domenica 6 luglio 2025

Sardegna - Cultura del vaso campaniforme in Sardegna

 

La cultura del vaso campaniforme in Sardegna apparve nel 2100 a.C. circa (o nel 2300 a.C. o prima), durante l'ultima fase del calcolitico, sostituendosi o amalgamandosi alla precedente cultura di Monte Claro, e si sviluppò fino all'antica età del bronzo nel 1900-1800 a.C. circa, fino a sfociare nella cultura di Bonnanaro, considerata il primo stadio della civiltà nuragica.
Il vaso campaniforme, che dà il nome alla cultura, comparve per la prima volta nei contesti calcolitici del Portogallo centrale presso i siti di Zambujal e di Vila Nova de São Pedro, agli inizi del III millennio a.C. (2900 a.C. circa). I dati in possesso degli archeologi sembrerebbero indicare che una prima espansione del vaso campaniforme partì dalla costa atlantica portoghese (estuario del Tago) verso il nord raggiungendo il delta del Reno e l'Europa centrale, da qui successivamente il campaniforme si fuse con la cultura della ceramica cordata (che si estendeva a gran parte della Scandinavia e dell'Europa centrale e orientale fino alla Russia) e ripartì in un movimento migratorio detto di "riflusso" (Ruckstorm in tedesco) verso il nord-ovest (Isole britanniche) e verso il sud-ovest raggiungendo nuovamente la penisola iberica dalla quale, in questa seconda ondata, si diffuse anche in Sardegna.
Tramite la Sardegna il bicchiere campaniforme fece poi la sua comparsa nella Sicilia occidentale dove si registra inoltre l'introduzione di forme architettoniche megalitiche.
«Tra la fine del III e l'inizio del II millennio a.C. la Sicilia fu invasa da un gruppo di genti forse provenienti dalla Sardegna. Queste furono le persone che introdussero nell'isola la cultura del vaso campaniforme» (Sebastiano Tusa, Sicilia terra di frontiera tra la fine del III e gli inizi del II millennio a.C., 2020)

La cultura del vaso campaniforme in Sardegna è caratterizzata dal classico bicchiere a forma di campana. Lo stile e la decorazione delle ceramiche (inizialmente a decorazione impressa a pettine, successivamente ad incisione ed infine inornate) consentono di suddividere il campaniforme sardo in tre fasi cronologiche principali:
A1 o Facies del campaniforme marittimo-internazionale (2100-2000 a.C.)
A2 o Facies italiana-sulcitana (2000-1900 a.C.)
B o Facies del campaniforme inornato / Padre Jossu (1900-1800 a.C.)
Le varie fasi del campaniforme sardo mostrano l'avvicendarsi di due componenti: la prima "franco-iberica" e la seconda "centro-europea":
«I primi bicchieri del Campaniforme sardo, come quelli di Marinaru presso Sassari, mostrano decorazioni di tipo internazionale e sono accompagnati da forme ceramiche mediate dall’area iberica e francese quali basse ciotole, motivi decorativi ad incisione semplice, triangoli campiti da trattini ottenuti con un pettine, motivi a denti di lupo, zig-zag,rombi lisci ottenuti da bande contrapposte di triangoli campiti a pettine. Compaiono, inoltre, forse successivamente, anse su bicchieri, ciotole e vasi tripodi o tetrapodi su vasca emisferica e con piedi cilindrici, di derivazione centroeuropea. Nella fase più tarda domina la componente dell’Europa centrale: si intensificano i contatti lungo le direttrici che dal centro Europa arrivano in Sardegna passando dall’Italia settentrionale, tramite le coste della Toscana»
(Ceramiche. Storia, linguaggio e prospettive in Sardegna, Maria Rosaria Manunza, p.26)

