domenica 27 aprile 2025

KERAMOS - Ceramica di Vroulia

 

La ceramica di Vroulia è una classe di vasi greco-orientali, di epoca arcaica, costituita prevalentemente da coppe, inizialmente trovate nella località dalla quale prendono il nome e situata sull'isola di Rodi (il nome è moderno e quello antico è sconosciuto). Sono datate dall'inizio al terzo quarto del VI secolo a.C. e caratterizzate da una tipica decorazione su fondo nero, costituita da incisioni, tecnica a risparmio e sovradipinture in porpora.
Oltre a Vroulia abbondante materiale appartenente a questa classe è stato trovato a Kameiros, Ialiso e Lindos, sempre a Rodi, e l'analisi dell'argilla sembra confermarne l'isola quale luogo di origine. Altri frammenti provengono da Naucrati e Tell Defenneh.
Il fondo nero ebbe una certa popolarità nella Grecia orientale di epoca arcaica, lo si trova ad esempio nelle parti interne dei calici chioti o in alcuni vasi del tardo stile delle capre selvatiche. Sulle coppe di Vroulia l'intera superficie è coperta da una vernice nera tendente al marrone; talvolta una fascia viene risparmiata tra le anse e decorata con ornamenti geometrici e astratti che si trovano anche sul labbro; in caso contrario la zona è sovradipinta con decorazioni ad intreccio. La zona sottostante, quella principale, è decorata con ornamenti floreali come palmette, fiori di loto, boccioli e rosette, gli stessi che si trovano nella decorazione della parete interna. Raggi e linguette ornano la zona presso il piede. La forma discende dalla coppa tardo-geometrica con labbro basso e svasato e piede stretto e conico. Le pareti sono sottili, il diametro varia tra i 10 e i 30 cm. L'argilla è fine, di un marrone che dopo la cottura varia dal giallo al rosso, la pittura è nera e lucente.
Appartengono alla stessa classe e allo stesso sistema decorativo alcune anfore e stamnoi, con il corpo suddiviso in due o tre fasce a risparmio, simili alla tipica decorazione secondaria delle situle greco-orientali.

Nelle foto:
- Coppa di Vroulia, Museo del Louvre A331, Parigi
- Coppa di Vroulia, Museo del Louvre, Parigi




KERAMOS - Ceramica apula

 

La ceramica apula è la ceramica a figure rosse prodotta dalla scuola di ceramografi insediatasi a Taras (Taranto) intorno al 430 a.C. e formatasi ad Atene in ambito polignoteo. Sono escluse dalla denominazione le ceramiche indigene messapiche (o, più genericamente, iapigie).
Arthur Dale Trendall e Alexander Cambitoglu hanno distinto la ceramica apula in tre fasi: apulo antico (430-370), apulo medio (370-340), apulo tardo (340-300). La scuola apula termina forse verso i primi anni del III secolo a.C. Esemplari apuli sono stati esportati in altre parti del sud Italia, in Sicilia e sulle coste della Dalmazia; ebbe grande influenza sulla ceramica lucana, campana e pestana. La ceramica di Canosa sembra essere derivata dall'apulo tardo tramite il Pittore di Baltimora.
Dopo una prima fase di stile atticizzante la scuola formò uno stile proprio. Pionieri furono il Pittore della Danzatrice di Berlino e il Pittore di Sisifo. I loro seguaci svilupparono espressioni diverse e coesistenti nell'opera dei maestri dando luogo a due stili distinti: lo stile ornato entro il quale la figura più significativa è stata riconosciuta nel Pittore di Dario, e lo stile semplice che ha il proprio capostipite nel Pittore di Tarporley.
Stile semplice

