domenica 13 aprile 2025

Lazio - Roma, Musei / Ares Ludovisi, Palazzo Altemps

 

L'Ares Ludovisi è una scultura romana di epoca antonina, raffigurante Marte. La statua è una copia marmorea del II secolo d.C., di un originale greco del IV secolo a.C. attribuibile a Skopas o Lisippo. Per tale motivo, il dio romano è stato rinominato con il suo corrispondente greco, Ares.
Ares/Marte è ritratto giovane, senza barba e seduto sulle armi deposte, mentre Eros gioca ai suoi piedi, focalizzando l'attenzione sul fatto che, in un momento di riposo, il dio della guerra è presentato come oggetto di amore. Nel XVIII secolo l'archeologo e storico dell'arte Johann Joachim Winckelmann, teorico della nobile semplicità e quieta grandezza, quando si stava occupando della collezione Ludovisi ritenne che l'Ares Ludovisi fosse la miglior rappresentazione di Marte dell'antichità.
Riscoperta nel 1622, la scultura era, con molta probabilità, originariamente parte del tempio di Marte (eretto nel 132 a.C. nella parte meridionale del Campo Marzio), del quale non restano che poche tracce; a tal proposito, la statua fu riscoperta nei pressi della chiesa di San Salvatore in Campo. Pietro Santi Bartoli scrisse che l'opera fu trovata nei pressi del Palazzo Santacroce mentre si stava scavando uno scarico. L'Ares Ludovisi entrò a far parte della collezione del cardinale Ludovico Ludovisi (1595-1632), nipote di Papa Gregorio XV; la collezione era conservata nella magnifica villa Ludovisi che il cardinale fece costruire nei pressi di Porta Pinciana, nello stesso luogo dove Giulio Cesare e il suo successore Ottaviano Augusto, avevano la loro villa. La scultura fu restaurata da un giovane Gian Lorenzo Bernini, che ne rifinì la superficie e realizzò con discrezione il piede destro; Bernini fu, con grande probabilità, responsabile del cupido ai piedi dell'Ares, che gli storici dell'arte Francis Haskell e Nicholas Penny notarono omesso dalla copia della statua in bronzo, realizzata da Giovanni Francesco Susini, così come dalle stampe di Scipione Maffei.
Il ritrovamento della statua fu una scoperta eccezionale. Una copia bronzea in scala ridotta fu realizzata da Giovanni Francesco Susini, successore e assistente dello zio Antonio Susini, quando visitò Roma negli anni trenta del XVII secolo, copiando diversi marmi dalla collezione Ludovisi; una replica in bronzo è conservata all'Ashmolean Museum di Oxford. In seguito, l'Ares Ludovisi fu considerata una delle opere di punta, da ammirare necessariamente nel percorso del Grand Tour. Ad esempio, Pompeo Batoni, nel suo ritratto di John Talbot, raffigura quest'ultimo accanto alla statua, con l'intento di esaltarne la cultura e la familiarità con tali opere d'arte. Un'ulteriore rappresentazione può riscontrarsi nell'incisione del 1783 di Villa Ludovisi ad opera di Francesco Piranesi, figlio del noto Giovanni Battista Piranesi. Calchi dell'Ares Ludovisi si diffusero nelle prime collezioni museali, come la Gliptoteca di Copenaghen e la statua è stata in grado di influenzare intere generazioni di studenti e di artisti neoclassici.
Nel 1901, il principe Boncompagni-Ludovisi decise di mettere all'asta le antichità della collezione Ludovisi. Lo Stato italiano acquistò 96 pezzi d'arte, mentre gli altri si dispersero nei musei in Europa e negli Stati Uniti. L'Ares è conservato presso il Palazzo Altemps, sede del Museo nazionale romano.
Una rappresentazione della statua è utilizzata come emblema del club sportivo greco Aris Thessaloniki.