Quasi tutti i reperti campaniformi provengono da sepolture (generalmente domus de janas esistenti dal neolitico e riutilizzate, ma è documentata anche l'inumazione individuale entro cista litica a Santa Vittoria-Nuraxinieddu) che hanno restituito corredi funerari tra i quali figurano i caratteristici brassard (generalmente in pietra) per la protezione degli avambracci degli arcieri e vari oggetti ornamentali tra cui le collane di conchiglie o zanne di animali e i bottoni con perforazione a V.
Fra gli oggetti in metallo si segnalano i pugnali a lama triangolare e gli spilloni ma compaiono anche per la prima volta sull'isola manufatti in oro (collier dalla tomba di Bingia 'e Monti di Gonnostramatza). In selce venivano realizzate invece le punte delle frecce.
In totale sono circa settanta i siti interessati dal campaniforme in Sardegna, concentrati perlopiù lungo tutta la costa occidentale, dalla Nurra al Sulcis-Iglesiente, e nel Campidano, con qualche stanziamento ad est, nel Dorgalese e nel Sarrabus.
Spariscono quasi del tutto gli antichi villaggi all'aperto delle genti Monte Claro che vengono abbandonati dopo secoli di occupazione (forse a causa di cambiamenti climatici o scontri tribali con i nuovi arrivati) mentre sono noti solo tre insediamenti attribuibili specificatamente a questa cultura (Monte Ossoni di Castelsardo, Monte Ollàdiri di Monastir e Palaggiu di Samassi), ciò ha fatto pensare che i suoi portatori fossero genti nomadi probabilmente dimoranti in tende o grotte.
«...È evidente che in Sardegna c’è una vistosissima riduzione delle aree abitative rispetto a quelle note nella facies di Monte Claro e il mutamento del quadro culturale appare repentino [...] Ci si trova di fronte non a invasioni di massa ma all’immigrazione di gruppi minoritari che impongono la loro cultura (campaniforme), almeno in apparenza inferiore, attraverso la loro superiore forza militare e aggressività, come si evince dal complesso delle armi che accompagnano con frequenza le inumazioni: il pugnale, le cuspidi di freccia e il brassard per l’arco» (Giovanni Ugas in La Sardegna preistorica. Storia, materiali, monumenti. Carlo Delfino editore p.229)

Secondo Gary e Maud Webster a seguito di incursioni dei campaniformi furono abbandonati anche l'altare di Monte d'Accoddi e la fortificazione di Monte Baranta, nel nord-ovest. Entità portatrici del bicchiere campaniforme potrebbero aver indotto la migrazione forzata della cultura Monte Claro in insediamenti di rifugio come Sa Sedda de Biriai (Oliena).
Un unicum in Sardegna è rappresentato dal sito di Guardiole, nell'isola di Caprera. Il complesso, costituito da un grande recinto megalitico rettangolare e da altre costruzioni, mostra evidenti similitudini con l'insediamento campaniforme di Ferrandell Olleza, nell'isola di Maiorca.
Sconosciuti i luoghi di culto in cui le popolazioni del vaso campaniforme esplicavano le loro funzioni religiose; i resti di animali dell'ipogeo di Padru Jossu fanno pensare a sacrifici in onore di una divinità.
«...si deve pensare che l'introduzione della Cultura del vaso campaniforme sia dovuta all'arrivo di un nuovo gruppo etnico che, sia pure numericamente minoritario, determinò profondi mutamenti nella realtà politica, economica e religiosa dell'isola. I nuovi uomini venuti dal mare sono legati ad esperienze pastorali, si trascinano appresso un culto lunare e cercano di imporre, in parte riuscendovi, la loro concezione patriarcale e ad un tempo gerarchica della società» (Giovanni Ugas, Facies campaniformi dell'ipogeo di Padru Jossu (1998))