I soggetti dello stile semplice sono gruppi dionisiaci, giovani e fanciulle; la rappresentazione è sobria e ripetitiva e non comprende più di quattro figure; si svolge su crateri, anfore, pelikai e soprattutto su piccoli vasi. Alla metà del IV secolo a.C. lo stile semplice, attraverso l'opera del Pittore di Atene 1714, acquisisce i colori e l'ornamentazione complessa dello stile ornato. Il Pittore di Atene 1714 si pone anche all'origine della tradizione floreale della scuola apula, forse ispirata alle decorazioni del greco Pausia.
Stile ornato
Lo stile ornato è presente su vasi di più grandi dimensioni, crateri a volute, anfore e loutrophoroi e raggiunge il massimo della floridezza a metà del IV secolo a.C. Gli esemplari più ambiziosi recano soggetti tratti dalla mitologia greca, soggetti tragici e funerari; le scene si dispiegano su più livelli e possono comprendere più di venti figure attorno ad un elemento centrale. Gli spazi vuoti sono riempiti da decorazioni floreali particolarmente studiate ed elaborate, con viste di scorcio e meandri ombreggiati. Nel pieno stile ornato il bianco, il giallo e il porpora sono usati ampiamente.
Il Pittore dell'Ilioupersis, che prediligeva lo stile ornato, fu l'iniziatore, nel secondo quarto del IV secolo a.C., della decorazione con edicola centrale sul lato anteriore e stele su quello posteriore per i grandi vasi funerari.

KERAMOS - Ceramica laconica

 

La ceramica laconica descrive una classe della ceramica greca prodotta nella regione della Laconia a partire dal X secolo a.C.
Dopo i periodi protogeometrico e geometrico gli artigiani laconici si rivelarono poco ricettivi alle influenze orientali, dirette o indirette. La migliore ceramica laconica, il cui apice si pone nel secondo quarto del VI secolo a.C., venne prodotta dopo l'introduzione verso il 620 a.C. della tecnica a figure nere, che i ceramografi laconici seppero interpretare e adattare alle proprie predisposizioni e tramite la quale furono capaci di competere con la ceramica ateniese sui mercati orientali e occidentali.
La terracotta laconica ha un colore che varia dal rosa al marrone chiaro; l'ingubbiatura, quando presente, è color crema e la pittura è di un seppia profondo che si avvicina al nero intorno alla metà del VI secolo a.C. per imitazione di quella attica. I forti contrasti tra i colori rendono questi vasi particolarmente vivaci benché eseguiti con la tecnica a figure nere.
Laconico di transizione e Laconico I

