Il
Gruppo di
sant'Ildefonso (o L'offerta di Oreste e Pilade o
ancora Castore e Polluce) è un antico gruppo scultoreo romano
risalente al I secolo d. C. Il nome originale gli deriva da Ildefonso
di Toledo: posizionato al Palazzo Reale della Granja de San
Ildefonso a Segovia fino al 1839 accanto ad un grande
dipinto del santo (da qui la denominazione), si trova attualmente
al museo del Prado a Madrid.
Attingendo dalle opere della scultura
greca del V e IV secolo a.C. e seguendo la tradizione della
scuola di Prassitele, come ad esempio l'Apollo sauroctono, ma
anche l'Efebo Westmacott di Policleto, senza copiare
pedissequamente bensì dando un tocco d'originalità ai singoli
particolari, la scultura mostra due adolescenti maschi nudi
in forma idealizzata che indossano entrambi la corona di alloro.
I giovinetti mostrati a grandezza
naturali si appoggiano e sorreggono l'uno contro l'altro, uno con la
mano sinistra sulla spalla sinistra del compagno, l'altro con la
spalla ed l'intero braccio destro a sfiorare il petto dell'amico; a
terra sul davanti sta un altare e dietro una piccola figura
femminile, presumibilmente la statua di una qualche divinità
protettrice. Quest'ultima, in mano e stretta al petto ha una sfera,
variamente interpretata come un uovo (alimento) o un frutto
di melagrana.
Il gruppo, alto 161 cm. è ormai
accettato come essere la raffigurazione dei Dioscuri, i due
eroi-fratelli Castore e Polluce.
Il momento esatto e il luogo del ritrovamento originario rimane
sconosciuto, ma si sa che nel 1623 faceva già parte della collezione
Ludovisi a Villa Ludovisi a Roma: in quell'anno viene
restaurata da Ippolito Buzzi il quale vi aggiunge la
testa mancante. Nicolas Poussin deve averla veduta in quel
periodo o in un momento immediatamente successivo quando si trovava
già in possesso di Camillo Massimo; lo schizzo che in
quell'occasione il pittore francese fece non era inteso essere una
rappresentazione fedele, piuttosto uno spunto d'ispirazione da
conservare come parte del suo repertorio visivo dell'antichità
classica.
Ispirazione
questa che ha fatto sentire ampiamente la propria presenza nella
maggior parte dei dipinti dell'artista d'oltralpe. Nel suo disegno
Poussin a apportato lievi modifiche alle posture della coppia di
ragazzi, ma il cambiamento più grande è stato quello i trasformare
gli adolescenti in agili eroi più simili ad atleti muscolosi.
La sua fama si diffuse ben presto nella
maggioranza delle corti europee e poco dopo il 1664 la
regina Cristina di Svezia riesce ad acquisirla e così
riunirla all'ampia collezione d'arte che aveva finito col creare
durante il periodo della propria permanenza a Roma. Le antiche
sculture della raccolta sono state in seguito trasferite nella
proprietà degli Odescalchi come eredità e lì
rimasero fino al 1724 quando vennero offerte a Filippo V di
Spagna.
La seconda
moglie di Filippo era Elisabetta Farnese, della famiglia
Farnese di Parma la quale ha avuto parte nella storia
della costituzione della collezione scultorea al museo
archeologico nazionale di Napoli; acquistata ad alto prezzo venne
inviata al Palazzo Reale della Granja de San
Ildefonso a Segovia. Da lì poi giunse a quella che è la
sua attuale collocazione, il museo del Prado a Madrid.
La figura di sinistra era, al momento del ritrovamento, priva della
testa, che è stata pertanto restaurata solamente nel corso del XVII
secolo, il periodo di massimo splendore per quanto riguarda i
"restauri interpretativi", da Ippolito Buzzi; questo
durante il periodo in cui la scultura faceva parte della collezione
privata del cardinale Ludovico Ludovisi: l'artista
italiano si è ispirato ed ha preso spunto (il capo chinato volto
leggermente verso destra è difatti estremamente indicativo) da un
busto di tipo Antinoo-Apollo già appartenente alla stessa collezione (
vedi foto) nonché uno degli alti esempio di arte
adrianea.