Lazio - Roma, Musei / Fanciulla di Anzio, Palazzo Massimo

 
La fanciulla di Anzio è una scultura in marmo (h. 170 cm) proveniente dalla villa di Nerone ad Anzio, oggi conservata al Museo nazionale romano di palazzo Massimo a Roma. Era di creazione ellenistica, probabilmente del III secolo a.C., accomunata forse a qualche opera di Doidalsa. Le vesti, particolarmente increspate, lasciano supporre che la statua possa essere un'opera originale ellenistica e non una copia. La statua fu rinvenuta nel 1878 in una nicchia del doppio porticato che dava sul mare della villa di Nerone ad Anzio.
La statua è stata fatta con due differenti marmi: pario per la spalla nuda e pentelico per i vestiti. La statua si appoggia sulla gamba sinistra e sostiene un vassoio, che la fanciulla osserva. Il movimento della giovane ha scoperto la parte superiore del seno. La giovane ha inoltre arrotolato un pesante mantello per non inciampare. Al centro della composizione troviamo il vassoio, dove troviamo un rotolo (volumen) semiaperto, un ramo d'alloro e un oggetto del quale rimangono solo due piedi a forma di zampa felina.
Il ramo d'alloro ha probabilmente il significato, in quanto questa pianta era sacra ad Apollo, di essere stata utilizzata per un rito dionisiaco. Alcuni studiosi l'hanno pertanto identificato con la Pizia, vale a dire la sacerdotessa delfica di Apollo, oppure con una giovane fanciulla preposta a portare gli oggetti rituali del culto dionisiaco. L'opera, dopo un'accesa campagna pubblica sostenuta in particolare dallo scultore Leonardo Bistolfi, fu acquistata dallo Stato nel 1908 grazie ad un apposito voto del Parlamento, salvandola così da una sicura esportazione all'estero, non essendovi ancora efficaci leggi di tutela del Patrimonio artistico (prima della legge Rava del 1909).

Lazio - Roma, Musei / Niobide degli Horti Sallustiani, Palazzo Massimo

 

La Niobide degli Horti Sallustiani, è una scultura romana in marmo (h. 149 cm) datata al V secolo a.C., oggi conservata al Museo nazionale romano di palazzo Massimo di Roma.
La statua fu rinvenuta negli Horti Sallustiani durante gli scavi del 1906, in un cubicolo a ben 11 metri sotto il livello del suolo, forse nascosta per proteggerla dalla furia distruttrice dei barbari durante le invasioni del V secolo d.C..
Raffigura una delle figlie di Niobe nell'atto di cadere a terra, dopo essere stata ferita da una freccia conficcata tra le scapole, e che la stessa cerca invano di estrarre. Il mito racconta che Apollo o Artemide avevano scoccato la freccia per vendicare la propria madre, Leto. Costei era irata per l'offesa ricevuta da Niobe che, superba, l'aveva derisa perché aveva soltanto due figli, vantandosi della propria prolificità. Per ordine di Leto tutti i Niobidi vennero uccisi da Apollo e Artemide.
L'opera è originale e ascrivibile al V secolo a.C., in quanto è ritenuta appartenente o comunque analoga alle figure del frontone del tempio di Apollo a Eretria, trasferite a Roma per volere di Augusto da cui, quasi sicuramente, provengono anche il Niobide morente e la Niobide che corre della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.
Non è invece assimilabile alla Niobe degli Uffizi, copia di originale ellenistico ritrovata a Roma nel 1582 nel giardino di Villa Medici e da lì portata agli Uffizi.
La Niobide degli Horti Sallustiani sarebbe dunque una delle numerosissime opere portate a Roma dalla Grecia come bottino di guerra, che tanta parte ebbero nell'evoluzione del gusto e dello stile della produzione artistica romana.

Lazio - Roma, Musei / Pothos, Centrale Montemartini

 

