Il
vetro
dorato,
fondo d'oro o
vetro d'oro, è un artefatto di
lusso in vetro, in cui una decorazione in foglia d'oro è
fusa tra due strati di vetro. Si ritrova per la prima volta nel
periodo ellenistico, ma è peculiare della vetreria
romana del tardo Impero, tra il III e il V secolo, quando i
medaglioni decorati in oro di coppe e altri contenitori furono spesso
rimossi dal vaso originale e inseriti nelle mura della catacombe
di Roma come segni funerari distintivi delle piccole tombe là
collocate. Circa 500 pezzi di vetri dorati utilizzati in questo modo
sono stati recuperati. I contenitori completi sono molto più
rari.

Molti vetri
dorati mostrano immagini religiose, cristiane, della religione
greco-romana tradizionale con le sue derivazioni, e giudaiche. Altri
medaglioni riportano i ritratti dei loro possessori, e i più fini
sono «tra i più vividi ritratti che si siano conservati dalla prima
epoca cristiana. Ci fissano con un'intensità straordinariamente
severa e melanconica». Dal I secolo questa tecnica fu anche
utilizzata per ottenere il colore oro nei mosaici.
Diverse altre
tecniche possono essere descritte talvolta come «vetro dorato».
Lo zwischengoldglas è simile, ma si differenzia per il
fatto che i due strati di vetro sono cementati, non fusi; proviene
principalmente dalla Germania e dalla Boemia, e si diffuse nel XVIII
e XIX secolo. Il verre églomisé consiste in una lastra di
vetro che è dorata (o coperta con altre tipologie di
foglia di metallo) sulla parte posteriore, e fu utilizzato nel XIX
secolo; un procedimento fu diffuso da Jean-Baptise Glomy (1711–1786),
da cui il nome. Il vetro cranberry o «gold ruby» è di
colore rosso, ed è ottenuto aggiungendo ossido aurico.
Oltre
ai medaglioni con immagini figurative, la tecnica dei due strati
sovrapposti e fusi fu utilizzata anche per realizzare
le tessere dorate per i mosaici, oltre che per le
perline di vetro e altri oggetti simili. Le tessere in vetro dorato,
in epoca medioevale, avevano un sottile strato di vetro sulla
sommità, che era stato probabilmente colato sullo strato inferiore,
sul quale era stata incollata in precedenza una foglia d'oro. Le
tessere erano realizzate in blocchi e poi tagliate in cubetti, che
sono relativamente larghi nel caso degli sfondi in oro. Gli sfondi in
oro erano poi disposti su di un supporto rosso o giallo-ocra, che ne
esaltava l'effetto visivo. La maggior parte delle tessere colorate
erano realizzate localmente, nei pressi del luogo dove si doveva
realizzare il mosaico, ma c'è qualche dubbio relativamente alle
tessere dorate: nell'XI secolo, nel relativamente recente centro
cristiano di Kiev, le tessere dorate utilizzate erano importate
da Costantinopoli.

La
manifattura del vetro dorato era estremamente difficile e richiedeva
grande abilità. Sebbene i dettagli possano differire da
ricostruzione a ricostruzione, il principio di base era il seguente.
Il vetro (incolore o colorato) era soffiato in una sfera, e
da questo si ritagliava una porzione piatta di 7/12 cm di diametro.
Una foglia d'oro era poi fissata sul vetro con della gomma
arabica, e grattandola opportunamente era possibile ricavare la
decorazione. Il contenitore in vetro a cui si doveva applicare la
decorazione era manipolato in modo da avere una parte piatta di
dimensioni simili al disco decorato, e veniva a questo sovrapposto,
in modo che si fondessero insieme. Il contenitore era poi riscaldato
un'ultima volta per completare la fusione.
Si ritiene che i contenitori più grandi di vetro
ellenistico siano stati realizzati tramite un processo
di stampaggio piuttosto che soffiati, in quanto l'intero
contenitore è doppio e il contenitore interno e quello esterno
devono combaciare. Alcuni dei medaglioni più pregiati
sembrano essere stati realizzati in quanto tali, e alcuni contengono
altri pigmenti oltre all'oro. Questi medaglioni dal bordo
liscio sfruttano il vetro come supporto per ritratti in miniatura,
compito in cui il vetro si è dimostrato molto adatto, superiore a
tutte le altre alternative ad eccezione dei metalli preziosi e
delle gemme intagliate. Probabilmente furono inizialmente
realizzati per essere appesi in vista, oppure incastonati in elementi
di gioielleria, quando di dimensioni ridotte come quello di Gennadio,
ma furono utilizzati anche a scopo funebre, e usano spesso del vetro
blu come base. Ci sono pochi esempi romani di contenitori,
principalmente da Colonia, in cui diversi piccoli medaglioni in vetro
dorato di 2-3 cm di diametro sono fusi all'interno delle pareti
del contenitore.
