sabato 15 marzo 2025

Campania - Pompei, Casa del Principe di Napoli

 

La casa del Principe di Napoli è una casa di epoca romana dell'antica Pompei, ubicata nella Regio VI, sepolta dall'eruzione del Vesuvio del 79.
La casa nacque dall'unione di due case. Venne probabilmente restaurata poco prima del terremoto del 62, evento che comunque causerà danni alla struttura: alcuni affreschi risalgono al periodo immediatamente dopo al terremoto. Appartenne a una famiglia di ceto medio-basso, al suo interno potevano vivere fino a una dozzina di persone comprese gli schiavi. Venne sepolta sotto una colte di ceneri e lapilli a seguito dell'eruzione del Vesuvio del 79: durante l'evento la casa era abitata come dimostrato dal ritrovamento di uno scheletro, resti di cibo e oggetti di uno domestico; sono inoltre stati ritrovate anfore e pesi di uno telaio che fanno supporre che al suo interno fosse avviata un'attività commerciale. Venne sicuramente depredata nei momenti successivi all'eruzione, come dimostrato da alcuni brecce aperte nella mura.
Fu esplorata sistematicamente tra l'agosto 1896 e il marzo 1898 a seguito delle esplorazioni dell'antica Pompei: prende il nome dal Principe di Napoli, futuro re d'Italia, Vittorio Emanuele III, che assistette alle operazioni di scavo. Così come la casa di Marco Lucrezio Frontone, anche per la casa del Principe di Napoli venne redatto un resoconto da quello che era scritto nei giornali di scavi e non tramite l'osservazione diretta delle indagini: è probabile quindi che si sia fatta confusione tra un cubicolo e la cucina.
La casa, la cui superficie del piano terra è di circa 270 m², aveva due piani: quello superiore è quasi completamento crollato a seguito dell'eruzione. All'interno della casa le decorazioni pittoriche sono in quarto stile: queste tuttavia risultano essere alquanto sovraccariche, tipiche della zona commerciale dove la casa sorgeva.
L'ingresso, con stipiti della porta in pietra calcarea, ha zoccolo nero, campo centrale con rettangoli neri separati da disegni di candelabri e campo superiore in bianco, con imitazione di blocchi di bugnato in grigio e bianco; il pavimento è in cocciopesto. In questo ambiente è possibile osservare un graffito raffigurante una persona somigliante all'imperatore Galba.


Superato l'ingresso di accede all'atrio, di tipo tuscanico, con impluvium centrale: riparato a seguito del terremoto del 62, ha forma quadrata, misura 1,55 metri per ogni lato e originariamente era rivestito in marmo con la parte centrale della vasca è in cocciopesto. Le pareti presentano una zoccolatura nera, una zona centrale rossa e una superiore in bianco, dove sono riprodotti blocchi di bugnato. Il pavimento è in cocciopesto con l'inserto di file di tessere bianche; nel pavimento, nei pressi dell'impluvium anche una bocca di cisterna. Nell'angolo nord-est era posta la scala in legno che conduceva al piano superiore. Tra i reperti rinvenuti nella stanza: un tavolino in marmo, vasi in ceramica e vetro, nove anfore e oggetti in bronzo.
Sul lato est dell'atrio si aprono due camere. La prima ha intonaco grigio grezzo e pavimento in malta e calce: era probabilmente utilizzata come deposito e come ricovero per gli schiavi, i quali dormivano in una sorta di piano ammezzato come testimoniato dai resti di una scala. Sono stati ritrovati in questo ambiente una brocca di ceramica, due boccette di vetro, un portalampada in bronzo e una in ceramica, un peso per telaio e cinque monete in bronzo.
La seconda camera, la cui rientranza nel muro fa supporre si trattasse della sede di un letto e quindi un cubicolo, è affrescata con zoccolo nero, area centrale bianca con quadretti centrali con raffigurazioni di cigni e capre, e area superiore bianca con cornice dentellata: fa eccezione la parete sud che è semplicemente intonacata; il pavimento è in cocciopesto con tessere bianche sparse. Nella stanza, oltre a ossa di uno scheletro, sono stati recuperati oggetti in bronzo, tra cui un'erma e una piccola campana: tali ritrovamenti tuttavia sono in contrasto con oggetti tipici di un cubicolo.