Dopo un periodo chiamato “di transizione” (690-650 a.C. circa) iniziò ad emergere un'autonoma scuola locale (laconico I, 650-620 a.C. circa) che si distinse, nei vasi di maggior pregio, per una decorazione caratteristica formata da una fascia a quadri alternati tra due fasce a punti, che circondava la bocca del vaso. Erano rare le figure, umane o animali, e scarsa era l'ornamentazione di riempimento. Questi decenni videro la compresenza di una pittura sperimentale applicata ai grandi vasi e di una scuola pittorica tecnicamente eccellente ma di tipo conservativo che si limitava ai vasi piccoli, dove applicava schemi lineari e astratti, accettando il fregio animale solo alla fine del periodo.
Prime figure nere (laconico II, 620-580 a.C. circa)
La grande diffusione e il grande successo della ceramica corinzia comportò l'introduzione della tecnica a figure nere ad Atene come in Laconia, dove si sviluppò uno stile autonomo a partire dall'inizio del VI secolo a.C.
La decorazione era caratterizzata da figure nere con dettagli incisi e ritocchi color porpora; frequenti erano le modanature e la decorazione a rilievo. Iniziò in questo periodo una modesta esportazione e la forma più comune e diffusa era la coppa. Le figure umane continuarono ad essere rare e per lo più limitate ai gorgoneia all'interno delle coppe, disegnati principalmente a linea di contorno. Nei fregi animali, contrariamente all'uso corinzio, si preferivano le file di una stessa specie con pochissima ornamentazione di riempimento. Tra i migliori esemplari di questa ceramica vi sono le coppe conservate al Museo archeologico nazionale di Taranto (Pittore dei pesci di Taranto, n. inv. 4804-06) decorate internamente con un girotondo di pesci attorno ad una rosetta centrale riservata all'interno di un cerchio scuro. All'esterno si trovano tipici uccelli a silhouette con il porpora aggiunto sulle code abbassate. La maggior parte dei vasi del laconico II tuttavia era più semplicemente decorata con fasce geometriche e colorate e con sobrio ornamento vegetale, sempre tendente in questa regione alla stilizzazione. La fila di quadrati tra due file di punti rimase comune per la zona intorno al labbro, ma il motivo decorativo che caratterizzò il laconico a partire dal VII secolo a.C. fu la fila di melagrane a volte intrecciate e alternate ai fiori di loto.
Laconico III e IV
, 580-500 a.C. Circa
È questo il periodo in cui, forse per un vuoto di mercato lasciato da Corinto e Atene in una fase di passaggio per entrambi i centri produttivi, la ceramica laconica riuscì ad inserirsi con una produzione che resta per questa regione quella maggiormente conosciuta e all'interno della quale sono state individuate singole personalità. L'importazione di opere corinzie è stato un fattore essenziale per il nuovo corso della ceramica laconica, la quale tuttavia riuscì a competere rimanendo indipendente e lontana da imitazioni non veramente comprese, sviluppando uno stile proprio, sobrio e vivace allo stesso tempo.
La coppa laconica era la forma principale e quella più popolare sul mercato. La ciotola era divenuta meno profonda, lo stelo si era allungato e terminava in alto in una modanatura tonda. La ricchezza della decorazione era paragonabile alle contemporanee coppe di Siana attiche. Il labbro, divenuto più evidente, era frequentemente coperto da una rete di melagrane che presero il posto dei precedenti riquadri. Il fregio all'altezza delle anse presentava, tra le palmette orizzontali derivate da modelli metallici, una banda ornamentale vegetale entro la quale il fiore di loto mostrava una stilizzazione tipicamente laconica. Il color porpora continuava ad essere liberamente aggiunto per aumentare il contrasto con la vernice scura e l'ingubbiatura gialla. Lo stelo e il piede erano scuri, con l'eccezione della modanatura in alto e del profilo del piede, riservati e privi di ingubbiatura.
