domenica 10 agosto 2025

GERMANIA - Cappello d'oro di Berlino

Il Cappello d'oro di Berlino (in tedesco: Berliner Goldhut) è un manufatto risalente alla tarda Età del bronzo realizzato in una sottile lamina d'oro. Fu utilizzato come copertura esterna di un lungo copricapo conico, probabilmente realizzato in materiale organico.
Il Cappello d'oro di Berlino è quello che si è meglio conservato rispetto ai quattro "Cappelli d'Oro" rinvenuti in Europa e risalenti, più o meno, tutti alla stessa epoca. Degli altri tre, due sono stati rinvenuti in Germania e uno in Francia. Tutti e quattro sono stati rinvenuti tra il XIX e XX secolo.
Generalmente si presume che tali oggetti siano stati delle insegne di divinità o di religiosi, collegati ad un culto solare molto diffuso in Europa nella tarda Età del bronzo. Si presume che tali oggetti abbiano avuto anche funzioni calendariali o astronomiche.
Il Cappello d'oro di Berlino è stato acquistato nel 1996 dal Museum für Vor- und Frühgeschichte di Berlino come ritrovamento unico senza provenienza, ed oggi è esposto nel Neues Museum. Uno studio comparativo degli ornamenti e delle tecniche utilizzate nella sua creazione, suggerisce che è stato realizzato alla fine dell'Età del bronzo, tra il 1000 a.C. e 800 a.C. circa.
Il Cappello d'oro di Berlino ha una forma conica allungata, pesa circa 490 grammi ed è tutto ricoperto di decorazioni incise tramite piccoli stampi o ruote decorate. La sua realizzazione è molto simile a quella Cono d'oro di Ezelsdorf-Buch.
Nella parte inferiore del cono si può notare che il foglio d'oro del reperto è rafforzato da un anello di 10 mm di larghezza in bronzo. Il bordo esterno della tesa è rafforzata da un filo a sezione quadrata ritorto su se stesso, attorno al quale si avvolge la lamina d'oro. L'altezza totale è di 745 mm. Il metallo che compone l'artefatto è una lega d'oro composta da: 87,7% Au, 9,8% Ag, 0,4% Cu e 0,1% di Sn. Fu costruito come un unico pezzo e il suo spessore medio è di 0,6 mm. Il cono è decorato con 21 bande orizzontali e righe di simboli lungo tutta la sua lunghezza.
Sono stati utilizzati quattordici diversi timbri e tre ruote decorate o stampi cilindrici. La bande orizzontali sono state decorate sistematicamente con gli stessi simboli ripetuti.
Le singole bande ornamentali sono state separate otticamente tracciando costolature e bulbi, in gran parte realizzati con l'uso di timbri cilindrici. Le bande contengono maggiormente motivi circolari. Una delle bande è particolare: è decorata con una fila di righe reclinate crescenti, ognuna terminante con un simbolo a forma di mandorla o di occhio. La punta del cono è abbellita con un otto stelle.
La giunzione tra il cono e il piede è decorata da una vasta fascia di nervature poste in verticale. La tesa è decorata con simboli simili al resto dell'artefatto.
Una moderna interpretazione del reperto ha portato a supporre che vi sia una correlazione tra numeri e i vari tipi di incisioni che decorano l'oggetto. Uno studio dettagliato sul cappello di Berlino, l'unico pienamente preservato, ha rivelato che i simboli probabilmente rappresentano un calendario lunisolare; inoltre avrebbe consentito di ottenere delle date sia nel calendario solare che in quello lunare.
Dal momento che una esatta conoscenza dell'anno era di particolare interesse per la determinazione di eventi religiosi importanti come ad esempio il solstizio d'estate o d'inverno, le conoscenze astronomiche raffigurate sui Cappelli d'oro erano di alto valore nella società arcaica. Se i cappelli sono stati effettivamente utilizzati per la determinazione di tali date, o se semplicemente rappresentavano tali conoscenze, non è noto.
Le relazioni scoperte finora permetterebbero il conteggio di unità temporali fino a 57 mesi. Una semplice moltiplicazione di tali valori permetteva anche il calcolo di periodi più lunghi, ad esempio i cicli metonici.
Ogni simbolo, o ogni anello di un simbolo, rappresenta un solo giorno. Oltre a questi ornamenti ci sono varie fasce composte da un diverso numero di anelli che rappresentavano i giorni che dovevano essere aggiunti i sottratti al periodo in questione.
Ancora non sono state completamente decifrate queste funzioni matematiche incorporate dentro oggetti artistici, ma uno schema di comprensione generico del Cappello di Berlino è stato raggiunto.
In linea di principio, a partire da Z_i zona, un dato è ottenuto sommando i numerosi valori che popolano le sezioni contigue: Z_i .. Z_i + n. Per raggiungere l'equivalente valore riferito al calendario lunare o solare, da questo importo iniziale deve essere sottratta la somma di simboli della zona intercalare (s).
L'illustrazione riporta i dati solari sulla sinistra e quelli lunari sulla destra. I campi blu o rossi nelle zone 5, 7, 16 e 17 sono le zone intercalari. I valori dei singoli campi sono ottenuti moltiplicando il numero di simboli per zona con il numero di anelli o cerchi incorporati in ogni simbolo predominante. Ai simboli speciali nella zona 5 è assegnato il valore "38", come indicato dal numero.
Esempio
La zona 12 è dominata da 20 ripetizioni del simbolo numero 14, un disco circondato da 5 cerchi concentrici.
Di conseguenza, il simbolo ha il valore di 20 x 5 = 100.
I più piccoli anelli collocati tra i più grandi del simbolo n ° 14 sono considerati come semplici oggetti di ornamento e quindi non contano.
Attraverso questo sistema, i Cappelli d'oro possono essere utilizzati per calcolare date in un sistema lunisolare, vale a dire una lettura diretta di entrambe le date lunari o solari, ma anche convertirle tra di loro.
Il Cappello d'oro di Berlino è stato messo in vendita nel 1995 e nel 1996 fu acquistato dal Museum für Vor- und Frühgeschichte di Berlino. Il venditore sosteneva che l'oggetto proveniva da un'anonima collezione privata svizzera, realizzata tra gli anni 1950-1960. Si presume che il reperto sia stato trovato nel sud della Germania o in Svizzera. Ulteriori dettagli non sono noti. La buona conservazione del cono suggerisce che deve essere stato accuratamente riempito con terreno o cenere e poi sepolto in verticale nel suolo.
Il metallo che compone l'artefatto è una lega d'oro composta da: 87,7% Au, 9,8% Ag, 0,4% Cu e 0,1% di Sn. Fu costruito come un unico pezzo e il suo spessore medio è di 0,06 mm. La quantità di oro usato ammonta a circa un cubo di soli 3 centimetri di lato. Si ritiene che per evitare di danneggiare la lamina durante la lavorazione, l'oro fosse stato riscaldato a 750 °C, in modo da avere un materiale molto malleabile. Dal momento che la lega d'oro ha un relativamente basso punto di fusione, circa 960 °C, si è dovuto ricorrere ad un attento controllo della temperatura, in modo da evitare qualsiasi fusione del pezzo lavorato. Per questo, gli artigiani utilizzarono un forno con fuoco di carbone, simile a quelli utilizzati per le ceramiche. La temperatura potrebbe essere stata controllata solo attraverso l'aggiunta di ossigeno, utilizzando un mantice. Probabilmente il cono fu riempito di pece o resina d'alberi, per permetterne un'agevole decorazione senza rischiare di rompere la delicata lamina.