Completamente aperto sull'atrio, nell'angolo sud-ovest è il tablinio: tuttavia il ritrovamento di un braciere in ferro, una pentola, un anello e due brocche in bronzo fa supporre che al momento dell'eruzione fosse utilizzato come cucina. Le pareti hanno zoccolo nero con raffigurazioni di uccelli e piante, zona centrale bianca divisa in pannelli da disegni di architetture, con due quadretti centrali raffiguranti lo stesso tema, ossia un cervo inseguito da un cane e da Priapo, e zona superione in bianco con animali marini, tra cui spicca un ippocampo; il pavimento è in cocciopesto con inserti di travertino, il soffitto è a volta e una finestra si affaccia direttamente sul giardino.
Dal tablino una porta conduce a una camera da letto, forse quella del proprietario: si presenta con volte a botte, due finestre sulla parete sud che si aprono sul giardino e decorazione parietale con zoccolo nero con piante, parte centrale bianca con animali e uccelli e parte superiore in bianco con uccelli tra cui un pavone che si dirige verso un cesto di frutti. Il pavimento è in cocciopesto.
Dall'angolo nord-ovest dell'atrio si accede, attraverso una stretta porta, alla cucina, la quale al momento dell'eruzione era probabilmente inutilizzata. La parete sud non è intonacata mentre resti di decorazioni si conservano sopra il focolare, in rosso: sulle restanti pareti le pitture non erano state ancora completate. Lungo la parete nord è addossata una panca in muratura, sovrastata da una nicchia semicircolare, utilizzata come larario; nell'angolo nord-est è posta la latrina a cui è collegato un tubo in terracotta che proveniva dal piano superiore. Il pavimento è in terra battuta. Nella stanza sono stati ritrovate quattro bottiglie in vetro, un'anfora, due vasi in ceramica, e un oggetto in bronzo, probabilmente uno strumento chirurgico: si tratta di reperti inusuali per una cucina in uso.
Una porta sulla parete est della cucina conduce a una dispensa: al suo interno sono stati infatti rinvenuti ossa di animali, principalmente di pollo e pecora, e un guscio d'uovo, conservati per il fabbisogno della famiglia; tale ritrovamento dimostra inoltre che la casa al momento dell'eruzione era abitata. Le pareti sono intonacate in bianco e il pavimento è in terra battuta. Sono stati anche trovati due piatti in ceramica, una moneta in bronzo, un vaso di cerica mica contenente una sostanza grassa e un gancio in bronzo.
Una porta sul lato sud dell'atrio conduce all'ambulacrum: l'ambiente è caratterizzato lungo il fianco ovest da un colonnato che affaccia direttamente sul giardino mentre sul lato est e su quello sud sono posto due porte che conducono ad altrettanti ambienti. Originariamente il portico era formato da cinque colonne in mattoni ricoperte da stucco giallo alla base e rosso nella parte superiore: successivamente, dei quattro spazi tra le colonne, uno venne chiuso da un basso muro e uno inglobato nella camera sul fondo dell'ambulacrum. La decorazione delle pareti sono una zoccolatura nera con disegni geometrici, spazio centrale bianco con l'aggiunta di quadretti di uccelli che mangiano frutta separati da candelabri gialli e spazio superiore bianco arricchito con fasce e ghirlande; il pavimento è in cocciopesto. Dai reperti scoperti, come un'anfora, due maniglie in bronzo, un mortaio e un secchio in bronzo, è probabile che al momento dell'eruzione fosse utilizzato come deposito.
Il giardino, nel lato ovest dell'ambulacrum, ha pareti affrescate in rosa: nella parete occidentale è dipinto un larice. Lungo una delle pareti è posto un larario: questo poggia su un podio in muratura con base rossa e zona superiore in giallo con una nicchia centrale, mentre nella parte alta sono poste quattro colonne, le due estreme gialle e le due centrali in rosso, che reggono il frontone. Nell'angolo nord-est è stato ritrovato un puteale in terracotta, oltre a un vaso, una pantera in bronzo e frammenti di un tavolo in marmo retto da una sola colonna su cui è raffigurata un sileno con in braccio un piccolo Bacco.
La prima camera lungo la parete est dell'ambulacrum, a cui si accede tramite un'ampia porta al centro della parete, doveva essere un laboratorio, in quanto al suo interno furono trovati 54 pesi in piombo per il telaio: è possibile che in origine l'ambiente fosse una bottega direttamente aperta sulla strada, il cui ingresso è stato successivamente murato. Alcuni archeologi hanno supposto che poteva trattarsi anche di una camera da letto come dimostrato dalla rientranza nel muro dov'era posto il letto. Le pareti sono di colore rosa, il soffitto è a volta a botte e il pavimento in malta. Al suo interno è stato scoperto un cranio di un uomo insieme ad alcune ossa. Una parete a graticcio separa l'ambiente dal vano delle scale che conduceva al piano superiore e che aveva accesso diretto dalla strada.


