domenica 5 ottobre 2025

#VARIA - Laconicum


Il laconicum, costruzione di origine spartana da cui ne proviene il nome, era un ambiente di forma circolare con vasca centrale rivestita in marmo e nicchie lungo le pareti perimetrali, queste erano solitamente colorate e dipinte con ricchi affreschi come nel caso delle Terme del Foro (Pompei), il laconicum era ricoperto sempre da un soffitto a cupola con un unico ingresso meridionale per l'apporto di luce.
Questa stanza nelle terme romane era adibita ai bagni di sudore mediante aria calda secca. Il calore contenuto nella praefurnia veniva sprigionato sia dalle suspensurae, condotte poste al disotto del pavimento, che da fori nelle pareti perimetrali cave. Nel laconicum vi erano anche grandi bracieri ardenti che venivano regolati a piacimento in loco.
In esso, i romani si detergevano con lo strigile per poi passare a massaggi con olii caldi e unguenti profumati, operazione che veniva favorita dal bagno di sudore.
Il più grande laconicum ricordato nella storia è stato quello di Agrippa nei pressi del Pantheon a Roma, che presentava un diametro di oltre 23 metri.


#VARIA - Dea dei serpenti

 
La Dea dei serpenti è una dea della civiltà minoica, riferibile a rituali della fecondità, figura ricorrente della scultura minoica. È spesso in maiolica, di altezze varianti dai 29,5 cm ai 38,5 cm. Sono state reperite nella camera sotterranea del tesoro del santuario centrale del palazzo di Cnosso, del medio minoico. La datazione è 1600-1580 a.C.
La statuetta ha il tipico abito a falde ricadenti, bloccato ai fianchi da un elemento a sella che sembrerebbe realizzato in stoffa più pesante. Uno stretto corpetto, che comprime e lascia scoperti i seni, questo elemento coi seni scoperti è tipico delle sacerdotesse, cinge anche la parte superiore delle braccia. Le mani della dea stringono due serpenti, abitanti della terra e portatori a volte di morte, mostrandoli all'osservatore.
È una statuina di ceramica smaltata, questa tecnica permette di variare i temi decorativi, mentre la superficie rimane brillante e luminosa.
Si è soliti considerarla un’immagine di divinità ctonia (dal greco chthon, “terra”) cioè legata al culto delle forze sotterranee e degli inferi.
La Dea dei serpenti è spesso vista come la Dea Madre cretese, divinità femminile venerata da almeno il 3000 a.C. fino al 1200 a.C. legata alla fertilità e alla vita, ma anche alla morte, ed identificata dagli antichi greci con Potnia theron.
La religione cretese vuole che la Dea Madre abbia guidato il suo popolo lontano dalla loro terra originaria per condurli altrove, ma non trovando ospitalità per il suo popolo in nessuna terra. La Dea, allora, creò Creta e vi fece stabilire coloro che la veneravano.
A Creta sono state trovate statue di dee con serpenti in mano, ma anche statue di dee con altri simboli; fra queste ricordiamo la Dea dei Papaveri e la Dea della Morte. Alcuni pensano che siano varie dee, ma prevale l'ipotesi che quelle divinità siano aspetti di un'unica Dea Madre invocata con diversi nomi e attributi a seconda della richiesta.


Nelle immagini, dall'alto:
Dea dei serpenti. Iraklio, museo archeologico.
Grande dea dei serpenti. Periodo neopalaziale (c. 1600 a.C.) dal Palazzo di Cnosso. Iraklio, museo archeologico