Oltre
ai medaglioni con immagini figurative, la tecnica dei due strati
sovrapposti e fusi fu utilizzata anche per realizzare
le tessere dorate per i mosaici, oltre che per le
perline di vetro e altri oggetti simili. Le tessere in vetro dorato,
in epoca medioevale, avevano un sottile strato di vetro sulla
sommità, che era stato probabilmente colato sullo strato inferiore,
sul quale era stata incollata in precedenza una foglia d'oro. Le
tessere erano realizzate in blocchi e poi tagliate in cubetti, che
sono relativamente larghi nel caso degli sfondi in oro. Gli sfondi in
oro erano poi disposti su di un supporto rosso o giallo-ocra, che ne
esaltava l'effetto visivo. La maggior parte delle tessere colorate
erano realizzate localmente, nei pressi del luogo dove si doveva
realizzare il mosaico, ma c'è qualche dubbio relativamente alle
tessere dorate: nell'XI secolo, nel relativamente recente centro
cristiano di Kiev, le tessere dorate utilizzate erano importate
da Costantinopoli.

Le perline di vetro dorato romane erano
realizzate utilizzando un bastoncino interno a cui era applicata la
foglia d'oro; un tubo più largo era fatto scorrere attorno al primo
e le perline erano poi aggraffate. Di facile trasporto e molto
attraenti, le perline di vetro dorato romane sono state ritrovate
anche al di fuori dall'Impero, dalle rovine di Wari-Bateshwar
in Bangladesh, a siti in Cina, Corea, Thailandia e Malesia.
Quella del vetro a banda dorata (
vedi foto a destra) è
una tecnica ellenistica e romana imparentata al vetro dorato: strisce
di foglia d'oro sono disposte tra due strati di vetro trasparente, e
sono usate come parte di un effetto di marmorizzazione nel vetro
d'onice. Questa tecnica è per lo più applicata a piccoli
unguentari.
Segnacoli
di tombe
La tipologia di contenitore più frequente tra i reperti romani
tardo-imperiali è la coppa per bere o la vaschetta, che si ritiene
fossero originariamente doni di famiglia per matrimoni, anniversari,
celebrazioni dell'anno nuovo, e altre festività religiose, forse
anche doni per la nascita di un figlio o il battesimo
cristiano. Si sono conservati circa 500 frammenti di
contenitore in vetro dorato la cui decorazione fu ritagliata e
utilizzata per segnalare i loculi nelle catacombe, ma il
fatto che molti medaglioni rechino iscrizioni che invitano il
possessore a bere ha fatto identificare i contenitori da cui questi
frammenti provenivano originariamente come coppe o bicchieri.
Solitamente le coppe per bere romane erano molto ampie e basse,
sebbene alcuni esemplari fossero alti e con le pareti dritte o che si
allargano verso l'altro.
Un mosaico dalle rovine della città romana
di Dougga (
immagine in alto) mostra due schiavi che versano vino
dalle anfore in coppe basse rette da schiavi che attendono
a un banchetto. Le due anfore hanno le iscrizioni «ΠΙΕ» e
«ΣΗϹΗϹ», ovvero l'invito in lingua greca «pie zeses», «bevi,
che tu possa vivere», così frequente sul bicchieri romani, ed è
stato suggerito che il mosaico mostri la forma completa di una coppa
da cui si ritagliavano i medaglioni.
In un periodo probabilmente successivo, forse dopo decenni di uso,
alla morte del proprietario, il medaglione di vetro dorato era
ritagliato dal resto del contenitore, per essere utilizzato nelle
tombe come segnacolo per il loculo del proprietario. Verosimilmente
se la coppa si era rotta durante l'uso, il suo spesso fondo decorato
era conservato per questa funzione. I cadaveri erano sepolti
nelle catacombe all'interno di loculi, scavati nella
roccia morbida lungo gli stretti corridoi, disposti uno sopra
l'altro, e un qualche simbolo distintivo era necessario affinché i
visitatori potessero trovare la tomba di loro interesse. Forse
fungevano anche da sigillo della tomba, in quanto erano premuti
all'interno della malta o dello stucco che formava l'ultima
superficie della parete del loculus; altri tipi di piccoli
oggetti decorativi erano usati nello stesso modo. È anche possibile
che fungessero come protezione contro il malocchio, specie nei
periodi più recenti, quando si diffondono le figure dei
santi.