Le genti campaniformi per il loro sostentamento dipendevano principalmente dalla cerealicoltura (grano) e dell'allevamento di ovini e caprini.
Le genti del vaso campaniforme, a differenza di quelle indigene caratterizzate dalla dolicomorfia (cranio allungato), erano perlopiù brachimorfe (cranio corto), forma cranica quasi inesistente in Sardegna nelle epoche precedenti che aumenta numericamente nel periodo campaniforme (15% circa) ed in particolar modo durante l'epicampaniforme (cultura di Bonnanaro), rimanendo tuttavia in minoranza e venendo rapidamente riassorbita geneticamente.
La lingua parlata da queste popolazioni è sconosciuta, tuttavia alcuni studiosi hanno teorizzato che si trattasse di un qualche dialetto indoeuropeo di tipo centum possibilmente protoceltico.
È stato ipotizzato che queste genti, migrate dall'area franco-iberica in Sardegna tra III e II millennio a.C., fossero in qualche modo antenate, almeno in parte, dei Balari, antica etnia che occupava in epoca nuragica gran parte della Sardegna settentrionale per poi ritirarsi all'interno durante l'occupazione punica-romana.
Gli individui protosardi di cultura campaniforme finora analizzati si differenziano da quelli dell'Europa continentale per la quasi totale assenza di geni legati ai pastori delle steppe occidentali dalle steppe pontico-caspiche, mentre non si escludono apporti dai primi campaniformi della penisola iberica (pre-2000 a.C.), anch'essi privi della componente steppica.
«Sebbene non possiamo escludere influssi da parte di popolazioni geneticamente simili (es. i primi campaniformi iberici), l'assenza della componente steppica suggerisce un isolamento genetico da molte popolazioni continentali dell'età del bronzo - inclusi i tardi campaniformi iberici.»
(Marcus, Joseph H.; et al. (Febbraio 24, 2020). "Genetic history from the Middle Neolithic to present on the Mediterranean island of Sardinia")
Secondo uno studio del 2022 di Rémi Tournebize et al., l'apparizione del campaniforme coincide con un effetto del fondatore sull'isola (4114 ± 366 anni fa).
Un altro studio del 2022 di Manjusha Chintalapati et al., ha rilevato in alcuni individui protosardi una moderata ascendenza steppica che sarebbe giunta sull'isola nel 2600 a.C. circa.

(le foto, dall'alto:
- vaso tetrapode dalla Necropoli di Santu Pedru di Alghero;
- vaso della prima facies Padre Jossu
- vasi della facies Marinarus
- collier in oro dalla tomba di Bingia 'e Monti
- brassard di Is Loccis Santus, Museo Archeologico di Cagliari
- collana dal Museo di Villa Abbas, Sardara)


Sardegna - Cultura di Abealzu-Filigosa

 

La cultura di Abealzu-Filigosa è una cultura prenuragica sviluppatasi in Sardegna nell'età del rame, tra il 2700 e il 2400 a.C. Prende il nome dalle località in cui sono stati fatti i più importanti ritrovamenti: Abealzu presso Sassari e Filigosa presso Macomer.
Le popolazioni vivevano nell'area sassarese ed in altre zone del centro sud della Sardegna. Costruirono villaggi di capanne con muri rettilinei, organizzati per il controllo del territorio.
Le tombe vennero ricavate in caverne, ripari sotto roccia, tombe a corridoio, ciste, domus de janas. Gli scheletri trovati a Filigosa presentano scalfiture profonde dovute a scarnificazione prima della sepoltura definitiva
Erano dediti principalmente alla pastorizia e all'agricoltura. Usavano l'ossidiana, ma iniziarono ad apparire durante questo periodo i primi oggetti di fusione del rame e del piombo galena, soprattutto pugnali come quelli rappresentati nelle statue menhir di Laconi e Nurallao.
Le ceramiche di questa cultura (in particolare della fase di Abealzu) e le asce di pietra a martello, presentano similitudini con quelle della cultura del Rinaldone e del Gaudo dell'Italia peninsulare.
Sono divinizzati gli antenati guerrieri e innalzarono i primi monumenti megalitici, come l'altare di Monte d'Accoddi, nei pressi di Sassari, su un rilievo a base quadrangolare alto dieci metri, ma che in origine superava i 36 metri, molto probabilmente consacrato al dio Sole e che richiama per la sua disposizione su una terrazza sopraelevata i templi ziqqurat della Mesopotamia. Alla religione materna subentra il culto del padre eroe.