GERMANIA - Medusa Rondanini

 

La Medusa Rondanini è una statua di marmo raffigurante la testa della Medusa, probabilmente copia tardo-ellenistica o augustea di un originale greco di epoca classica o ellenistica andato perduto. Eseguita a grandezza superiore al naturale, la testa della Medusa è raffigurata più bella e umanizzata di quella apotropaica e sempre grottesca che appariva come Gorgoneion sull'egida di Atena. La Medusa Rondanini si trova nella Gliptoteca di Monaco di Baviera, in Germania, essendo stata acquistata dal re Ludovico di Baviera, amante dell'arte, dagli eredi del marchese Rondanini, durante il suo Grand Tour dell'Italia come principe.
La Medusa Rondanini fu in precedenza esposta a Palazzo Rondanini nella parte superiore di via del Corso, a Roma, dove era trascurata dal grande storico dell'arte Johann Joachim Winckelmann, forse distratto dalla Pietà Rondanini di Michelangelo nella stessa collezione. Fu molto ammirata, nondimeno, da Goethe, che fu colpito dal suo "indicibile angoscioso sguardo di morte" e disse di essa, portandola per la prima volta all'attenzione degli storici dell'arte nel 1786, che "la mera conoscenza che una tale opera abbia potuto essere creata ed esista ancora nel mondo fa di me due volte la persona che ero." Quando Antonio Canova realizzò il marmo Perseo con la testa della Medusa (1798-1801), che doveva prendere il posto dell'Apollo del Belvedere mandato nella Parigi di Napoleone, fu la Medusa Rondanini a servire da modello per la testa delle gorgone nella mano allungata di Perseo.
La Medusa Rondanini potrebbe essere una copia di un'opera classica del V secolo a.C., un modello attribuito ad uno o ad un altro scultore ateniese dell'età di Fidia. Alternativamente, potrebbe essere stato modellato sulla base di un'opera ellenistica classicizzante del tardo IV secolo a.C. Se è del V secolo, Janer Danforth Belson ha sottolineato, è la prima del tipo del "bel gorgoneion" ad apparire nell'arte greca da più di un secolo, e senza precedenti in alcuna rappresentazione contemporanea della testa della Medusa. Martin Robertson, seguendo l'attribuzione di Furtwängler a Fidia, osservava che sarebbe improbabile per il bel viso della Medusa essere giustapposto al bel viso della dea, in cui il gorgoneion conserva la sua spaventosa apparenza arcaica.
Janer Danforth Belson ha sostenuto la tesi che il suo modello fosse stato il gorgoneion su un'egida di bronzo dorato che era un ex voto di Antioco IV ed era appeso sul muro di contenimento sud dell'Acropoli di Atene nel 170 a.C. circa, dove fu notata da Pausania alla fine del II secolo d.C.
Sono state registrate altre sei antiche repliche dello stesso prototipo, apparentemente un bronzo, nessuna di esse di questa qualità.