Il ritaglio grossolano dei bordi dei medaglioni può
essere spiegato in questo modo: un esemplare al Metropolitan
Museum of Art (
foto a sinistra) è ancora attaccato a un pezzo di malta tutto
intorno al suo bordo, mostrando come la malta si sovrapponesse al
bordi del medaglione.
Molti esempi di vetro dorato recano incisi i ritratti di individui
comuni, spesso coppie sposate, tra cui probabilmente il defunto,
mentre altri vetri dorati rappresentano figure religiose, come santi,
o simboli religiosi. Questa pratica era seguita da cristiani, ebrei
(sono noti almeno 13 esempi chiaramente ebraici) e pagani. Le
differenti tipologie di immagini, eccezion fatta per l'elevato numero
di ritratti privati, sono tipiche dei dipinti che si trovano nelle
catacombe e di altri esempi dell'arte paleocristiana e dei
rispettivi equivalenti dell'arte ebraica. Lo sviluppo
dell'arte cristiana nel IV e V secolo si riflette nei soggetti e
nella loro raffigurazione sui vetri dorati, prima che le catacombe
smettessero di essere utilizzate e terminino gli esemplari a
disposizione.
Periodo
ellenistico
La tecnica fu utilizzata in epoca ellenistica, e gli esempi
ellenistici sono di solito sia più tecnicamente ambiziosi di quelli
romani, con vasi più grandi o con coppe decorate lungo l'intera
fascia laterale in vetro dorato, sia eseguiti con maggiore capacità
artistica. Il British Museum ha una coppa quasi
completa (restaurata) larga 19.3 cm e alta 11.4 cm, una di
due provenienti da una tomba a Canosa di Puglia e datata
tra il 270 e il 160 a.C.; la maggior parte dell'interno è decorata
molto finemente con motivi di loto e acanto (le
decorazioni vegetali sono più tipiche di questo periodo rispetto
alle raffigurazioni di esseri umani). Ci sono pochi altri esemplari
completi e altri frammenti. Questi pezzi sono solitamente attribuiti
a botteghe di Alessandria d'Egitto, che è frequentemente
considerata il centro d'origine del vetro di lusso ellenistico, ed è
menzionata come fonte di vetri super-elaborati dal satirista del
I secolo Marziale, oltre che da altre fonti. Uno di questi
esemplari sembra raffigurare una scena nilotica, che però era
un soggetto frequente. Altri frammenti sono stati trovati negli scavi
di una fabbrica di vetro a Rodi. Una descrizione datata
agli anni 270 a.C. e conservatasi nell'opeda di Ateneo
di Naucrati menziona due contenitori che sono
definiti diachysa ("contenenti oro") e molto
probabilmente realizzati con questa tecnica.
Periodo
romano
Tessere di
mosaico dorate furono utilizzato in ambito domestico a partire dal I
secolo, apparentemente a Roma. Continuarono a essere usate per tutta
l'epoca antica e medievale, fino ai giorni nostri. Intorno al 400, si
iniziò a utilizzare l'oro come sfondo per i mosaici religiosi
cristiani, consuetudine che continuò per tutta la durata dell'arte
bizantina.
Gli esemplari tardoromani decorati sono solitamente ritenuti prodotti
a Roma e nei dintorni, specialmente nel caso dei ritratti di coloro
che vi vivevano, ma anche nei dintorni di Colonia e Augusta
Treverorum, la moderna Treviri, che fu il centro di produzione
di altri prodotti di vetro di lusso come le coppe diaretre.
Anche Alessandria d'Egitto è considerato un centro di
produzione di rilievo, e in base all'analisi linguistica delle
iscrizioni è stato suggerito che la tecnica, se non addirittura gli
stessi artisti e artigiani, si siano trasferiti da Alessandria a Roma
e in Germania. Un numero ridotto di ritagli di basi di
contenitori è stato ritrovato in Italia settentrionale, in Ungheria
e in Croazia.
Il medaglione di Gennadio (
immagine a sinistra) è un esempio di ritratto alessandrino su
vetro blu, che utilizza una tecnica piuttosto elaborata e uno stile
più naturalistico della maggior parte degli esemplari romani, tra
cui l'uso di dipingere sull'oro per creare delle ombreggiature, e con
l'iscrizione che contiene delle caratteristiche del dialetto
greco alessandrino; questo esemplare fu forse commissionato per
celebrare la vittoria in una competizione musicale. Uno dei
più famosi medaglioni-ritratto in stile alessandrino, con
un'iscrizione in greco egiziano, fu montato durante l'alto
medioevo sulla Croce di Desiderio (
immagine in basso a destra) a Brescia, in
quanto erroneamente ritenuto raffigurare l'imperatrice e devota
cristiana Galla Placidia e i suoi figli, mentre il
nodo sulla veste della figura centrale suggerisce una devota
di Iside.