Sardegna - Cultura di Arzachena

 

La cultura di Arzachena (conosciuta anche come cultura dei circoli megalitici o facies gallurese o corso gallurese) è stata una cultura megalitica sviluppatasi nel V millennio a.C. nella regione storica della Gallura, nella Sardegna settentrionale.
Questo aspetto culturale è noto soprattutto per aver edificato importanti strutture megalitiche come quelle di Li Muri ad Arzachena.
Nel passato le diverse interpretazioni degli studiosi sui ritrovamenti archeologici galluresi hanno sostenuto che i circoli megalitici e i menhir furono eretti da genti della cultura di Ozieri, confermando la disparità culturale esistente al suo interno.
Recenti studi hanno però dimostrato che le tipiche produzioni ceramiche come la coppa in steatite verde a Li Muri, sarebbero da attribuire alla facies San Ciriaco inserita in un periodo di transizione tra la Cultura di Bonu Ighinu e la Cultura di Ozieri.
La caratteristica struttura morfologica della Sardegna - in particolare la parte nord-est - costituita dalla catena montuosa del monte Limbara, forma una barriera fisica non indifferente, separando questa parte settentrionale dal resto dell'isola, mentre le ampie vallate del massiccio granitico, scendenti a nord, si aprono verso il mare in direzione della vicina Corsica, formando con questa quasi un unicum, separato soltanto da un esile braccio di mare.
Questa vasta area, conosciuta come Gallura, insieme alla Corsica ha costituito - per la sua particolarità geografica - il punto di transizione e di incontro per i popoli che risalivano dal Mediterraneo orientale e quelli che si affacciavano sul continente tosco-ligure-provenzale (le isole dell'Arcipelago Toscano distano 30 kilometri circa).
Tutta la zona era abitata sin dai tempi più remoti da popolazioni di pastori-guerrieri di etnia corsa, il cui nucleo principale si suppone stanziasse prevalentemente nelle Gallure.
Tale particolarità geografica ha avuto una sua importanza nel determinare la singolarità di questo aspetto culturale all'interno della cultura di Ozieri, e - secondo l'archeologo Giovanni Lilliu - testimonia la diversa origine delle varie popolazioni preistoriche sarde.
Sempre secondo lo studioso, queste differiscono tra loro sia nella costituzione sociale ma anche nella componente etnica: più antiche e forse discendenti dalle popolazioni neolitiche sarde quelle appartenenti all'aspetto culturale dei circoli megalitici, più moderne e di forte caratterizzazione cicladico-minoica quelle appartenenti al ramo principale - ossia a Cultura Ozieri.
Le genti di appartenenti alla facies Arzachena, principalmente di origine guerriera e pastorale, erano organizzate in gruppi chiusi e di élite, costituiti in una società a sfondo aristocratico ed individualistico, con una netta distinzione dei clan nel contesto tribale.
Questa differenziazione si esplicita non tanto nelle abitazioni, quanto nella forma dei sepolcri e nei riti funebri. I gruppi aristocratici seppellirono i loro morti in monumenti megalitici a forma di circolo, con una camera centrale contenente un solo individuo, e questa singolare usanza fa ben comprendere come sia stato molto importante per queste genti definire chiaramente la superiorità del capo rispetto agli altri individui.
I corredi funebri comprendevano oggetti finemente lavorati come coppette in steatite, lame in selce, piccole accette triangolari in pietra dura levigata e grani di collana di steatite verde a forma di piccole olive.