#VARIA - Lari

 
Lari (dal latino lar(es), "focolare", derivato dall'etrusco lar, "padre") sono figure della religione romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale.
Agostino di Ippona nella sua opera La città di Dio, in cui cita Apuleio, riporta che sono le anime dei defunti buoni: «[Apuleio] afferma inoltre che anche l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione.» (Agostino di Ippona, La città di Dio IX,11)
Lares familiares
Naturalmente, i più diffusi erano i Lares familiares, che rappresentavano gli antenati. L'antenato veniva raffigurato con una statuetta di terracotta, legno o cera, chiamata sigillum (da signum, "segno", "effigie", "immagine"). All'interno della domus, tali statuette venivano collocate nella nicchia di un'apposita edicola detta larario e, in particolari occasioni o ricorrenze, onorate con l'accensione di una fiammella. Ogni avvenimento importante era messo sotto la protezione dei Lari con sacrifici e offerte: per esempio il raggiungimento dell'età adulta, la partenza per un viaggio oppure il ritorno di qualcuno, il matrimonio, le nascite.
Servio Mario Onorato scrisse che il culto dei Lari era stato indotto dall'antica tradizione di seppellire in casa i morti. Secondo la testimonianza di Plauto i Lari venivano rappresentati come cani e le loro immagini venivano conservate nei pressi della porta di casa. Una fra le più diffuse iconografie li presenta come giovinetti che indossano una corta tunica ed alti calzari, mentre versano del vino dal rhyton in coppe.
Il 17 dicembre si svolgeva la festa dei Saturnali, durante la quale i parenti si scambiavano in dono i sigilla, piccole statuine raffiguranti defunti o lari. Quando la festa fu estesa fino al 23 dicembre, l'ultimo giorno, durante i quali avveniva lo scambio dei regali, assunse il nome di Sigillaria.
Lares pubblici
I Lari ebbero anche un culto pubblico:
  • Lares Compitales, Lari degli incroci stradali.
  • Lares Permarini, protettori della navigazione (al culto dei quali è attribuito il tempio "D" nell'area sacra di Largo di Torre Argentina a Roma).
  • Lares Praestites, di solito accompagnati da un cane (protettori dei confini della città).
  • Lares Augusti, per estensione i Lari della famiglia imperiale, in quanto protettori dell'Imperatore, erano ritenute divinità benefiche anche in tutto l'impero e perciò venerate da tutti i sudditi.
  • Lares Viales, proteggono i viaggiatori.
In origine i Lari erano probabilmente legati alla difesa dei confini e dei passaggi e per questo erano venerati anche come protettori dei campi e dei crocicchi. Furono identificati con i Lari anche Romolo e Remo.

#VARIA - Vetro dorato

 

Il vetro doratofondo d'oro o vetro d'oro, è un artefatto di lusso in vetro, in cui una decorazione in foglia d'oro è fusa tra due strati di vetro. Si ritrova per la prima volta nel periodo ellenistico, ma è peculiare della vetreria romana del tardo Impero, tra il III e il V secolo, quando i medaglioni decorati in oro di coppe e altri contenitori furono spesso rimossi dal vaso originale e inseriti nelle mura della catacombe di Roma come segni funerari distintivi delle piccole tombe là collocate. Circa 500 pezzi di vetri dorati utilizzati in questo modo sono stati recuperati. I contenitori completi sono molto più rari.
Molti vetri dorati mostrano immagini religiose, cristiane, della religione greco-romana tradizionale con le sue derivazioni, e giudaiche. Altri medaglioni riportano i ritratti dei loro possessori, e i più fini sono «tra i più vividi ritratti che si siano conservati dalla prima epoca cristiana. Ci fissano con un'intensità straordinariamente severa e melanconica». Dal I secolo questa tecnica fu anche utilizzata per ottenere il colore oro nei mosaici.
Diverse altre tecniche possono essere descritte talvolta come «vetro dorato». Lo zwischengoldglas è simile, ma si differenzia per il fatto che i due strati di vetro sono cementati, non fusi; proviene principalmente dalla Germania e dalla Boemia, e si diffuse nel XVIII e XIX secolo. Il verre églomisé consiste in una lastra di vetro che è dorata (o coperta con altre tipologie di foglia di metallo) sulla parte posteriore, e fu utilizzato nel XIX secolo; un procedimento fu diffuso da Jean-Baptise Glomy (1711–1786), da cui il nome. Il vetro cranberry o «gold ruby» è di colore rosso, ed è ottenuto aggiungendo ossido aurico.