Nella coppa laconica la parte che ne rivelava maggiormente lo stile nativo era la parete interna della ciotola con lo spazio interamente decorato; anche a Corinto si sfruttava tutto lo spazio, ma separato in zone concentriche. I pittori laconici dipingevano l'interno delle ciotole come dipingessero in grande scala, in piena opposizione rispetto ai tondi delle coppe ateniesi (almeno finché, alla metà del secolo, l'influenza di queste ultime non introdusse anche a Sparta il tondo piccolo). La scena principale veniva posizionata sopra una linea di base orizzontale; la soluzione più frequentemente adottata per la decorazione dell'esergo, oltre ad altri curiosi esperimenti compositivi (si veda ad esempio la kylix del Museo archeologico di Rodi 10711, con la linea di esergo che divide il campo in due parti uguali), consisteva nel riempire la zona con un fiore di loto o con animali, spesso pesci o uccelli.
A fianco di queste coppe elaborate ne venivano prodotte altre, più piccole e più semplici, nelle quali il labbro e la ciotola erano poco differenziati, lo stelo non aveva modanature e gli esemplari più economici erano decorati internamente solo con un piccolo medaglione.
Le prime personalità individuate all'interno di questa classe di ceramiche hanno iniziato a lavorare intorno al 580 a.C. e sono chiamate Pittore dei Boreadi e Pittore di Naukratis. Il primo era il maestro che aveva stabilito il nuovo sistema di decorazione delle coppe con il proprio stile accurato e sobrio nei dettagli incisi; le sue coppe sono state trovate a Samo, Olimpia e Naucrati ma non a Sparta. Il secondo, meno austero, influenzerà gli autori a lui successivi. Il Pittore di Arkesilas deve il proprio nome alla coppa conservata al Cabinet des médailles di Parigi (De Ridder 189) che presenta all'interno una scena vivace realizzata in modo da includere nella narrazione anche l'esergo. Il Pittore della caccia è conosciuto per i caratteristici tondi a oblò con le figure tagliate fuori dalla scena; fu il più dotato degli allievi del Pittore di Arkesilas, miglior disegnatore rispetto a quest'ultimo e capace di dare alla pittura laconica un grado maggiore di realismo.
I soggetti erano tratti dal mito come dalla vita quotidiana. Alcuni temi sono unici, come i miti di Prometeo e Atlante (Pittore di Arkesilas, coppa a figure nere, 550 a.C. al Museo gregoriano etrusco 16592), la costruzione di un tempio, i soldati che riportano a casa i propri morti (Pittore della caccia, coppa a figure nere, 550-540 a.C. circa, Musei statali di Berlino 3404). Scarsissimo era l'uso del bianco fra i pittori laconici, che non usavano neppure differenziare attraverso il colore il genere delle figure, o usavano semplicemente la linea di contorno per le carni femminili. La decorazione a figure umane veniva eseguita oltre che sulle coppe, sulle hydriai, sui crateri a volute e sui dinoi. In diversi casi è possibile notare la derivazione di forme e decorazioni ceramiche da originali in metallo. Nei vasi grandi la decorazione si svolgeva generalmente in strette bande dall'imboccatura al piede e tendeva a sottolineare la forma del vaso. Generalmente vasaio e pittore erano una stessa persona; gli autori che lavoravano nella tecnica a figure nere producevano anche, in misura più elevata, vasi interamente dipinti in nero o con semplici decorazioni geometriche, ad esempio sulla riservata parete esterna del labbro nei crateri a colonnette, molto apprezzati per la qualità della forma.
La produzione degli artisti individuati era finalizzata soprattutto all'esportazione sul mercato estero, mentre il mercato locale era fornito di prodotti ceramici di minore o diversa qualità, come già era accaduto per la produzione policroma della ceramica protocorinzia. Intorno al 550 a.C. la competizione con la ceramica attica divenne ingestibile e il commercio della ceramica laconica diminuì drasticamente. La nuova chiusura e la prevalente produzione per il commercio locale diviene evidente già nelle ultime opere del Pittore della caccia e in quelle dei suoi seguaci. La produzione propriamente laconica non andrà oltre il VI secolo a.C.