Sia l'architettura sepolcrale sia la cultura materiale delle genti di questo aspetto culturale trovano puntuali riscontri nell'area pirenaica (Catalogna, Linguadoca, Provenza) oltre che nella stessa Corsica.
Se le popolazioni della facies gallurese erano guidate da una forte aristocrazia pastorale e guerriera seguendo un rigido schema gerarchico, quelle appartenenti alla cultura principale di Ozieri si riunivano in villaggi organizzati in un ampio contesto tribale e sviluppati secondo un assetto urbanistico di tipo collettivo, facendo intuire agli studiosi una cultura tendenzialmente democratica. Tale tendenza appare nella disposizione dei sepolcri e nei riti funebri: così come le capanne sono raggruppate in villaggi, così le tombe sono concentrate in piccole necropoli. I defunti venivano sepolti con il rito della deposizione collettiva in domus de janas, cioè tutti insieme i membri della stessa famiglia e forse anche del clan, in netto contrasto con quanto avveniva invece tra le genti della facies gallurese.
Secondo lo studioso Giovanni Lilliu, anche in epoca preistorica in Sardegna si delineavano già abbastanza chiaramente le due anime complementari della società isolana: i pastori guerrieri degli altopiani centrali e i guerrieri raccoglitori delle pianure. Anche se i dati antropologici sinora conosciuti non ne forniscono chiaramente la prova non sembrano prive di valore e di significato alcune differenziazioni comportamentali proprie dei galluresi e dei corsi moderni, rispetto alle altre popolazioni sarde.
Per tutto il tempo della sua durata, la caratterizzazione culturale gallurese non si è omologata alle più ricche espressioni della cultura di Ozieri, ma ha opposto una certa resistenza. Si suppone che questo sia avvenuto principalmente perché conteneva al suo interno una forte componente aristocratica che si oppose con tenacia alle novità proposte dalle altre correnti culturali, respingendole e riproponendo in continuazione sempre lo stesso modello culturale primordiale.
In pratica - secondo lo studioso Giovanni Lilliu - il modello gallurese si è riprodotto in maniera sempre uguale dal III millennio a.C., attraverso il II millennio a.C. con la nascita della civiltà nuragica (diffusasi anche in Corsica dove è stata chiamata torreana), sino alla conquista romana (sopravvivendo ad essa) e fornendo agli archeologi un incredibile esempio di struttura culturale e sociologica congelata.
I monumenti più significativi di quel periodo sono le cosiddette tombe a circoli, ossia quelle particolari strutture nelle quali i defunti erano sistemati all'interno di circoli litici concentrici.
Questo tipo di costruzione - molto particolare - è costituita da pietre infisse verticalmente nel terreno seguendo la circonferenza di un cerchio e con al centro una cassetta in pietra di forma quadrangolare. Nel territorio di Arzachena, in una località chiamata Li Muri, si trova il complesso megalitico meglio conservato.
Secondo lo studioso Giovanni Lilliu questo circolo funerario-rituale serviva per la scarnificazione dei cadaveri i quali venivano deposti nelle pietre scanalate che costituivano la circonferenza e lasciati al sole per un lungo periodo. Successivamente le ossa venivano raccolte e riposte nella cassetta al centro del circolo.
Esempi di simili sepolture sono presenti anche all'isola d'Elba, nelle necropoli delle Piane alla Sughera (nella foto qui sopra) e della Forca.

Sardegna - Cultura di San Ciriaco

 
La cultura di San Ciriaco fu una cultura del tardo neolitico apparsa in Sardegna attorno al 4400 a.C. e protrattasi fino al 4000 a.C. Prende il nome da una località in territorio di Terralba, nella provincia di Oristano.
L'economia delle genti di San Ciriaco era prevalentemente agricola; producevano ceramiche di buona qualità, inornate e di colore rosso-bruno o grigio e giallo. Adoravano la Dea Madre, il cui culto è testimoniato dalla presenza nelle sepolture di statuette in "stile volumetrico", e appare per la prima volta la simbologia del Toro (corna taurine).
In questo periodo vengono introdotte sull'isola le tipiche tombe scavate nella roccia note in sardo come domus de janas che saranno utilizzate fino alla prima età del bronzo.



