sabato 26 luglio 2025

EGITTO - Tempio funerario di Hatshepsut

 

Il tempio funerario di Hatshepsut, noto anche come Djeser-Djeseru ("Santo fra i Santi"), è un tempio situato sotto le scogliere di Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re in Egitto. Il tempio funerario è dedicato alla divinità solare Amon-Ra, e si trova vicino al tempio di Mentuhotep II, entrambi serviti come fonte di ispirazione e, in seguito, come fonte di materiale edilizio. È considerato uno degli "incomparabili monumenti dell'antico Egitto". Il tempio fu il luogo in cui il 17 novembre 1997 avvenne il massacro di 62 persone, soprattutto turisti svizzeri e giapponesi, per mano di estremisti islamici.
Il cancelliere di Hatshepsut, architetto reale e forse amante Senenmut supervisionò la costruzione e probabilmente progettò il tempio. Nonostante il vicino e più antico tempio di Mentuhotep sia stato utilizzato come modello, le due strutture sono diverse per molti aspetti. Nel tempio di Hatshepsut vi era una lunga terrazza colonnata che diverge dalla struttura centralizzata del tempio di Mentuhotep, un'anomalia che potrebbe essere stata causata dalla posizione decentrata della camera funeraria. Vi sono tre livelli di terrazze per un'altezza totale di 35 metri. Ogni livello è formato da una doppia fila di colonne quadrate, con l'eccezione dell'angolo nordoccidentale della terrazza centrale, che usa colonne protodoriche per ospitare la cappella. Queste terrazze sono collegate tra loro tramite lunghe rampe un tempo circondate da giardini con piante esotiche, tra cui alberi di franchincenso e mirra. La struttura a livelli del tempio di Hatshepsut corrisponde alla classica forma tebana, che utilizza piloni, corti, ipostili, corti solari, cappelle e santuari.
L'area di Deir el-Bahari era luogo sacro alla dea Hathor e per questo motivo all'estremità sud del secondo colonnato vi è una cappella dedicata alla divinità. La costruzione è costituita da due sale ipostile con pilastri e da un santuario profondo scavato nella roccia preceduto da un vestibolo e dalla stanza per la barca sacra. La dea Hathor è raffigurata spesso come giovenca che esce dalla montagna con la funzione di accogliere i morti.
All'estremità opposta (estremità nord) è presente una seconda cappella dedicata ad Anubi, più piccola rispetto a quella dedicata ad Hathor.
La terrazza superiore è costituita da un portico con 24 statue osiriache della regina (Hatshepsut viene in questo caso ritratta come un uomo) e dall'entrata al santuario principale.
Quest'ultimo era composto da tre stanze che si succedevano: la prima era la sala della barca, la più grande, che aveva 6 nicchie nelle pareti nord e sud. Da tre gradini si accedeva alla sala della statua di culto (di Amon) e a metà delle due pareti laterali si aprivano due piccoli stretti ambienti per la grande enneade heliopolitana. L'ultima stanza era la sala per la tavola delle offerte dove venivano fatte offerte solo ad Hatshepsut. Il santuario venne successivamente ampliato come luogo di culto di due architetti (Amenofi figlio di Apu e Imhotep) mentre la corte dell'ultimo terrazzo fu usata come sanatoio.
Il tempio funerario doveva avere anche un tempio a valle che però non è stato ancora trovato.
Il portico della terrazza inferiore è decorato nella metà nord con scene relative ai rituali del Basso Egitto e il trionfo della regina sui nemici sconfitti mentre a sud sono presenti scene quali l'estrazione dalla cava e il trasporto dei grandi obelischi nel tempio di Amon Ra a Karnak durante la festa sed della regina.
Questa bipartizione di temi si ritrova anche nel secondo portico: sul lato sud testi ed immagini parlano di una spedizione nel paese di Punt, una zona esotica sulla costa del Mar Rosso, avvenuta nel IX anno di regno della regina; nel lato nord le scene erano dedicate alla nascita di Hatshepsut con ad esempio il concepimento divino tra il dio Amon e la madre della regina o la stessa Hatshepsut che accompagna il suo vero padre (Tutmosi I) nella visita dei più importanti centri egiziani.
Anche se statue ed ornamenti sono stati rubati o distrutti, sappiamo che la struttura un tempo conteneva due statue di Osiride, un viale costellato di sfingi e molte altre sculture della regina in pose diverse: in piedi, seduta o in ginocchio. Molti di questi ritratti furono distrutti per ordine del figliastro Thutmose III dopo la sua morte.
Il tempio di Hatshepsut è considerato il punto di maggior contatto tra architettura egizia e architettura classica. Ottimo esempio dell'architettura funeraria del Nuovo Regno, enfatizza il faraone e include santuari in onore degli dei importanti per la sua vita ultraterrena. Il tutto segna un punto di svolta nell'architettura egizia, che abbandona la geometria megalitica dell'Antico Regno per passare ad un edificio che permetta il culto attivo. La linearità assiale del tempio di Hatshepsut si ritrova negli altri templi del Nuovo Regno.
L'architettura del tempio originario è stata considerevolmente modificata a causa di un'erronea ricostruzione avvenuta all'inizio del XX secolo.