GERMANIA - Menade danzante

 


La Menade danzante o Baccante è una scultura attribuita a Skopas, databile al 330 a.C. e conosciuta da una piccola copia frammentaria in marmo (altezza 45 cm) conservata nel Museo delle sculture della Staatliche Kunstsammlungen Dresden. La statua rappresenta una delle menadi, le fanciulle seguaci del dio Dioniso di cui celebravano il culto con cerimonie orgiastiche e danze forsennate al suono di flauti e tamburelli, al culmine delle quali aveva luogo il sacrificio di un capretto o di un capriolo, dilaniato a colpi di coltello e divorato crudo nel momento del culmine estatico.
La menade di Dresda è molto danneggiata, senza tuttavia perdere i suoi tratti fondamentali. L'agitazione che pervade tutta la figura viene resa dall'impetuosa torsione a vortice che, dalla gamba sinistra, passa per il busto e il collo sino alla testa, gettata all'indietro e girata, a seguire lo sguardo, verso sinistra; il volto è pieno, bocca naso e occhi sono ravvicinati, questi ultimi schiacciati contro le forti arcate orbitali per conferire maggiore intensità all'espressione. Il panneggio si apre e si volge verso l'alto, assecondando il ritmo ascensionale della statua. Il totale abbandonarsi del corpo alla passione è sottolineato anche dalla massa scomposta dei capelli, dall'arioso movimento del chitone che, stretto da una cintura appena sopra la vita, si spalanca nel vortice della danza, lasciando scoperto il fianco sinistro, e dal forte contrasto chiaroscurale tra panneggi e capigliatura da una parte e superfici nude dall'altra. Le braccia, perdute, dovevano seguire la generale torsione del corpo: il braccio sinistro, sollevato, stringeva contro la spalla un capretto; il destro era teso all'indietro e la mano impugnava un coltello.
In questo lavoro resta poco della razionalità e del controllo delle opere, ad esempio, di Policleto, raffigurando i nuovi orizzonti sociali, politici, culturali e religiosi che attraversavano la Grecia in un momento di instabilità come il IV secolo a.C.