Il Pothos è una scultura di Skopas, databile al 330 a.C. circa, conosciuta da una serie di repliche marmoree dell'epoca romana; la migliore (altezza 180 cm) è considerata quella di via Cavour nella Centrale Montemartini dei Musei Capitolini a Roma.
Alla Centrale Montemartini se ne conservano due copie: oltre a quella principale, è esposta anche una versione acefala. Altre copie sono quella frammentaria del Louvre (senza le gambe), le due degli Uffizi, e quella dei Musei Capitolini, restaurata con altri frammenti a formare un "Apollo con cetra".
La statua rappresenta Pothos, una divinità minore del corteo di Venere che rappresentava il desiderio amoroso.
L'opera è datata in via ipotetica all'ultima fase produttiva dell'artista. Fra le poche opere certe attribuite al celebre maestro e di cui ci raccontano Pausania e Plinio, faceva parte sia di un gruppo con Eros e Imero dedicato a Megara, sia di un altro complesso statuario, con Afrodite e Fetonte, a Samotracia.
In questo complesso statuario si possono notare i caratteri espressivi di una nuova corrente, tipici del IV secolo a.C., ovvero il ripiegamento intimista, che si traduce nel raffigurare le divinità olimpiche in momenti intimi e carichi di pathos.
Oggi è possibile risalire all'originale grazie ad una quarantina di repliche di epoca romana ed ellenistica, alcune delle quali per la prima volta definitivamente individuate da Adolf Furtwängler, nella seconda metà dell'Ottocento, quali copie del Pothos di Skopas.
Su una base si trova il ragazzo nudo dalle forme sinuose e delicate, appoggiato a qualcosa alla sua sinistra: l'anca sinistra è prominente a quella destra e forma una linea curva con la coscia; il braccio sinistro (perduto) è disteso lateralmente, con l'avambraccio, in alto; invece il destro un tempo stringeva un tirso dionisiaco ossia un bastone cinto di edera e pampini.
La testa, piccola e coi capelli ben segnati, ha un'espressione trasognata e guarda verso l'alto, a simboleggiare il desiderio per un amore lontano. Gli occhi infossati e profondi sono tipici dello stile del maestro. La figura è inclinata verso sinistra e sorretta dall'appoggio della veste che cade dalla spalla sinistra; punti di appoggio che sono una caratteristica sempre presente nelle sculture di Skopas e Prassitele spesso rappresentati da una pianta o un sostegno artificiale; altra caratteristica di entrambi gli scultori è la particolare levigazione della superficie marmorea restituendole un completo realismo umano.


Lazio - Roma, Musei / Satiro in riposo - Musei Capitolini

 
Copia romana di epoca imperiale, tratta da un originale greco del tardo classicismo. Risalente ca. 130 d.C. (la copia), al IV secolo a.C. (l'originale di Prassitele). Il Satiro in riposo, noto anche come Satiro anapauomenos (dalla lingua greca ἀναπαυόμενος, ἀναπαύω-a riposo) è una tipologia di statua generalmente attribuita originariamente all'antico scultore greco classico Prassitele. A tutt'oggi ne sono noti 115 esempi, di cui la copia più famosa è quella conservata ai musei capitolini a Roma.
Viene rappresentato un giovane sileno, identificabile chiaramente dalle orecchie equine a punta (presenta anche una posa a chiasmo talmente accentuata che ha bisogno di un appoggio per risultare armonico) e dalla pardalide o "pelle di pantera" indossata: drappeggiata casualmente sulla spalla destra, attorno alla vita sinistra e dietro la schiena, di modo che la testa dell'animale selvaggio ricada sulla spalla destra e finisca col coprire parte del petto. L'espressione della testa animale è calma, come se dormisse.
Il corpo dell'adolescente è leggermente paffuto, emanante un senso d'inesperienza ma estremamente affascinante. La testa è leggermente inclinata verso sinistra rivolgendo verso lo spettatore un'espressione dolce, seria ed introversa ma con, al contempo, un accenno di sorriso.
Appoggia in atto di riposo il gomito destro su un tronco d'albero ed in una posizione alquanto instabile, mantenendo come supporto solamente la gamba sinistra. La sua gamba destra rimane piegata, col piede incuneato all'indietro fino a sfiorare il tallone sinistro.
In una serie di copie successive gli autori hanno aggiunto un oggetto che viene tenuto nella mano destra, solitamente un flauto di Pan, mentre quella sinistra si trova appoggiata al fianco tenendo così premuta la pelle di pantera.
I tratti del viso sono ben definiti ed il naso è leggermente arricciato e appiattito; i capelli sono folti, ricciuti e molto curati (ricordando in questo l'iconografia inerente alle divinità fluviali (di Fauno e Silvano), trattenuti sulla fronte da un cordoncino o da una corona, le orecchie ed il collo.
Il "Satiro in riposo" (riposo del satiro) è tradizionalmente identificato con il satiro periboêtos di cui parla Plinio il Vecchio nella sua Historia naturalis XXXIV, 69: Prassitele ha prodotto una scultura in bronzo di Liber, famosa divinità ebbra che i greci denominano satiro periboetos.
Lo studioso tedesco del XVIII secolo Johann Joachim Winckelmann l'ha intesa come celebre e famosa e ciò difatti spiegherebbe il gran numero di esempi esistenti di essa, che ne hanno fatto uno dei tipi più popolari nell'intera area del Mediterraneo, più di un centinaio di cui quindici presenti solamente a Roma ed otto in Grecia.

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