venerdì 25 luglio 2025

GRECIA - Atene, Torre dei Venti

 

La Torre dei Venti, chiamata anche horologion, è una torre ottagonale in marmo pentelico, situata nell'agorà romana di Atene. Il costruttore è presumibilmente l'astronomo siriaco Andronico di Cirro, che l'avrebbe realizzata nel 50 a.C.; ma secondo altre fonti sarebbe stata realizzata nel II secolo a.C., primo del resto del foro. La struttura è di epoca romana, alta 12 metri e ha un diametro di circa 8 metri. Sulla sommità vi è un tetto spiovente, sormontato in origine da una banderuola segnavento a forma di Tritone, indicante la direzione del vento. Sotto una cornice adornata da teste di leone, con funzione di grondaia, corre il famoso fregio dei Venti, capolavoro di arte romana, forse ripreso da modelli ellenistici.
Sono raffigurante in otto riquadri le divinità del venti o Anemoi, con inciso il loro nome. I Venti sono quattro adulti e quattro giovani, raffigurati di scorcio, in volo con le ali spiegate, recanti in mano i doni simbolici della stagione in cui spirano. Borea (vento del Nord) è un vento adulto, quindi barbuto, che soffia da una conchiglia marina, Kaikias (vento di Nord Est) anch'esso barbuto, rovescia chicchi di grandine da un cesto, Euro, (vento di Sud Est) è barbuto e avvolto in un manto autunnale, e Skiron (vento di Nord Ovest) barbuto, che sparge ceneri ardenti da un bacile di bronzo. Seguono Apeliote (vento dell'Est) raffigurato giovane e imberbe che porta un sacco con frutta e grano, Notos (vento del Sud) un giovane che rovescia la pioggia da un'anfora, Lips (vento di Sud Ovest) un giovane con in mano la prua o il timone di una nave, Zefiro (vento dell'Ovest) un giovane che sparge da un sacco fiori primaverili. A parte Zefiro e Lips, che sono a piedi nudi, tutti i venti indossano gli alti calzari da viaggio, a indicare il loro perenne vagare.
I greci e i romani usavano i venti in funzione empirica, sia come orologio stagionale, che come bussola naturale. I 4 venti principali in base alla rosa dei venti classica sono Borea, Noto, Euro e Zefiro, mentre gli altri sono venti accessori. I quattro venti erano associati sia alle quattro stagioni in relazione al momento in cui spiravano che ai punti cardinali in relazione alla direzione da cui provenivano. I venti erano spesso raffigurati agli angoli delle carte geografiche.
In origine la torre aveva il ruolo di orologio-planetario, grazie a un sofisticato congegno meccanico interno, un orologio anaforico. Di questi congegni, storicamente documentati, restano pochissimi esempi frammentari come il disco di bronzo di Salisburgo o quello di Grand. Il complesso meccanismo permetteva di registrare i movimenti del sole, le fasi della luna e dei cinque pianeti conosciuti all’epoca durante l'anno e rispetto allo Zodiaco. Oltre alla funzione pratica di consentire il calcolo delle ore e delle stagioni, consentiva anche di fare gli oroscopi e i vaticini. I dodici segni zodiacali erano classificati a tre a tre e raccordati in base ai quattro elementi: Fuoco, Terra, Aria e Acqua. Le influenze astrologiche dei corpi celesti sugli eventi terreni erano considerati una vera e propria scienza ed erano spiegate in modo sistematico in numerosi testi, come l'Almagesto e il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo o gli Astronomica di Marco Manilio.
All'interno l'orologio idraulico riceveva l'acqua da una torre adiacente più alta, ora scomparsa, che fungeva da contenitore a pressione. La torre era alimentata con una tubatura dalla fonte klepsidra, «che cattura l'acqua», situata sull'Acropoli. La fonte, proprio perché utilizzata per riempire i recipienti comunicanti nell'orologio della torre, diede nome agli orologi ad acqua o con sabbia a forma di clessidra. In un secondo tempo furono aggiunte sotto il fregio otto meridiane per poter verificare l'ora solare in ogni stagione. La torre aveva due ingressi con portico coperto che permettevano l'accesso al pubblico per vedere l'ora. Dell'orologio interno non restano che le tracce sul basamento e il canale di scolo dell'acqua, che andava ad alimentare le latrine di un vicino bagno pubblico.
Nel periodo paleocristiano l'edificio rimase in piedi perché fu usato come campanile per una chiesa bizantina e successivamente come minareto di una moschea dai turchi. Nel 1700 era la sede di una confraternita di dervisci. È rimasta parzialmente sepolta sotto terra fino al XIX secolo, quando è stata completamente scavata e restaurata dalla Società Archeologica di Atene.