Oltre ai medaglioni con immagini figurative, la tecnica dei due strati sovrapposti e fusi fu utilizzata anche per realizzare le tessere dorate per i mosaici, oltre che per le perline di vetro e altri oggetti simili. Le tessere in vetro dorato, in epoca medioevale, avevano un sottile strato di vetro sulla sommità, che era stato probabilmente colato sullo strato inferiore, sul quale era stata incollata in precedenza una foglia d'oro. Le tessere erano realizzate in blocchi e poi tagliate in cubetti, che sono relativamente larghi nel caso degli sfondi in oro. Gli sfondi in oro erano poi disposti su di un supporto rosso o giallo-ocra, che ne esaltava l'effetto visivo. La maggior parte delle tessere colorate erano realizzate localmente, nei pressi del luogo dove si doveva realizzare il mosaico, ma c'è qualche dubbio relativamente alle tessere dorate: nell'XI secolo, nel relativamente recente centro cristiano di Kiev, le tessere dorate utilizzate erano importate da Costantinopoli.
La manifattura del vetro dorato era estremamente difficile e richiedeva grande abilità. Sebbene i dettagli possano differire da ricostruzione a ricostruzione, il principio di base era il seguente. Il vetro (incolore o colorato) era soffiato in una sfera, e da questo si ritagliava una porzione piatta di 7/12 cm di diametro. Una foglia d'oro era poi fissata sul vetro con della gomma arabica, e grattandola opportunamente era possibile ricavare la decorazione. Il contenitore in vetro a cui si doveva applicare la decorazione era manipolato in modo da avere una parte piatta di dimensioni simili al disco decorato, e veniva a questo sovrapposto, in modo che si fondessero insieme. Il contenitore era poi riscaldato un'ultima volta per completare la fusione.
Si ritiene che i contenitori più grandi di vetro ellenistico siano stati realizzati tramite un processo di stampaggio piuttosto che soffiati, in quanto l'intero contenitore è doppio e il contenitore interno e quello esterno devono combaciare. Alcuni dei medaglioni più pregiati sembrano essere stati realizzati in quanto tali, e alcuni contengono altri pigmenti oltre all'oro. Questi medaglioni dal bordo liscio sfruttano il vetro come supporto per ritratti in miniatura, compito in cui il vetro si è dimostrato molto adatto, superiore a tutte le altre alternative ad eccezione dei metalli preziosi e delle gemme intagliate. Probabilmente furono inizialmente realizzati per essere appesi in vista, oppure incastonati in elementi di gioielleria, quando di dimensioni ridotte come quello di Gennadio, ma furono utilizzati anche a scopo funebre, e usano spesso del vetro blu come base. Ci sono pochi esempi romani di contenitori, principalmente da Colonia, in cui diversi piccoli medaglioni in vetro dorato di 2-3 cm di diametro sono fusi all'interno delle pareti del contenitore.
Oltre ai medaglioni con immagini figurative, la tecnica dei due strati sovrapposti e fusi fu utilizzata anche per realizzare le tessere dorate per i mosaici, oltre che per le perline di vetro e altri oggetti simili. Le tessere in vetro dorato, in epoca medioevale, avevano un sottile strato di vetro sulla sommità, che era stato probabilmente colato sullo strato inferiore, sul quale era stata incollata in precedenza una foglia d'oro. Le tessere erano realizzate in blocchi e poi tagliate in cubetti, che sono relativamente larghi nel caso degli sfondi in oro. Gli sfondi in oro erano poi disposti su di un supporto rosso o giallo-ocra, che ne esaltava l'effetto visivo. La maggior parte delle tessere colorate erano realizzate localmente, nei pressi del luogo dove si doveva realizzare il mosaico, ma c'è qualche dubbio relativamente alle tessere dorate: nell'XI secolo, nel relativamente recente centro cristiano di Kiev, le tessere dorate utilizzate erano importate da Costantinopoli.
Le perline di vetro dorato romane erano realizzate utilizzando un bastoncino interno a cui era applicata la foglia d'oro; un tubo più largo era fatto scorrere attorno al primo e le perline erano poi aggraffate. Di facile trasporto e molto attraenti, le perline di vetro dorato romane sono state ritrovate anche al di fuori dall'Impero, dalle rovine di Wari-Bateshwar in Bangladesh, a siti in Cina, Corea, Thailandia e Malesia.
Quella del vetro a banda dorata (vedi foto a destra) è una tecnica ellenistica e romana imparentata al vetro dorato: strisce di foglia d'oro sono disposte tra due strati di vetro trasparente, e sono usate come parte di un effetto di marmorizzazione nel vetro d'onice. Questa tecnica è per lo più applicata a piccoli unguentari.
Segnacoli di tombe
La tipologia di contenitore più frequente tra i reperti romani tardo-imperiali è la coppa per bere o la vaschetta, che si ritiene fossero originariamente doni di famiglia per matrimoni, anniversari, celebrazioni dell'anno nuovo, e altre festività religiose, forse anche doni per la nascita di un figlio o il battesimo cristiano. Si sono conservati circa 500 frammenti di contenitore in vetro dorato la cui decorazione fu ritagliata e utilizzata per segnalare i loculi nelle catacombe, ma il fatto che molti medaglioni rechino iscrizioni che invitano il possessore a bere ha fatto identificare i contenitori da cui questi frammenti provenivano originariamente come coppe o bicchieri. Solitamente le coppe per bere romane erano molto ampie e basse, sebbene alcuni esemplari fossero alti e con le pareti dritte o che si allargano verso l'altro. 