La seconda camera invece è la più ampia della casa: si tratta o della camera da pranzo, anche se al suo interno non sono stati ritrovate tracce di divani o letto, o di un oecus. Le decorazioni parietali, che seguono tutte lo stesso schema decorativo eccetto quella sulla parete sud in intonaco grigio, probabilmente danneggiata a seguito del terremoto del 62 e non ancora restaurata al momento dell'eruzione, presentano una zoccolatura rossa scura con ghirlande e piante, zona mediana bianca e zona superiore anch'essa bianca con candelabri, ghirlande e animali; nella parte mediana sono posto due quadretti, uno, quello sulla parete nord, raffigura Perseo e Andromeda, l'altro, quello sulla parete est, o Adone e Afrodite o Paride e Elena. La pavimentazione è in cocciopesto con la zona centrale in opus sectile con pezzi di marmo colorato. Nella stanza sono stati rinvenuti oggetti in bronzo come un bacino, due lampade e diversi vasi.
La camera sul lato sud, completamente aperta a nord sullambulacrum, fungeva con ogni probabilità da cubicolo estivo: il ritrovamento di una piccola anfora in vetro, vasetti e un bicchiere in ceramica hanno fatto supporre che potesse trattarsi di una camera dedicata alla cura del corpo o al ricamo. Le decorazioni delle pareti presentano una zoccolatura in rosso scuro con ghirlande e spazio centrale in bianco, sormontato da disegni di elementi architettonici: sulla parete sud, nel pannello centrale, è raffigurato Bacco, contornato da due quadretti, uno raffigurante un uomo sul ponte, mentre l'altro risulta di difficile interpretazione in quanto rovinato, sulla parete ovest Venere e sulla parete est, dove si trova anche una piccola finestra, un quadretto centrale con tema due amorini, uno con in mano uno specchio e l'altro prende alcuni oggetti da una scatola. Il pavimento è in cocciopesto.
Accanto a questa camera, sempre con accesso dall'ambulacrum, un ripostiglio, che veniva chiuso con una tenda: al momento dell'eruzione era probabilmente inutilizzato poiché al suo interno non è stato rivenuto alcun reperto. Ha una zoccolatura nera e parte mediana in bianca con candelabri gialli e fasce rosse; la pavimentazione è in cocciopesto.


Il piano superiore della casa era diviso in due parti: a quello sul lato nord si accedeva direttamente dalla casa, quello sul lato sud, quasi certamente un bilocale, aveva accesso diretto dalla strada ed era dato in affitto. A seguito dell'eruzione è quasi completamento crollato. Si sono conservate anche alcune parti della zona nord, dove è stata ritrovata un'anfora, e della zona sud, dove sono stati ritrovati oggetti in bronzo tra cui un amuleto raffigurante la Fortuna, cinque bottiglie in vetro e una lucerna in ceramica.

Campania - Pompei, Fullonica di Stephanus

 