Altre torri ispirate dalla Torre dei Venti
A Verona nel sito della attuale chiesa di Santa Maria in Organo, vi era in epoca romana una torre marmorea denominata «organo», la cui parte sommitale fungeva da meridiana solare e all'interno aveva un orologio idraulico, che produceva suoni musicali, rilasciando acqua ad intervalli periodici, sul modello dell'orologio della torre dei Venti. L'Organo venne smantellato in epoca medievale, per farne dono a un re franco. Il presunto progettista Lorenzo Ghiberti si ispirò molto probabilmente a questo monumento per l'erezione nel XV secolo della Torre del Marzocco nel Porto Pisano presso la città di Livorno. L'architetto Bernardo Buontalenti realizzò la celeberrima Tribuna nel braccio lungo degli Uffizi a Firenze ispirandosi alla Torre dei Venti di Atene. Il progetto del Radcliffe Observatory, a Oxford, del XVIII secolo, è basato sulla Torre dei Venti. Esiste anche una torre simile a Sebastopoli, costruita nel 1849, e la più recente torre a Bergamo, costruita nel 1940 dall'architetto Alziro Bergonzo. Anche in Germania ci sono torri ispirate dalla Torre dei Venti: l'osservatorio astronomico nel giardino botanico di Halle (Sassonia-Anhalt) e la "Torre degli otto venti" (Turm der Acht Winde), nota anche come "Torre di Napoleone", a Dessau-Roßlau.