Nelle foto, dall'alto:
Pittore di Arkesilas, coppa a figure nere, 560 a.C. circa, Parigi, Biblioteca nazionale, Cabinet des médailles 189.
Pittore della caccia, coppa laconica a figure nere, 555 a.C. circa, Museo del Louvre E670.
Pittore dei cavalieri, coppa a figure nere, tra il 550 e il 530 a.C., Londra, British Museum 1842,0407.7.
Cratere laconico a vernice nera, Staatliche_Antikensammlungen
Lakaina a smalto nero gruppo E, periodo alto arcaico, circa 580-570, probabile provenienza Etruria, collezione Castellani, Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
Coppa laconiana a figure nere con Goegone, Cabinet des médailles de la BnF (Paris)
Ariballo globulare laconiano, circa 575-550 a.C., da Kameiros, Rodi – Museo del Louvre, Parigi

KERAMOS - Ceramica campana

 

La ceramica campana è la ceramica a figure rosse prodotta in Campania, a partire dal 380 a.C. circa, per influenza di artigiani sicelioti di seconda generazione, seguaci del Pittore di Dirce. Durante questa prima fase la scuola campana guarda alla produzione attica dell'ultimo quarto del V secolo a.C.; dal 360 a.C. si divide in due gruppi differenti, localizzati a Capua e a Cuma, che non sopravvivono al volgere del secolo.
I soggetti più frequentemente rappresentati sono mitologici, dionisiaci e funerari; una particolarità campana consiste nei guerrieri con armatura indigena; rare sono le scene fliaciche mentre frequenti sono le teste femminili. Le pelli femminili sono solitamente indicate con una sovradipitura bianca, al contrario di quanto avviene nella ceramica apula. Le forme più diffuse nella ceramica campana sono, oltre alla indigena bail amphora, talvolta chiamata situla, il cratere a campana, l'hydria, il kotyle e la lekythos ariballica.
Il gruppo di Capua comprende inizialmente il Pittore di Cassandra e i suoi seguaci (Capua I). Ad un periodo successivo (Capua II) appartengono il Pittore di Capua con il suo gruppo e il Gruppo AV. Malgrado la vicinanza nei luoghi di ritrovamento questa seconda fabbrica si differenzia molto nello stile da quella precedente; all'interno dei gruppi principali si distinguono sottogruppi e singole personalità. Nel Gruppo AV dove si distingue il Pittore delle Danaidi, sono prevalenti i vasi di minore dimensione.
La produzione più antica di Cuma è rappresentata dal Pittore CA e dal suo gruppo; è costituita da vasi di grandi dimensioni, dipinti con uno stile che guarda alle opere attiche del IV secolo a.C., e caratterizzato da una ornamentazione floreale molto sviluppata oltre che da un'accesa policromia. 
Alla stessa officina, ma ad un periodo successivo appartiene l'opera del Pittore APZ e dei suoi seguaci, caratterizzati da una più forte influenza della ceramica apula.






Nelle foto:
- Giovane africano, aryballos plastica a vernice nera
- Oinochoe, ceramica campana a vernice nera 400-300 a.C., de Sousa Museum, Braga
- Piatto con pesci, terracotta a figure rosse, 299-200 a.C., Portland Art Museum, Oregon

KERAMOS - Ceramica lucana

 
La ceramica lucana è la ceramica a figure rosse prodotta dalla scuola di ceramografi insediatasi originariamente ad ovest di Taras intorno al 440 a.C. e formatasi ad Atene in ambito polignoteo. È probabile che i primi laboratori si trovassero sulla costa, a Thurii o Eraclea, nei pressi di Metaponto; più tardi, stando ai ritrovamenti, le officine dovettero spostarsi verso l'interno, ad Armento o Anzi. Per la fase più antica alcune rare esportazioni sono attestate in Apulia, ma dal 380 a.C. in poi la produzione divenne ad uso esclusivamente locale e subì un declino dovuto in parte all'isolamento rispetto alle officine più evolute apule e campane. Ebbe termine nell'ultimo quarto del IV secolo a.C.
I pionieri della scuola lucana sono il Pittore di Pisticci e il più giovane Pittore di Amykos la cui attività si svolge nell'ultimo quarto del V secolo a.C. Ad una generazione successiva appartengono il Pittore di Palermo, il Pittore delle Carnee e il Pittore di Policoro. Dal 390 a.C. al 365 a.C. circa si data la bottega in cui lavorano il Pittore di Creusa e il Pittore di Dolone, attiva ancora nei pressi di Metaponto e probabilmente legata alla tradizione del gruppo del Pittore di Pisticci e di Amikos.
All'ultima fase della ceramica lucana a figure rosse, che vede lo spostamento delle officine verso l'interno della regione, appartengono il Pittore delle Coefore, il Pittore di Roccanova e il Pittore del Primato; gli ultimi due recanti, forse per formazione, influssi rispettivamente dello stile apulo ornato e apulo semplice.
Le forme più comuni sono i crateri a campana e a volute, l'anfora di forma panatenaica, l'hydria e l'indigena trozzella. La decorazione appare generalmente meno colorata rispetto alle altre scuole italiote, la rappresentazione figurata è spesso standardizzata nella formula delle tre figure femminili sul lato principale e del gruppo di due o tre figure di giovani ammantati sul lato posteriore; i soggetti sono mitologici, funerari o tratti dalla vita quotidiana.




Nelle foto:
- Oreste, Elettra e Hermes sulla tomba di Agamennone, lato A di pelike lucana a figure rosse, ca. 380-370 a,C.
- Lekythos con Papposileno su una capra, Campania. 350 a.C., Cincinnati Art Museum

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