentimenti, in quanto l'età arcaica non prevedeva una rappresentazione sentimentale del personaggio raffigurato, cosa che invece si manifesterà successivamente nel tardo classicismo.
Già osservabile in alcune tarde sculture egizie, in passato era stato interpretato come un vero sorriso, espressione della serenità degli dei o di magica vitalità interna ma anche come il segno della consapevolezza della perfezione di questi uomini (spesso giovani atleti).
L'interpretazione attuale, già avanzata in passato, lo riconosce invece come una convenzione, conseguenza della rappresentazione delle tre dimensioni su piani separati nella scultura greca arcaica. La curvatura della bocca in profondità nel volto reale, è stata resa sul piano frontale a due dimensioni incurvandola verso l'alto. La sua scomparsa con lo stile severo si deve all'introduzione di una rappresentazione delle tre dimensioni mediante un organico trapasso di piani, che consente la raffigurazione della bocca nella sua reale profondità.


SCULTORI - Ritratto ellenistico

 

Il ritratto ellenistico è uno dei maggiori traguardi dell'arte greca, nel quale si riuscì, in maniera definitivamente incontrovertibile, a realizzare ritratti fisionomici (cioè riproducenti le reali fattezze delle persone), dotati anche di valenze psicologiche. Ci sono pervenute solo opere scultoree, ma sicuramente fu un fenomeno che riguardò anche la pittura.
Fino al IV secolo a.C. infatti la creazione di effigie si era valsa di tratti somatici prettamente idealizzati, i cosiddetti ritratti "tipologici" (dove si riconoscevano alcuni attributi della categoria degli individui). In ciò pesava la funzione collettiva dell'arte, a servizio della polis piuttosto che del singolo, che arrivava a vietare l'esposizione di immagini "private" in luoghi pubblici e a esaminare attentamente quelle degli uomini illustri.
Fino a tutto il tardo ellenismo la statuaria greca usò solo figure intere o tutt'al più, in epoca tarda o area periferica, la mezza figura, soprattutto in ambito funerario. Le teste che conosciamo oggi sono frutto delle copie romane (presso i romani e gli italici in genere era infatti diffusa questa tipologia). Anche le teste su erme furono copiate dai romani a partire da sculture intere.
Lisippo
La grande personalità di Lisippo e le mutate condizioni sociali e culturali fecero sì che venissero superate le ultime reticenze verso il ritratto fisiognomico e si arrivasse a rappresentazioni fedeli dei tratti somatici e del contenuto spirituale degli individui. Nel realizzare il ritratto di Alessandro Magno trasformò il difetto fisico che obbligava il condottiero, secondo le fonti, a tenere la testa sensibilmente reclinata su una spalla in un atteggiamento verso l'alto che sembra alludere a un certo rapimento celeste, "un muto colloquio con la divinità". Questa opera fu alla base del ritratto del sovrano "ispirato", che ebbe una duratura influenza nei ritratti ufficiali ben oltre l'età ellenistica.
A Lisippo o alla sua cerchia sono stati attribuiti con una certa concordanza anche i ritratti di Aristotele (eseguito quando il filosofo era ancora in vita), quello ricostruito di Socrate di tipo II, quello di Euripide di tipo "Farnese", nei quali è presente una forte connotazione psicologica coerente con i meriti della vita reale dei personaggi.
Sviluppo del ritratto fisiognomico
Dopo Lisippo, tra i secoli II e I a.C., si ebbe uno sviluppo amplissimo del ritratto fisiognomico greco, e non riguardò più solo i sovrani e gli uomini particolarmente illustri, ma anche i semplici privati: nell'ellenismo infatti l'arte era ormai a disposizione del singolo e non più esclusivamente della comunità. Si diffusero inoltre il ritratto onorario e il ritratto funerario.
Lysistratos, fratello di Lisippo, secondo le fonti prendeva un calco in gesso dei volti dal quale creava un modello in cera che usava per la fusione in bronzo, creando, secondo Plinio, opere veritiere anche a scapito della correttezza formale e della piacevolezza compositiva: dopotutto faceva parte del gusto ellenistico il godimento verso gli aspetti caratteristici e anche deformi della realtà.
Tra i capolavori di questo periodo ci sono i ritratti di Demostene e di Ermarco, basati sul reale aspetto dei personaggi (280-270 a.C.), il ritratto di anziano 351 del Museo Archeologico Nazionale di Atene, (200 a.C.), la testa in bronzo di Anticitera (sempre ad Atene, 180-170 a.C. circa), il patetico ritratto di Eutidemo di Battriana, ecc. Esempio di un verismo di maniera è il ritratto di ricostruzione dello Pseudo-Seneca di Napoli.
Ritrattistica ufficiale
Nei ritratti ufficiali, al posto della tendenza più prettamente "verista", si privilegiava dare una valenza più nobile e degna, con espressioni più ieratiche e distaccate, che riflettesse la loro ascendenza divina. Tra i migliori esempi ci sono i ritratti di Tolomeo III, di Berenice II, di Tolomeo VI, di Mitridate VI ecc.
Ascrivibile questa corrente è anche il bronzo detto di Giuba II, con riscontri in alcuni marmi alessandrini.

Nelle immagini, dall'alto:
Lisippo, Aristotele
Lisisppo, Ritratto di Alessandro Magno
Lisippo, Euripide
Ritratto di Eutidemo di Battriana 

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