GRECIA - Atene, Arco di Adriano

 
L'arco di Adriano è un arco monumentale simile, per alcuni aspetti, ad un arco trionfale romano. Si trova su un'antica via che collega il centro di Atene, in Grecia, al complesso di strutture poste sul lato orientale della città, tra cui il Tempio di Zeus Olimpio.
È stato ipotizzato che l'arco sia stato costruito per celebrare l'adventus (arrivo) dell'imperatore romano Adriano, e per rendergli onore per quello che aveva fatto per la città, in occasione dell'inaugurazione del vicino tempio nel 131 o nel 132. Non è certo chi commissionò la costruzione dell'arco, anche se furono probabilmente i cittadini di Atene o un altro gruppo greco. Sull'arco si trovano due iscrizioni, poste in direzioni opposte, che citano Teseo e Adriano come fondatori di Atene. Mentre è chiaro che l'iscrizione renda onore ad Adriano, non si sa se il riferimento alla città sia da intendere nella sua interezza o ad una sola parte, quella nuova. L'ipotesi originaria, ovvero che l'arco segnasse il limite dell'antica cerchia di mura, e quindi la divisione tra città vecchia e nuova, è stata dimostrata falsa grazie ad ulteriori scavi. L'arco si trova 325 metri a sud-est dell'Acropoli di Atene.
L'intero monumento è fatto di marmo pentelico, cioè proveniente dal monte Pentelikon, 18,2 km a nord-est dell'arco. Il marmo pentelico è quello utilizzato anche per il Partenone e per altre famose strutture di Atene, anche se la sua qualità è molto variabile. Il marmo utilizzato per l'arco è di qualità inferiore a quello usato per altre strutture. L'arco fu costruito senza cemento e malta, usando solo blocchi di marmo e perni per unire le pietre. È alto 18 metri, largo 13,5 e profondo 2,3. Il suo aspetto è completamente simmetrico lungo la direzione davanti-dietro, e sinistra-destra.
Il passaggio dell'arco al livello inferiore è largo 6,5 metri ed è sostenuto da piedritti lisci con capitelli del tipo definito "a sofà". Agli spigoli la muratura in blocchi, in opera isodoma, ai lati del fornice era inquadrata da pilastri lisci più alti e appena sporgenti, sempre con capitelli a sofà, che sostengono una trabeazione ionica liscia. La trabeazione sporge leggermente sugli spigoli, accompagnando la leggera sporgenza dei pilastri angolari e sporge inoltre al centro della muratura che affianca il fornice: il fornice era in origine affiancato da due colonne corinzie su alto piedistallo.
Il livello superiore dell'arco presenta tre aperture architravate, suddivise da quattro pilastri lisci più piccoli di quelli del piano inferiore. L'apertura centrale è inquadrata da un'edicola sporgente con colonne dai fusti scanalati, sormontata da un piccolo frontone. Capitelli di pilastri e colonne sono di ordine corinzio. La trabeazione è ionica liscia come quella dell'ordine inferiore. Al culmine del frontone vi è un piccolo acroterio vegetale. L'apertura centrale del livello superiore era originariamente chiusa da un sottile schermo di pietra spesso circa 7 centimetri. Il progetto dell'edicola centrale e della nicchia del livello superiore è simile alla struttura del scaenae frons (facciata della scena teatrale).
Un veloce paragone di questo arco con i molti archi trionfali romani - ad esempio l'arco di Traiano a Benevento o l'arco di Costantino a Roma - mette in mostra le differenze tra le due strutture. Il livello inferiore si presenta come un arco a singolo fornice, ma non è sormontato da un attico con rilievi e iscrizioni e sormontato da un ciclo statuario, come gli archi a Roma, bensì dall'edicola. Come fa notare Willers, il progetto dell'arco di Adriano ha un livello superiore molto raffinato che non avrebbe permesso l'aggiunta di decorazioni pesanti come statue.
È stato ipotizzato che vi fossero statue poste sul livello superiore, nelle aperture laterali o nella nicchia del livello superiore, come era solito in questo genere di architetture. Teseo e Adriano sono i probabili candidati ad essersi visti dedicare una tale statua, a giudicare dalle iscrizioni. Ward-Perkins ha proposto l'idea che la parte superiore ospitasse numerose statue, poste sopra le colonne corinzie del livello inferiore. In netta opposizione a questa proposta, Willers afferma che non ci sono prove di questo genere di installazione sul piano superiore della trabeazione, e che lo spazio disponibile è troppo poco per permettere di porvi statue. Willers ipotizza che lo schermo dell'apertura centrale potesse contenere un dipinto decorativo, o semplicemente che non sarebbe mai stato completato il programma decorativo dell'arco. Nonostante Willers abbia effettuato ottimi studi sul livello inferiore dell'arco, non gli fu concesso di poter studiare anche il livello superiore, per cui le sue ipotesi sulla parte superiore sono basate puramente su disegni e misurazioni precedenti. Un'analisi completa del monumento, forse anche con limitati scavi delle sue fondamenta come suggerito da Willers, è ancora da svolgere.
