Secondo una delle ricostruzioni più accreditate, ovverosia quella del naturalista Ulisse Alldovrandi, fu rinvenuto al di fuori dell'antica Porta Portuensis, sul Gianicolo; tuttavia, seguendo quanto invece ipotizzato dallo scultore Flaminio Vacca, non sarebbe da escludere l'area dei Trofei di Mario, sull'Esquilino.
Dal 1546 viene documentata la sua presenza nella casa di Francesco Fusconi, archiatra pontificio di Adriano VI, Clemente VII e Paolo III. Quest'ultimo pontefice, peraltro, commissionò il progetto di Palazzo Farnese, che si trova proprio di fronte a Palazzo Fusconi Pighini. Già all'epoca venne considerata tra le statue più belle di Roma «non escluse quelle del Belvedere». Negli anni la scultura fu incisa in molti testi e raccolte concernenti l'antichità e fu oggetto di numerose copie: Pierre Le Pautre, ad esempio, ne scolpì una per il re Luigi XIV e destinata a decorare il Castello di Marly. Fino al 1770 il Meleagro fece parte della collezione delle famiglie Fusconi e Pighini, finché non fu acquistata da Papa Clemente XIV per diventare parte del nucleo originario del nuovo Museo Pio-Clementino. Successivamente, in seguito alla firma del Trattato di Tolentino del 1797, fu anche tra le opere trionfalmente rimosse e condotte da Napoleone a Parigi, salvo poi ritornare in Vaticano nel 1815, grazie all'intervento di Antonio Canova.
Il soggetto principale dell'opera è Meleagro, eroe della mitologia greca, che prese parte alla caccia del cinghiale calidonio. Nel mito, tale caccia fu considerata un evento iniziatico per il giovane; ciononostante, gli eventi evolsero in maniera drammatica, portando alla sua morte e a quella dei suoi zii Plessippo e Tosseo - uccisi proprio da Meleagro. Quest'ultimo viene raffigurato a grandezza naturale e in maniera trionfale, come un cacciatore vittorioso, affiancato dal cane - simbolo di lealtà - e dal trofeo di caccia, ovvero la testa del cinghiale. Per quanto la sua possa possa trasmettere fierezza, l'espressione del giovane risulta alquanto malinconica: l'esperta Giulia Masone, difatti, la ritenne idonea «ad accentuare non la gioia del trionfo e dell’amore, ma la triste sensazione delle conseguenze foriere di morte». Tra il XVI e il XVII secolo il soggetto della scultura fu erroneamente ritenuto Adone, che di un cinghiale non fu cacciatore bensì vittima.
Secondo l'archeologa Brunilde Sismondo Ridgway, la notorietà della scultura fu in parte dovuta «al fascino che le figure venatorie avevano tra i Romani, anche grazie alle loro connotazioni eroicizzanti». L'archeologa, comunque, sottolineò criticamente la sottigliezza della connessione con Skopas, che si basa soltanto sui frontoni del tempio di Atena Alea: più precisamente, il frontone est rappresentava la caccia al cinghiale calidonio. Per di più Pausania, dalla cui testimonianza è possibile ricavare informazioni sul tempio di Atena Alea, non affermò nulla in merito alla partecipazione di Skopas nella realizzazione delle sculture frontonali - qualificandolo solo come architetto e autore di altre due statue. Osservò, quindi, Ridgway: «da una composizione narrativa frontonale in Arcadia, legata oltretutto a famiglie e leggende locali, a una singola scultura indipendente - probabilmente presente a Calidone e correlata, come suggerito dall'accademico Andrew F. Stewart, a una tomba monumentale dell'eroe - è un bel balzo di immaginazione». Non è possibile stabilire con certezza se l'originale sia stato concepito per l'heroon calidonio, dove Meleagro veniva venerato, e se conseguentemente sia stato prelevato dal posto, come trofeo culturale, da parte di un romano facoltoso e raffinato.
La scultura non fu menzionata da parte di nessun autore classico e si ritiene possa trattarsi di un'opera della maturità di Skopas, conosciuta soltanto attraverso un numero di copie che variano per qualità e fedeltà al modello originale. Nondimeno, la grande quantità di copie testimonierebbe la fama raggiunta dalla statua, qualificabile come una delle più celebri dell'antichità classica: per Ridgway, infatti, «la popolarità del Meleagro in epoca romana fu senza dubbio notevole» e per lo storico dell'arte Ennio Quirino Visconti esso poteva agevolmente confrontarsi con le più belle statue del Cortile del Belvedere.
La stessa Ridgway, inoltre, aderì a quanto affermato dall'accademico Andrew F. Stewart, che conteggiò numerose copie e nello specifico: 13 statue, 4 torsi, 19 teste (sebbene per esse vi siano maggiori confusioni, dato che potrebbe anche trattarsi di copie dell'Ares Ludovisi), un imprecisato numero di busti ed erme, una variante dalla posa e dagli attributi differenti e 11 versioni adattate come ritratti o per rappresentare delle divinità. Almeno sei delle copie accettate includono la raffigurazione del cane, mentre in dodici casi l'eroe indossa la clamide. In tre versioni, che confermano l'identificazione del tipo scultoreo con Meleagro e tra le quali è possibile annoverare anche il Meleagro vaticano, è visibile anche la testa del cinghiale, vero e proprio trofeo di caccia.
Esempi notabili
Un torso conservato al Fogg Art Museum dell'Università Harvard, attualmente esposto all'Arthur M. Sackler Museum, è una delle copie migliori tuttora conservate - ammesso che si tratti di una copia del Meleagro e non dell'Asclepio, anch'esso di Skopas. Lo storico dell'arte Cornelius Clarkson Vermeule III affermò che «Vi sono diversi Meleagri marmorei, uno o due raggiungono il livello della statua del Fogg; ma la maggior parte di essi sono meri documenti di lavorazione della pietra, sprovvisti dell'inquieta vita interiore che il maestro deve aver conferito all'originale». Molte copie incompiute furono rinvenute ad Atene, e ciò suggerisce che la città potrebbe essere stata un centro di produzione per il mercato romano.
Degne di nota sono altresì una variante scoperta nel 1838 e attualmente parte dell'Antikensammlung Berlin di Berlino (nella foto aa destra), nonché una copia marmorea a grandezza naturale, esposta all'Art Institute of Chicago di Chicago.


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