Un mosaico dalle rovine della città romana di Dougga (immagine in alto) mostra due schiavi che versano vino dalle anfore in coppe basse rette da schiavi che attendono a un banchetto. Le due anfore hanno le iscrizioni «ΠΙΕ» e «ΣΗϹΗϹ», ovvero l'invito in lingua greca «pie zeses», «bevi, che tu possa vivere», così frequente sul bicchieri romani, ed è stato suggerito che il mosaico mostri la forma completa di una coppa da cui si ritagliavano i medaglioni.
In un periodo probabilmente successivo, forse dopo decenni di uso, alla morte del proprietario, il medaglione di vetro dorato era ritagliato dal resto del contenitore, per essere utilizzato nelle tombe come segnacolo per il loculo del proprietario. Verosimilmente se la coppa si era rotta durante l'uso, il suo spesso fondo decorato era conservato per questa funzione. I cadaveri erano sepolti nelle catacombe all'interno di loculi, scavati nella roccia morbida lungo gli stretti corridoi, disposti uno sopra l'altro, e un qualche simbolo distintivo era necessario affinché i visitatori potessero trovare la tomba di loro interesse. Forse fungevano anche da sigillo della tomba, in quanto erano premuti all'interno della malta o dello stucco che formava l'ultima superficie della parete del loculus; altri tipi di piccoli oggetti decorativi erano usati nello stesso modo. È anche possibile che fungessero come protezione contro il malocchio, specie nei periodi più recenti, quando si diffondono le figure dei santi. 
Il ritaglio grossolano dei bordi dei medaglioni può essere spiegato in questo modo: un esemplare al Metropolitan Museum of Art (foto a sinistra) è ancora attaccato a un pezzo di malta tutto intorno al suo bordo, mostrando come la malta si sovrapponesse al bordi del medaglione.
Molti esempi di vetro dorato recano incisi i ritratti di individui comuni, spesso coppie sposate, tra cui probabilmente il defunto, mentre altri vetri dorati rappresentano figure religiose, come santi, o simboli religiosi. Questa pratica era seguita da cristiani, ebrei (sono noti almeno 13 esempi chiaramente ebraici) e pagani. Le differenti tipologie di immagini, eccezion fatta per l'elevato numero di ritratti privati, sono tipiche dei dipinti che si trovano nelle catacombe e di altri esempi dell'arte paleocristiana e dei rispettivi equivalenti dell'arte ebraica. Lo sviluppo dell'arte cristiana nel IV e V secolo si riflette nei soggetti e nella loro raffigurazione sui vetri dorati, prima che le catacombe smettessero di essere utilizzate e terminino gli esemplari a disposizione.
Periodo ellenistico
La tecnica fu utilizzata in epoca ellenistica, e gli esempi ellenistici sono di solito sia più tecnicamente ambiziosi di quelli romani, con vasi più grandi o con coppe decorate lungo l'intera fascia laterale in vetro dorato, sia eseguiti con maggiore capacità artistica. Il British Museum ha una coppa quasi completa (restaurata) larga 19.3 cm e alta 11.4 cm, una di due provenienti da una tomba a Canosa di Puglia e datata tra il 270 e il 160 a.C.; la maggior parte dell'interno è decorata molto finemente con motivi di loto e acanto (le decorazioni vegetali sono più tipiche di questo periodo rispetto alle raffigurazioni di esseri umani). Ci