Due iscrizioni sono incise sulla parte centrale del fregio dell'ordine inferiore, in corrispondenza dell'apertura centrale. Sul lato nord-occidentale (verso l'acropoli), l'iscrizione recita:
ΑΙΔ' ΕIΣΙΝ ΑΘΗΝΑΙ ΘΗΣΕΩΣ Η ΠΡΙΝ ΠΟΛΙΣ (questa è Atene, l'antica città di Teseo).
L'iscrizione sul lato sud-orientale (verso l'Olympeion) dice:
ΑΙΔ' ΕIΣΙΝ ΑΔΡΙΑΝΟΥ ΚΟΥΧI ΘΗΣΕΩΣ ΠΟΛΙΣ (questa è la città di Adriano, e non di Teseo).
Un antico scolio (nota a margine) su un manoscritto di Aristide dice che l'imperatore Adriano, quando espanse le mura cittadine (di Atene), scrisse sul confine della vecchia e della nuova Atene la doppia iscrizione presente anche sull'arco, ma non testuale. Basandosi su una lettura combinata delle iscrizioni sull'arco e sullo scholium, fu inizialmente ipotizzato che l'arco si trovasse sulla linea dell'antico muro di Temistocle, e che segnasse la divisione tra la vecchia città di Teseo e quella nuova di Adriano.
Secondo questa ipotesi, la seconda iscrizione farebbe riferimento ad una nuova sezione urbana sul lato orientale di Atene, creata da Adriano e, per convenienza, questa zona fu chiamata Adrianopoli negli studi successivi. Si pensa che questa nuova zona romana della città sia stata aggiunta alla città greca durante il periodo della pax romana (pace romana).
Adams ha ipotizzato che, piuttosto che dividere Atene nella vecchia città di Teseo ed in quella nuova di Adriano (Adrianopoli), le iscrizioni assegnassero ad Adriano una rifondazione dell'intera città. Secondo questa idea, le iscrizioni andrebbero lette come: Questa è Atene, una volta la città di Teseo; questa è la città di Adriano, e non di Teseo.
Secondo la prima ipotesi verrebbe legata ad Adriano solo una parte della città, mentre nel secondo caso parliamo della città intera. Adams ha anche messo in discussione l'idea che l'arco fosse sul confine delle mura di Temistocle, e questa sua ipotesi è ora largamente accettata. Una porta delle mura di Temistocle è stata scavata circa 140 metri ad est dell'arco, il che chiude la questione. Stuart e Revett, che fecero il primo (ed unico completo) studio architettonico dell'arco nel 1751-1753, erano perplessi per il fatto che l'arco non fosse allineato con il tempio di Zeus, nonostante che si trovi a soli 20 metri dal peribolos (muro di recinzione) di quella struttura. Gli scavi intervenuti nel frattempo hanno mostrato che l'arco è allineato ad un'antica strada che aveva circa lo stesso percorso dell'odierna via di Lisicrate. L'arco fronteggia il monumento coragico di Lisicrate, posto 207 metri a nord-ovest lungo la stessa strada.
Nel momento in cui fu analizzato architettonicamente da Stuart e Revett, a metà del XVIII secolo, la base dell'arco era sepolta nella terra per un solo metro. Considerando che non è mai stato protetto dalla sepoltura nei suoi circa 19 secoli di vita, l'arco è giunto a noi in condizioni straordinarie. Nonostante manchino le colonne del livello inferiore, l'arco si è conservato in tutta la sua altezza, e domina l'attuale via Amalia. Nei recenti decenni l'inquinamento atmosferico ha danneggiato il monumento. Si nota uno scolorimento della pietra ed un danneggiamento delle iscrizioni.
La costruzione dell'arco è stata attribuita al governo ateniese o ai Panellenici, una neonata associazione di tutte le città greche, con base ad Atene. I primi studi dimostrarono che gli ateniesi erano responsabili della sua costruzione, per il fatto che il materiale di costruzione era di qualità inferiore a quello usato da Adriano per altre strutture ad Atene, e per l'assunto che un imperatore che amava così tanto una città non sarebbe stato tanto arrogante da porvi un'iscrizione su una sua struttura. Due archi della stessa dimensione e stile sono stati costruiti presso il santuario di Demetra e Kore a Eleusi, più tardi nel II secolo, e sono stati dedicati ad un imperatore (forse Marco Aurelio) dai Panellenici. Questi archi affiancavano il propileo nel santuario e si trovavano alla fine della strada per Megara e presso un porto.  L'arco sudorientale ha un'iscrizione che recita:
ΤΟΙΝ ΘΕΟΙΝ ΚΑΙ ΤΩΙ ΑΥΤΟΚ[Ρ]ΑΤΟΡΙ ΟΙ ΠΑΝΕ[ΛΛΗ]ΝΕΣ (alle due dee ed all'imperatore, i Panellenici).
L'utilizzo dello stesso progetto per onorare due imperatori nello spazio di pochi decenni e a pochi chilometri ha portato a credere che i Panellenici fossero responsabili della costruzione di entrambi gli archi.