I ritratti del medaglione di Brescia
condividono delle caratteristiche stilistiche con i ritratti del
Fayyum dell'Egitto romano, oltre all'iscrizione in dialetto
greco egiziano. Il medaglione di Brescia rientra in un
gruppo di 14 pezzi che risalgono al III secolo, tutti ritratti
individuali e secolari di alta qualità. Resta comunque in
piedi l'ipotesi che il medaglione di Brescia medallion,
verosimilmente una raffigurazione di una famiglia alessandrina, possa
datarsi dall'inizio del III alla metà del V secolo, prima che
giungesse in Italia per adornare una croce cristiana del VII
secolo. Si ritiene che i piccoli dettagli su pezzi simili
possano essere stati realizzati solo tramite l'uso di lenti.
I medaglioni di tipologia «alessandrina» sono caratterizzati da una
semplice linea sottile dorata che contorna il soggetto, mentre gli
esempi romani hanno una varietà di cornici più spesse, e spesso
utilizzano due bordi tondi, talvolta utilizzati per suddividere gli
esemplari tra differenti officine. Il livello del ritratto è
rudimentale, con capigliature, vestiti e dettagli che seguono uno
stile stereotipato.
Il «piatto Alessandro con scena di caccia» al Cleveland Museum
of Art (
foto a sinistra) è, se autentico, un esempio molto raro di
contenitore completo decorato in vetro dorato, e proviene dall'alta
società romana. Si tratta di un piatto o di un vassoio poco
profondo, 257 mm di diametro e 45 mm alto, decorato da un
medaglione piatto e circolare disposto al centro, grande quanto i due
terzi circa dell'intero diametro. Raffigura un cacciatore a cavallo
armato di lancia, che insegue due cervi, mentre sotto il suo cavallo
un cacciatore a piedi con un segugio al guinzaglio affronta un
cinghiale: l'iscrizione latina «ALEXANDER HOMO FELIX PIE ZESES CVM
TVIS» significa «Alessandro, uomo fortunato, bevi, che tu possa
vivere con i tuoi (cari)». L'identità di questo Alessandro è stata
oggetto di discussione, ma in genere si ritiene che fosse un
altrimenti ignoto aristocratico, piuttosto che una figura storica
come Alessandro Magno o l'imperatore romano Alessandro
Severo (che regnò tra il 232 e il 235): il piatto sarebbe stato
prodotto poco dopo il suo regno e almeno durante il suo regno
difficilmente sarebbe stato chiamato semplicemente «uomo». La
formula greca per il brindisi augurale, ZHCAIC (traslitterato
foneticamente come «ZESES»), significa «vivi!», «che tu possa
vivere!», ed è frequentemente utilizzata nelle iscrizioni dei vetri
dorati, e talvolta è l'unico elemento
dell'iscrizione; è più frequente dell'equivalente termine
latino, VIVAS, forse perché era considerato più raffinato. Due
vetri dorati che includono la figura di Gesù hanno «ZESUS» invece
di «ZESES», una sorta di gioco di parole tra il brindisi augurale e
il nome della divinità cristiana.
Questi auguri laici sono tipici, e sui medaglioni provenienti da
coppe invitano frequentemente il proprietario a bere, anche quando
l'iconogragia è religiosa. Un esempio ebraico ha la consueta
collezione di simboli e l'iscrizione «bevi, che tu possa vivere,
Elares». L'episodio evangelico delle nozze di Cana è un
tema cristiano molto popolare, con un esemplare che reca l'iscrizione
«Degno dei tuoi amici, possa tu vivere nella pace di Dio,
bevi». Un'altra frase popolare è «DIGNITAS AMICORVM»,
«[tu sei] l'onore dei tuoi amici». La maggior parte delle
iscrizioni sono composte da nomi o da espressioni augurali
convenzionali come le precedenti, o dalle due tipologie combinate; un
esemplare che reca l'iscrizione «DIGNITAS AMICORVM PIE ZESES VIVAS»
rappresenta bene la tendenza a combinare insieme frasi comuni. Le
dediche conviviali trovate su tanti esemplari hanno paralleli in
diverse delle ben più lussuose coppe diatrete.