sono pochi altri esemplari completi e altri frammenti. Questi pezzi sono solitamente attribuiti a botteghe di Alessandria d'Egitto, che è frequentemente considerata il centro d'origine del vetro di lusso ellenistico, ed è menzionata come fonte di vetri super-elaborati dal satirista del I secolo Marziale, oltre che da altre fonti. Uno di questi esemplari sembra raffigurare una scena nilotica, che però era un soggetto frequente. Altri frammenti sono stati trovati negli scavi di una fabbrica di vetro a Rodi. Una descrizione datata agli anni 270 a.C. e conservatasi nell'opeda di Ateneo di Naucrati menziona due contenitori che sono definiti diachysa ("contenenti oro") e molto probabilmente realizzati con questa tecnica.
Periodo romano
Tessere di mosaico dorate furono utilizzato in ambito domestico a partire dal I secolo, apparentemente a Roma. Continuarono a essere usate per tutta l'epoca antica e medievale, fino ai giorni nostri. Intorno al 400, si iniziò a utilizzare l'oro come sfondo per i mosaici religiosi cristiani, consuetudine che continuò per tutta la durata dell'arte bizantina.
Gli esemplari tardoromani decorati sono solitamente ritenuti prodotti a Roma e nei dintorni, specialmente nel caso dei ritratti di coloro che vi vivevano, ma anche nei dintorni di Colonia e Augusta Treverorum, la moderna Treviri, che fu il centro di produzione di altri prodotti di vetro di lusso come le coppe diaretre. Anche Alessandria d'Egitto è considerato un centro di produzione di rilievo, e in base all'analisi linguistica delle iscrizioni è stato suggerito che la tecnica, se non addirittura gli stessi artisti e artigiani, si siano trasferiti da Alessandria a Roma e in Germania. Un numero ridotto di ritagli di basi di contenitori è stato ritrovato in Italia settentrionale, in Ungheria e in Croazia.
Il medaglione di Gennadio (immagine a sinistra) è un esempio di ritratto alessandrino su vetro blu, che utilizza una tecnica piuttosto elaborata e uno stile più naturalistico della maggior parte degli esemplari romani, tra cui l'uso di dipingere sull'oro per creare delle ombreggiature, e con l'iscrizione che contiene delle caratteristiche del dialetto greco alessandrino; questo esemplare fu forse commissionato per celebrare la vittoria in una competizione musicale. Uno dei più famosi medaglioni-ritratto in stile alessandrino, con un'iscrizione in greco egiziano, fu montato durante l'alto medioevo sulla Croce di Desiderio (immagine in basso a destra) a Brescia, in quanto erroneamente ritenuto raffigurare l'imperatrice e devota cristiana Galla Placidia e i suoi figli, mentre il nodo sulla veste della figura centrale suggerisce una devota di Iside. 
I ritratti del medaglione di Brescia condividono delle caratteristiche stilistiche con i ritratti del Fayyum dell'Egitto romano, oltre all'iscrizione in dialetto greco egiziano. Il medaglione di Brescia rientra in un gruppo di 14 pezzi che risalgono al III secolo, tutti ritratti individuali e secolari di alta qualità. Resta comunque in piedi l'ipotesi che il medaglione di Brescia medallion, verosimilmente una raffigurazione di una famiglia alessandrina, possa datarsi dall'inizio del III alla metà del V secolo, prima che giungesse in Italia per adornare una croce cristiana del VII secolo. Si ritiene che i piccoli dettagli su pezzi simili possano essere stati realizzati solo tramite l'uso di lenti.