L'identificazione da dare alle due
figure è stata ricercata nelle molte narrazioni riguardanti coppie
di sesso maschile presenti all'interno della mitologia greca;
nel corso dell'800 divenne per un certo periodo di tempo noto anche
come "genii tutelari dell'imperatore Adriano e di
Antinoo", tralasciando pertanto il fatto che le due statue sono
entrambe rappresentazioni di due ragazzi giovanissimi, mentre una
caratteristica importante del rapporto storico vigente tra
l'imperatore romano del II secolo e il bellissimo Antinoo era
invece la differenza d'età, come nello stile della pederastia
greca con un erastès più anziano ed
un eromenos notevolmente più giovane.
In alternativa è stato anche suggerito
il momento del sacrificio di Antinoo al demone (daimon),
in riferimento all'ipotesi che il giovane potesse essersi suicidato
all'interno di un rituale sacrificale volto ad allungare la vita al
suo amato imperatore; infine anche semplicemente come la
raffigurazione di Adriano ed Antinoo che si promettono reciproca
fedeltà.
Altre
identificazioni alternative nel corso de secoli hanno incluso:
- Hypnos e Thanatos,
personificazioni del sonno e della morte,
dall'interpretazione data alla sfera come melograno, per l'appunto
un simbolo di morte.
- Coridone e Alexis, i due
giovanissimi amanti omosessuali descritti nelle Bucoliche di Publio
Virgilio Marone
Il
critico e storico dell'arte tedesco Johann Joachim
Winckelmann suggerì inoltre nel 1767 potesse trattarsi
di Oreste e del compagno Pilade mentre offrono
un sacrificio in onore della dea Artemide di cui
desideravano attirarsi la benevolenza oppure di fronte alla tomba
del padre assassinato di Oreste, Agamennone. Winklemann è
stato il primo a pubblicare un'immagine e descrizione della
scultura, nel suo "Monumenti Antichi Inediti" del 1767,
(pag.XXI-XXII).
Oreste, perseguito dalle Erinni che
lo affliggono per aver ucciso sua madre Clitennestra (atto
compiuto per vendicare a sua volta l'omicidio del padre), marcia con
il carissimo amico Pilade in Tauride (episodio che appare
in Ifigenia in Tauride di Euripide), cercano la statua
di Artemide che Apollo ha ordinato loro di riportare
ad Atene come una forma di purificazione. In Tauride si
verifica per l'appunto l'episodio in cui entrambi offrono un
sacrificio; l'atmosfera i fratellanza in cui esso si svolge viene
preso come esempio di amicizia. Al suo ritorno ad Atene, portando la
statua di Artemide, offre infine un sacrificio alla dea.
Tutta
questa serie di identificazioni si pensa oggi siano errate e
semplicemente dovute al restauro della testa mancante con le
sembianze di Antinoo; è oramai accettato trattarsi di Castore e
Polluce mentre offrono un sacrificio a Persefone. Una tale
identificazione è principalmente basata sulla figura a destra, che
doveva tenere in principio nelle mani due torce, quella sulla mano
destra che accende l'altare posto ai loro piedi e un'altra sulla mano
sinistra rivolta dietro la schiena, e sull'identificazione della
sfera tra le mani della figurina femminile posta dietro di loro come
un uovo (quello da cui gli stessi Dioscuri sono nati). Quest'ultima
interpretazione è stata sostenuta tra gli altri anche dal poeta e
drammaturgo tedesco Johann Wolfgang von Goethe il quale
possedeva una copia del gruppo scultoreo.
Il lavoro
nel suo insieme è un eccellente esempio
di eclettismo e neoatticismo, molto frequente verso la
fine della repubblica romana e durante i primi decenni
dell'impero romano, intorno quindi all'età augustea, in una
combinazione di due diversi flussi estetici: mentre il giovane di
destra segue lo stile della scuola di Policleto, quello di
sinistra porta invece il marchio inconfondibile delle figure morbide,
sensuali e vagamente da effeminato di Prassitele.
L'iniziale identificazione errata
con Antinoo, l'amante adolescente di Publio Elio Traiano
Adriano, ha generato un grande interesse per la scultura, a seguito
del quale finirono con l'esser prodotte un gran numero di copie, in
gran parte realizzate in Italia e nel Nord Europa e
poi, sulla base di calchi fatti in Spagna e
basati sull'originale lì conservato. Questi inevitabilmente ne hanno
ulteriormente alimentato l'interesse, oscurando il fatto che in
realtà la testa di Antinoo era opera di un restauro.
Negli anni '60 del XVII secolo Antoine
Coysevox ne ha scolpito una copia in marmo per essere inserita
nei giardini di Versailles all'interno della reggia di
Versailles.