GERMANIA - Apollo Citaredo

 
L'Apollo Citaredo è una statua del tipo "Apollo Kitharoidos" ('con la cetra') facente parte della collezione berlinese di antichità classica dell'Altes Museum di Berlino col numero d'inventario SK 44. Si tratta di una copia romana, probabilmente risalente al II secolo, ispirata da un originale greco precedente. Alta 213 cm, è la più grande statua marmorea di epoca romana giunta sino a noi.
Probabilmente la statua è una copia dell'Apollo Licio proveniente dal Liceo di Aristotele di Atene e citata a suo tempo da Luciano di Samosata. L'originale greco si ritiene, per ragioni stilistiche, essere risalente alla seconda metà IV secolo. Probabilmente lo scultore del lavoro faceva parte della cerchia degli artisti attici; spesso si è menzionato Prassitele come possibile creatore. Oggi esistono di essa circa 30 copie, di solito riprodotte in forma di torsi e ritratti.
Nessun altro tipo di Apollo è conservato in più copie antiche, ed è probabile che questa forma sia stata particolarmente popolare durante l'Impero Romano.
Da una lettera di Johann Joachim Winckelmann si può dedurre che la statua nel contesto del commercio dell'epoca sia stata restaurata ed ampliata nel laboratorio locale di Bartolomeo Cavaceppi ; pertanto le aggiunte comprendono il braccio destro a partire dal gomito e l'intero braccio sinistro insieme con la cetra, l'intera gamba sinistra, la gamba destra integrata dall'altezza del ginocchio, i piedi, la base, il supporto, parti del collo, del pene ed entrambi i testicoli.
La nuova statua è stata così inserita su di un'altra copia romana acefala sempre della stessa tipologia. Non è chiaro quale oggetto la statua avesse davvero in origine tenuto in mano; Cavaceppi lasciò scorrere la propria fantasia e si ispirò facendo un confronto con una statua apollinea presente a quel tempo nella capitale e attualmente ai Musei capitolini.
Nel 1766 si trovava a Roma, ma attraverso la mediazione di Giovanni Ludovico Bianconi venne acquistata per Federico II di Prussia. Posizionata inizialmente al Neues Palais eretto a Potsdam, ma è stata nel 1826 trasferita a Berlino per far parte della raccolta di antichità di recente creazione; la statua è stata successivamente sottoposta ad un ulteriore restauro nella bottega di Christian Daniel Rauch.
Infine tra il 2001/02, la statua è stata restaurata di nuovo, con la rimozione e riparazione dei tappi di metallo corrosi i quali potevano causare danni all'intera opera. Nella stessa collezione di antiquariato, esiste un'altra copia dell'Apollo Licio, un torso acquisito del 1842 e proveniente dalla collezione della Marchesa Galli di Firenze.
Colpisce di questo Apollo Kitharoidos berlinese la linea molto alta della vita sul lato della gamba portante. La mancanza di pelo pubico simboleggiava la giovinezza del dio solare. Entrambi i piedi sono posti al di fuori della linea del terreno e spiccano le proporzioni molto sottili in cui si è lavorato. Tutte queste particolarità rappresentano il solito modo di rappresentare il dio nell'arte classica greca della scultura del IV secolo a.C.; è riconoscibile per esempio la somiglianza con l'Apollo del Belvedere.
La colonna contenente l'originale è del IV secolo a.C. è stata raramente copiata in epoca romana e pare probabile che nella copia originale non fosse presente.

GERMANIA - Cesare verde


Il ritratto di Cesare detto Cesare verde è un'opera scultorea realizzata tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. in basanite. È attualmente conservato all'Altes Museum di Berlino.
Rappresenta probabilmente il generale e politico romano Gaio Giulio Cesare: la statua presenta, infatti, i caratteri propri delle altre raffigurazioni antiche di Cesare, e va dunque considerata, come le altre opere di età tardo-repubblicana, una riproduzione abbastanza realistica dei lineamenti del dittatore romano, ancora non modificati con fini di idealizzazione. Tuttavia, in ogni statua del periodo si possono riconoscere particolari tipizzati che rimandano ai valori del mos maiorum romano: è il caso dei segni dell'età che richiamano l'auctoritas e dei tratti severi che denotano la gravitas. Cesare, dittatore e guida dello stato romano, diviene personificazione stessa di questi valori; il contegno del volto rappresentato è simbolo della nobiltà dell'uomo che è effigiato. Il volto scarno di Cesare richiama l'incrollabile capacità di sopportazione che il generale dimostrò nel corso delle guerre galliche, benché Cesare sia qui ritratto non come condottiero militare ma come civis romanus che partecipa all'attività politica dell'Urbe.
L'opera fu rinvenuta con grande probabilità a Roma, ed acquistata dalla collezione Julienne nel 1767 a Parigi da Federico II di Prussia, che la trasportò in Germania, a Berlino, dov'è tuttora conservata. Risulta tuttora impossibile stabilire il luogo, probabilmente una località orientale, e l'epoca in cui l'opera fu realizzata; essa corrisponde ai canoni della scultura classica, ed è riconducibile, in particolare, al concetto di distensione classicistica, che si esplica nella plasticità dei lineamenti. Essi appaiono infatti particolarmente fluidi grazie all'uso, al posto del consueto marmo, della basanite (nella variante della grovacca verde dallo Uadi Hammamat, in Egitto).
Il ritratto, alto 41 centimetri e quindi leggermente superiore alle reali dimensioni del busto umano, raffigura il volto di un uomo adulto ormai prossimo alla vecchiaia: compaiono infatti sottili rughe sulla fronte, lungo il contorno degli occhi e attorno alla bocca. I capelli, radi ma in realtà ben più abbondanti di quelli che Cesare, quasi calvo, doveva avere, sono rappresentati in ciocche falciformi che ricadono sulla fronte ma lasciano scoperte le tempie. Le guance ed il collo comunicano un'impressione di particolare magrezza, accentuata anche dal profilo del naso e dalle labbra sottili.
Integrazioni di epoche successive sono da considerarsi i bulbi oculari in marmo, aggiunti in età moderna, e le rifiniture, frutto di più recenti restauri, all'orecchio sinistro e all'orlatura destra della toga.

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