I medaglioni di tipologia «alessandrina» sono caratterizzati da una semplice linea sottile dorata che contorna il soggetto, mentre gli esempi romani hanno una varietà di cornici più spesse, e spesso utilizzano due bordi tondi, talvolta utilizzati per suddividere gli esemplari tra differenti officine. Il livello del ritratto è rudimentale, con capigliature, vestiti e dettagli che seguono uno stile stereotipato.
Il «piatto Alessandro con scena di caccia» al Cleveland Museum of Art (foto a sinistra) è, se autentico, un esempio molto raro di contenitore completo decorato in vetro dorato, e proviene dall'alta società romana. Si tratta di un piatto o di un vassoio poco profondo, 257 mm di diametro e 45 mm alto, decorato da un medaglione piatto e circolare disposto al centro, grande quanto i due terzi circa dell'intero diametro. Raffigura un cacciatore a cavallo armato di lancia, che insegue due cervi, mentre sotto il suo cavallo un cacciatore a piedi con un segugio al guinzaglio affronta un cinghiale: l'iscrizione latina «ALEXANDER HOMO FELIX PIE ZESES CVM TVIS» significa «Alessandro, uomo fortunato, bevi, che tu possa vivere con i tuoi (cari)». L'identità di questo Alessandro è stata oggetto di discussione, ma in genere si ritiene che fosse un altrimenti ignoto aristocratico, piuttosto che una figura storica come Alessandro Magno o l'imperatore romano Alessandro Severo (che regnò tra il 232 e il 235): il piatto sarebbe stato prodotto poco dopo il suo regno e almeno durante il suo regno difficilmente sarebbe stato chiamato semplicemente «uomo». La formula greca per il brindisi augurale, ZHCAIC (traslitterato foneticamente come «ZESES»), significa «vivi!», «che tu possa vivere!», ed è frequentemente utilizzata nelle iscrizioni dei vetri dorati, e talvolta è l'unico elemento dell'iscrizione; è più frequente dell'equivalente termine latino, VIVAS, forse perché era considerato più raffinato. Due vetri dorati che includono la figura di Gesù hanno «ZESUS» invece di «ZESES», una sorta di gioco di parole tra il brindisi augurale e il nome della divinità cristiana.
Questi auguri laici sono tipici, e sui medaglioni provenienti da coppe invitano frequentemente il proprietario a bere, anche quando l'iconogragia è religiosa. Un esempio ebraico ha la consueta collezione di simboli e l'iscrizione «bevi, che tu possa vivere, Elares». L'episodio evangelico delle nozze di Cana è un tema cristiano molto popolare, con un esemplare che reca l'iscrizione «Degno dei tuoi amici, possa tu vivere nella pace di Dio, bevi». Un'altra frase popolare è «DIGNITAS AMICORVM», «[tu sei] l'onore dei tuoi amici». La maggior parte delle iscrizioni sono composte da nomi o da espressioni augurali convenzionali come le precedenti, o dalle due tipologie combinate; un esemplare che reca l'iscrizione «DIGNITAS AMICORVM PIE ZESES VIVAS» rappresenta bene la tendenza a combinare insieme frasi comuni. Le dediche conviviali trovate su tanti esemplari hanno paralleli in diverse delle ben più lussuose coppe diatrete.