La fullonica di Stephanus è una fullonica di epoca romana dell'antica Pompei, ubicata nella Regio VI, sepolta dall'eruzione del Vesuvio del 79.
La fullonica di Stephanus venne restaurata e aperta poco prima dell'eruzione del 79, essendo stata trasformata da abitazione in attività commerciale, sottraendo anche alcuni ambienti dalla vicina casa del Sacello Iliaco. Sepolta sotto una coltre di cenere e lapilli durante l'eruzione del Vesuvio del 79, fu riportata alla luce tra il 1912 e il 1914. Lavori di restauro si sono avuti fra il 2014 e il 2015.
La fullonica di Stephanus, la meglio conservata tra le quattro fulloniche ritrovate a Pompei, deve la sua denominazione a un nome, Stephanus appunto, che ricorre spesso nei manifesti elettorali dipinti nei pressi della bottega: al momento dello scavo, al suo interno, è stato ritrovato un unico scheletro, probabilmente il proprietario Stephanus, in quanto aveva con sé una somma di denaro pari a circa 1 090 sesterzi, oppure si trattava di semplicemente di un fuggiasco in cerca di riparo dall'eruzione. Affacciata su via dell'Abbondanza, le murature all'esterno della fullonica conservano sbiadite tracce di iscrizioni elettorali; l'ingresso è ampio, simile a quello delle altre attività commerciali e al momento dello scavo la porta d'ingresso, di cui si è conservato il chiavistello con la serratura, è stata ritrovata socchiusa.
Si accede ad un primo ambiente, il quale funge da ingresso ad una stanza sia sulla sinistra, che ospitava il torchio per la stiratura dei panni, sia sulla destra: questa camera si affaccia anche sull'atrio tramite una porta e una finestra strombata e presenta una decorazione pittorica in rosso nella parte sottostante e bianca in quella superiore. Segue l'atrio: il vecchio impluvium è stato trasformato in una vasca in muratura con intonaco rosso e al suo interno l'acqua scorreva a ciclo continuo, mentre il compluvium convertito in lucernaio; caratteristica è il tetto piano, difficilmente utilizzato a Pompei, usato per l'asciugatura dei panni. Dall'atrio una scala conduce ad una sorta di mezzanino, probabilmente adibito a scopo abitativo. Sulla destra dell'atrio si apre un oecus: le due stanze presentano una decorazione in quarto stile molto simile, con zoccolatura nera, zona mediana rossa e parte superiore bianca con l'inserto di quadretti decorativi, figure geometriche, uccelli e animali; in particolare, nell'oecus, si riconoscono figure femminili alate, a raffigurare le Stagioni.
Sia dall'atrio, che dall'oecus tramite un corridoio, si accede al giardino: un muretto rivestito in marmo con cinque pilastri, originariamente utilizzato come peristilio, è stato trasformato in luogo per l'asciugatura dei panni. Sul fondo del giardino sono presenti tre vasche comunicanti a piani decrescenti e cinque bacini pestatoi per le attività lavorative. Sulla destra è posta la cucina: durante i lavori di restauro tra il 2014 e il 2015 sono stati riposti al suo interno gli oggetti ritrovati durante gli scavi, come voluto da Vittorio Spinazzola, tra cui vasellame, pentole e una griglia in ferro per la carne, oltre ad essere stata recuperata una pittura nei pressi delle vasche. Nel lato sud ovest del giardino si trova il triclinio, che tuttavia a seguito della creazione della fullonica aveva perso la sua funzione originaria, con decorazioni in stucco a riprodurre delle colonne.

Campania - Pompei, Tempio Dorico

 

Il Tempio Dorico è un tempio di epoca romana, sepolto dall'eruzione del Vesuvio del 79 e ritrovato a seguito degli scavi archeologici dell'antica Pompei. Si tratta di uno degli edifici con le maggiori influenze greche della città.
Il Tempio Dorico, situato nel lato ovest del Foro Triangolare, fu costruito nel VI secolo a.C. e subì nel corso degli anni importanti lavori di restauro, come quelli del IV secolo a.C. e quelli del II secolo a.C.: quest'ultima ristrutturazione, effettuata soprattutto nella zona della cella, si rese necessaria a seguito di un lungo periodo di abbandono. Il terremoto di Pompei del 62 provocò notevoli danni alla struttura e al momento dell'eruzione del Vesuvio, nel 79, quando fu seppellita sotto una colte di ceneri e lapilli, questa era già stata già dismessa.
I primi scavi archeologici del tempio si ebbero nel periodo compreso tra il 1767 ed il 1782, ad opera di Francisco la Vega, che scoprì per caso il podio: nel corso nel XIX secolo le indagini si susseguirono in modo sporadico e frammentario, per riprendere poi sistematicamente solo a partire dal 1931 per volere di Amedeo Maiuri; tuttavia la seconda guerra mondiale, oltre ad imporre un blocco forzato allo scavo, provocò notevoli danni al tempio a seguito del bombardamento degli alleati, soprattutto nella parte nord. Le esplorazioni ripresero al termine del conflitto e si protrassero per diversi anni fino al 1996.
Il Tempio Dorico ha una dimensione di ventinove metri di lunghezza per venti di larghezza: dell'aspetto originario rimane ben poco, in quanto risulta essere notevolmente danneggiato ed era probabilmente dedicato ad Ercole o Minerva, come riscontrato su di un'epigrafe osca, scoperta nelle vicinanze, che così riportava: «Per questo bivio quelli che vanno intorno all'edificio pubblico che è vicino al Tempio di Minerva.»
In ordine dorico, l'area sacra era delimitata da un basso muretto dalla zona circostante, utilizzata probabilmente o dagli spettatori dei vicini teatri come luogo di ristoro o per le corse dei cavalli: in quest'ultimo caso il muro veniva rivestito con delle spine.