GRECIA - Atene, Odeon di Agrippa

 

L'Odeon di Agrippa fu un odéon (sala per concerti e conferenze) collocato al centro dell'antica agorà di Atene e costruito nel 16-14 a.C. come dono alla città da parte di Agrippa, amico e genero di Augusto. Gli Ateniesi avevano poi dedicato ad Agrippa un monumento collocato all'ingresso dei Propilei dell'Acropoli.
L'edificio dell'odeon occupava parte dell'antica piazza, nel luogo dove tra il VI e il V secolo a.C. si trovava la cosiddetta "Orchestra", andata in disuso dopo la costruzione del teatro di Dioniso. La contemporanea costruzione della nuova agorà romana aveva reso inoltre possibile ridurre l'ampiezza dell'antica piazza del mercato.
Aveva pianta rettangolare (51,40 m x 43.20 m) e poteva ospitare circa 1000 spettatori su diciannove file di sedili disposte in una cavea divisa in settori e che manteneva la forma circolare, all'interno dello spazio rettangolare della sala. Comprendeva inoltre un palcoscenico rialzato, con una scena decorata da erme in marmi colorati con teste in marmo bianco, e un'orchestra pavimentata in marmi colorati. Riceveva luce da aperture praticate nella parte alta dei muri e da un doppio colonnato con sei grandi colonne corinzie aperto sul retro.
All'esterno era circondato su tre lati da un criptoportico sotterraneo, sormontato da portici (stoai) ed era decorato con pilastri corinzi. La facciata sul lato nord fu decorata con sostegni costituiti da pilastri a cui si addossavano statue di giganti (anguipedi, ossia con estremità inferiori serpentiformi al posto delle gambe) e tritoni (con code di pesce al posto delle gambe); i torsi derivano dalle sculture frontonali del Partenone.
L'ingresso si trovava originariamente sul lato sud, dalla terrazza dove si trovava la Stoà di mezzo, mentre sul lato opposto settentrionale un piccolo ingresso dava accesso al palcoscenico.
Il soffitto della sala, ampio 25 m, crollò alla metà del II secolo d.C. e l'odeon con soli 500 posti, l'introduzione di un muro trasversale per il sostegno del tetto. Il nuovo edificio venne distrutto durante l'invasione degli Eruli del 267 e al suo posto nel V secolo venne costruito un edificio bizantino, con ambienti, cortili, peristili e terme, variamente interpretato come ginnasio o come sede di una scuola, ovvero come palazzo del governatore bizantino. Il complesso riutilizzava i telamoni dell'edificio più antico per monumentalizzare l'ingresso.
La funzione principale al momento del crollo del tetto doveva essere quella di sala per letture pubbliche, mentre le rappresentazioni musicali si dovevano svolgere nell'odeon di Erode Attico.
 

GRECIA - Atene, Odeo di Pericle

 


L'Odeo di Pericle o Odeo di Atene era un odéo di 4000 m² costruito alla base sud-orientale dell'Acropoli di Atene, accanto all'ingresso del Teatro di Dioniso. Fu fatto costruire nel 435 a.C. da Pericle per i concorsi musicali che facevano parte delle Panatenee, per il pubblico del teatro adiacente come riparo in caso di maltempo e per le prove del coro.
Pochi resti sopravvivono, ma sembra fosse "ornato di colonne di pietra" - secondo Vitruvio e Plutarco - e quadrato invece della consueta forma circolare per un odéon. La sua copertura fu realizzata con il legname ricavato da navi persiane catturate e terminava in una piazza dal tetto piramidale simile a una tenda: Pausania scrisse che nel I secolo a.C. la sua ricostruzione "si diceva fosse una copia della tenda di Serse", il che si sarebbe anche potuto applicare alla costruzione originale.
Plutarco scrive che l'edificio originale aveva molti seggi differenti e molti pilastri. Gli scavi moderni hanno messo in luce le sue fondazioni ed è ormai noto che il tetto era sostenuto da 90 pilastri interni, ripartiti in nove file di dieci. Da alcuni altri brevi brani e dai pochi resti di questo tipo di edificio si può concludere, inoltre, che avesse un'orchestra per il coro e un palcoscenico per i musicisti (di profondità inferiore al palcoscenico di un teatro), dietro i quali vi erano dei vani probabilmente utilizzati per conservare gli strumenti, gli abiti e gli ornamenti necessari per le processioni religiose. Non richiedeva alcun cambiamento della scena, ma la parete di fondo del palcoscenico sembra avesse una decorazione fissa dipinta. Per esempio, scrive Vitruvio che nel piccolo teatro a Tralles (che era senza dubbio un odeon), Apaturio di Alabanda dipinse la scena con una composizione così fantastica che fu costretto a rimuoverla, correggendola secondo il realismo degli oggetti naturali.
L'Odeo originale di Atene fu incendiato durante l'assedio di Silla ad Atene nella prima guerra mitridatica nell'87-86 a.C., o da Silla stesso oppure dal suo avversario Aristione per paura che Silla si servisse del suo legname per bruciare l'Acropoli. Fu poi completamente ricostruito da Ariobarzane II di Cappadocia, utilizzando C. e M. Stallio e Menalippo come suoi architetti. Il nuovo edificio fu definito da Pausania nel II secolo d.C. come "la più bella di tutte le strutture dei Greci". Egli riferisce inoltre di una "figura di Dioniso che vale la pena di vedere" in un odéon in Atene, sebbene non specifichi di quale odéon si trattasse.





















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