#VARIA - Coppa diatreta

 

La coppa diatreta (in greco: διάτρητων; latino: vas diatretum, al plurale diatreta) è una tipologia di contenitore in vetro romano di lusso, diffusosi intorno al IV secolo circa, e considerato «l'apice delle potenzialità dei romani nella lavorazione del vetro». Le diatreta consistono di un contenitore interno e di una gabbia o un guscio decorativo esterno che si distacca dal corpo della coppa, al quale resta attaccato tramite corti supporti.
Tra frammenti e pochi esemplari quasi completi, appena cinquanta coppe diatrete si sono conservate. La maggior parte possiede una gabbia con decorazioni geometriche circolari, spesso con un'«iscrizione», composta da lettere poste nel reticolo; alcune presentano una flangia aperta sotto l'iscrizione e sopra il motivo decorativo inferiore. 
Ancora più rare sono le coppe con decorazioni figurative, tra le quali la Coppa di Licurgo (nella foto a sinistra), conservata al British Museum, è l'unico esemplare conservatosi integralmente.
Le diatreta sono menzionate nella letteratura romana, e le datazioni assegnate agli esemplari conservatisi vanno dalla metà del III alla metà del IV secolo, lo stesso periodo associato alla diffusione del vasellame romano in vetro a cameo. Sembra infatti che fossero costruiti con vetro simile, ed esistono indizi che suggeriscono che alcuni esemplari più tardi siano una combinazione di diatreta e di vetro a cameo. La suddivisione principale è tra le coppe con figure, accompagnate o meno da decorazioni a reticolo, e quelle senza figure. Alcuni esemplari hanno iscrizioni e flange con decorazioni ad ovolo, assenti in altri; la maggior parte ha una forma a bricco, mentre alcune coppe sono a scodella ampia.
Sin dalla prima pubblicazione sull'argomento (1680) è quasi unanimemente accettato che le coppe fossero realizzate tagliando e molando un vaso di vetro grezzo, pieno e spesso, con una laboriosa tecnica nota a Greci e Romani grazie alla loro esperienza nell'incisione della pietra e delle gemme semi-preziose. Una vecchia teoria, minoritaria ma riproposta recentemente, vuole invece che vaso e gabbia fossero realizzati e lavorati separatamente e poi congiunti a caldo. Alcuni esemplari, come una coppa ritrovata a Corinto negli anni 1960, non mostrano indizi di saldatura alla giunzione tra gabbia e coppa anche quando esaminati al microscopio.
Un piccolo frammento di argento reticolato con un motivo a traforo si è conservato in un ricco tesoro di argenti romani sminuzzati nel V secolo per il suo valore venale, sepolto in Scozia a Traprain Law ed ora esposto al Royal Museum of Scotland. Il frammento mostra un motivo basato su circonferenze, molto simile alle diatreta di vetro, e suggerisce che lo stesso stile possa essere stato usato per il vasellame in argento.
Alcuni esemplari presentano un'ulteriore complicazione nel processo di lavorazione dovuta all'uso di differenti colori per la gabbia, come nel caso delle coppe di Milano e Colonia, ma la maggior parte delle coppe sono monocolore, come nel caso della coppa di Monaco e di quella di Corning. Un esemplare, la Coppa di Licurgo, fu lavorata in modo da ottenere un vetro dicroico, il cui colore, cioè, cambia quando la luce vi passa attraverso.
Gli oggetti di questo tipo rinvenuti in Italia e altre regioni europee sono databili al periodo compreso tra il III ed il IV secolo.
Il termine “diatreta” deriva dal verbo greco διατραω = diatrao e si riferisce alla particolare tecnica di lavorazione dell'oggetto, che anticamente consisteva nella soffiatura di un vaso grezzo di spessore notevole, sul quale veniva dopo intagliata una raffinatissima lavorazione a reticolo, conferendo al manufatto il tipico aspetto di un vaso che sembra essere avvolto da un finissimo reticolo. Questa particolare tecnica veniva praticata forse in alcune manifatture della zona del Reno, ed ancora nasconde alcuni interrogativi per gli specialisti del vetro.
Un esempio pregevole è la Coppa trivulziana (l'iscrizione BIBE VIVAS MULTIS ANNIS, «Bevi, che tu viva molti anni») risalente al IV secolo e conservata al Museo archeologico di Milano (nella foto a destra).

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