L'accesso al tempio, che era poggiato direttamente sulla roccia, avviene tramite dei gradini, realizzati in tufo o calcare, in numero non uguali sui vari lati, questo per permettere di modificare il dislivello del terreno: si ritiene inoltre che la gradinata sul lato est sia stata rifatta durante il periodo dell'esplorazione da la Vega. Lo stilobate, certamente non risalente al periodo di costruzione, ma rifatto in uno dei restauri successivi, era circondato da undici colonne sul lato lungo e sette su quello corto: sia dei fusti, realizzati in calcare di Sarno, che dei capitelli, in tufo, rimangono solo alcune tracce; i capitelli inoltre, di epoca sannitica, sono molto simili a quelli delle Tavole Palatine, un tempio nei pressi di Metaponto. La cella, posta al centro del podio, era poggiata direttamente sulla roccia e probabilmente dotata di un pronao, davanti al quale erano una o due basi, dove poggiavano le statue di culto.
Tra i principali reperti ritrovati nella zona del tempio una serie di terrecotte e una metopa, facente parte della struttura prima del restauro del II secolo a.C., raffigurante il mito di Issone, tra Efesto ed Atena, mentre è legato alla ruota degli Inferi.

Campania - Pompei, Tempio di Venere

 

Il tempio di Venere è un tempio di epoca romana, sepolto dall'eruzione del Vesuvio del 79 e ritrovato a seguito degli scavi archeologici dell'antica Pompei: era il tempio dove veniva venerata la divinità protettrice della città, nonché uno dei più sontuosi. La costruzione del tempio di Venere, in posizione panoramica sulla pianura circostante e sul golfo di Napoli, risale al periodo immediatamente dopo la fondazione di Pompei come colonia romana, nel periodo che seguì la conquista da parte di Lucio Cornelio Silla; originariamente in città era presente un altro tempio dedicato alla Venus Fisica, riconducibile o ad Afrodite o ad Astarte. Per la sua costruzione, tra Porta Marina e la Basilica, fu necessario abbattere numerose case, eccetto alcune lungo il pendio meridionale utilizzate dai sacerdoti. Subì notevoli danni a seguito del terremoto di Pompei del 62, ma anziché chiuderlo per permettere il restauro si decise la costruzione di una piccola edicola votiva in modo da continuare a svolgere le normali attività durante i lavori. Tuttavia nel 79, prima del termine del restauro, fu sepolto sotto una coltre di ceneri e lapilli dall'eruzione del Vesuvio; esplorato durante l'epoca borbonica, era già stato completamente depredato precedentemente di tutti gli arredi marmorei.


Il tempio, cinto da possenti muri perimetrali, ampliati durante l'epoca giulio-claudia, disponeva di un ingresso nell'angolo nord-est ed uno secondario nella parte orientale; la struttura, sviluppata lungo l'asse nord-sud, era completamente circondata da colonne: due file sul lato est ed ovest ed una su quello nord, mentre erano assenti sul lato sud; un altro colonnato fu costruito durante l'epoca sillana ed era dotato di cunette per permettere il deflusso delle acque piovane. Il tempio era costituito da un podio lungo circa ventinove metri e largo circa quindici, realizzato in cemento e lava: un muro in basalto fungeva probabilmente da parete esterna della cella; secondo alcuni studi era possibile la presenza di un altro podio, unito poi a quello esistente tramite una colata di cemento. Tutto il tempio era decorato in marmo, di cui rimangono pochissime tracce, ovvero i resti di un architrave, colonne e un frontone; anche della pavimentazione restano pochi residui, trafugata per il suo alto valore già dopo il terremoto del 62: era realizzato da una striscia esterna in tassellato bianco, una parte mediana in marmo colorato ed un'ampia zona centrale completamente distrutta. Altri resti sono un altare in travertino, due piedistalli utilizzati come base d'appoggio per statue equestri e una scala che tramite un condotto sotterraneo conduceva ad alcune abitazioni poste su un pendio nei pressi del tempio.