(la statuetta femminile nell'immagine proviene da Santadì ed è esposta al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari)

Sardegna - Bronzetti nuragici


I bronzetti sardi o nuragici (brunzitu sardu nuragicu o nuraghesu / nuraxesu in lingua sarda) sono statue miniaturistiche in bronzo tipiche della civiltà nuragica (Sardegna)
Furono realizzate tra la fase finale dell'età del bronzo e l'età del ferro e la loro funzione era quella di ex voto.
Durante gli scavi archeologici sono stati ritrovati più di cinquecento bronzetti, soprattutto presso i luoghi di sepoltura e di culto come tombe dei giganti, pozzi sacri e templi (megara) nonché nei villaggi e nei nuraghi.
Numerosi bronzetti sardi sono state scoperti anche in scavi effettuati nell'Italia centrale (Lazio settentrionale e Toscana), nelle tombe villanoviane del IX secolo a.C.
Si è pensato per lungo tempo che fossero state realizzate tra il IX secolo a.C. e il VI secolo a.C., ma alcuni ritrovamenti di frammenti risalenti al XIII secolo a.C., a Orroli e Ballao, hanno permesso di datare ad un'epoca anteriore la loro realizzazione.
L'archeologo Ralph A. Gonzalez data le statuette più antiche, come quelle in stile Uta, al periodo tra il XII e il VI secolo a.C.
Misuranti fino a 35-40 cm e ottenuti con la tecnica della cera persa, ritraggono persone di varie classi sociali, guerrieri, capi tribù, divinità, animali ma anche oggetti della vita quotidiana delle popolazioni protosarde come vasi, armi in miniatura e carri o modelli di nuraghe. I soggetti rappresentati sono altresì importanti anche per le implicazioni culturali che ne scaturiscono. Per esempio le rappresentazioni di cane col collare, carro a due ruote, vagonetto a quattro ruote con coperchio o l'arciere che cavalca in piedi.
Tra le statuette spiccano per quantità e per raffinatezza le navi (cosiddette navicelle nuragiche), che formano il più grande numero di copie in scala di vere e proprie barche antiche, sia in confronto alle popolazioni della stessa epoca che degli altri periodi, a dimostrazione della grande familiarità delle popolazioni nuragiche con il mare e la navigazione.
Nelle varie sculture, secondo alcuni studiosi, si possono distinguere tre diversi stili:
  • stile mediterraneo,
  • stile Uta,
  • stile Abini-Teti.
Non è ancora stato verificato se questi stili siano contemporanei fra loro o se si siano succeduti uno dopo l'altro nel tempo.
Le più belle collezioni si possono ammirare nel Museo archeologico nazionale di Cagliari, nel museo nazionale archeologico ed etnografico G. A. Sanna di Sassari, e nei musei di Nuoro e Oristano oltre che nei musei locali dove si trovano i principali siti archeologici dell'Isola.
Numerosi esemplari sono stati ceduti al tempo degli scavi a collezioni private e a musei italiani ed esteri e si trovano in città quali Torino, Roma (museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini, museo nazionale etrusco di Villa Giulia), Firenze, Crotone (museo archeologico nazionale di Crotone), Londra (British Museum), New York e Los Angeles (Getty Museum). Al momento non è stato ancora effettuato un censimento delle opere degli antichi sardi presenti nei musei esteri.
Diversi sono anche i casi di bronzi sardi messi all'asta da famose case come Sotheby's o Christie's.

Nelle foto, bronzetti della Prima età del ferro:
Navicella con protome di cervo e cani (da Is Argiolas o Bonotta, Bultei)
Arciere dal Santuario di Albini, Teti (MNA Cagliari)
Grande capotribù con mantello e bastone (MNA Cagliari)

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