Campania - Pompei, Teatro Grande

 

Il Teatro Grande è un teatro di epoca romana, sepolto dall'eruzione del Vesuvio del 79 e ritrovato a seguito degli scavi archeologici dell'antica Pompei: al suo interno venivano rappresentate commedie, mimi e pantomimi, oltre che le atellane.
Il Teatro Grande fu edificato in età sannitica ma completamente rifatto nel II secolo a.C. ed in seguito più volte restaurato: intorno all'80 a.C., in contemporanea con la costruzione del Teatro Piccolo, diversi lavori interessarono principalmente la zona della cavea, ampliata di circa dieci metri, mentre, durante l'epoca augustea, ci fu una ristrutturazione totale, grazie alle sovvenzioni della gens Holconia, una delle famiglie più importanti di Pompei, impegnata nelle coltivazioni di viti; tale evento è ricordato con una targa che riporta la scritta: «Marcus Holconius Rufus e Marcus Holconius Celer ricostruirono a proprie spese il sottopassaggio coperto, i palchetti e tutta la gradinata»
Inoltre, grazie ai nomi dei benefattori, si è potuto risalire a una data precisa del restauro, probabilmente intorno al 2 o 3 a.C., anni in cui Marco Holconio Rufo era duoviro di Pompei, quando gli venne dedicata una statua, oltre a un bisellio, ossia un posto riservato, all'interno del teatro; il restauro fu affidato a un liberto chiamato Marco Artorio Primo: era infatti consuetudine tra i romani affidare i lavori manuali a tale genere sociale, in quanto era un'attività ritenuta non degna per un uomo libero. A seguito del terremoto di Pompei del 62, che danneggiò parzialmente la struttura, venne rifatta completamente la scena; fu quindi sepolto, con il resto della città, sotto una coltre di ceneri e lapilli nel 79, a seguito dell'eruzione del Vesuvio ed esplorato a seguito delle indagini archeologiche volute dalla dinastia borbonica: a seguito di un accurato restauro viene utilizzato nei mesi estivi per rappresentazioni teatrali e musicali.
Il teatro fu edificato sulle pendici di una collina, di cui sfrutta il costone per la gradinata: si trova nei pressi del Tempio Dorico ed ha uno stampo prettamente ellenistico, così come era abitudine dell'antica Grecia costruire i teatri nelle vicinanze di un'area sacra; si apriva inoltre su di uno splendido panorama, dominato dalla valle del Sarno e dai monti Lattari.
Il Teatro Grande ha una forma a ferro di cavallo, distinguendosi dal modello tradizionale romano ad emiciclo, e fu realizzato interamente in opera incerta. La parte riservata al pubblico era la cavea e poteva accogliere circa cinquemila spettatori; questa è divisa in tre parti: l'ima cavea, rivestita in marmo, era riservata ai decurioni, la media cavea, la più ampia e la meglio disposta per la visione dello spettacolo, era destinata alle corporazioni e la summa cavea, con posti limitati; a loro volta, sia la media che la summa cavea si dividono in cinque zone: della summa cavea tuttavia rimane solo un piccolo tratto, in quanto crollata a seguito del terremoto del 62. Doveva inoltre essere presenta una gradinata che poggiava su un corridoio con volte a botte, così come altre gradinate sono presenti sui parodi, caratteristica inusuale per questo tipo di edifici, in quanto erano sempre scoperti e quindi sicuramente aggiunte in secondo momento. La parte dedicata al pubblico si completava con dei palchetti, chiamati tribunalia, riservati ad ospiti d'onore, i quali godevano di una perfetta visione sulla scena.
Alla zona dell'orchestra si accede tramite due parodos coperti: quello di destra conduceva a un cortile posto dietro la scena, da cui, tramite una scala, si arrivava al Foro Triangolare: sul suo ingresso fu ritrovata una testa maschile d'epoca sillana. Il parodos della parte sinistra invece è raggiungibile da Via Stabia e conduce poi allo stesso cortile del precedente: entrambi i corridoio sono costruiti in opera incerta. La zona del palcoscenico, in opera laterizia, è alta circa un metro e mezzo e presenta due scalette, tramite le quali gli attori accedevano alla scena, mentre ai lati alcune nicchie dovevano ospitare gli addetti all'ordine pubblico. La scena, protetta da un sipario che si alzava dal basso verso l'alto, era limitata da un'imitazione di un palazzo principesco, con tre porte e a due piani, ornato con molte statue; al lato del palco un piccolo spogliatoio che fungeva anche d'accesso a un cortile. Tutta la zona del Teatro, probabilmente, era decorata con fontane e ninfei, ritrovati al momento degli scavi, mentre diversi blocchi forati indicano che nei mesi più caldi l'intera struttura veniva coperta con un velarium.

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