lunedì 17 novembre 2025




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sabato 15 novembre 2025

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Antinoo Townley

 
L'Antinoo Townley è un ritratto marmoreo raffigurante Antinoo che indossa una corona di edera; fa parte della collezione del British Museum di Londra ed era parte delle collezioni di Charles Townley, protagonista di un Grand Tour e membro della Royal Society, che lo acquistò nel XVIII secolo, insieme ad altre opere antiche. Soltanto la testa è antica, parte di una statua risalente al 130-140, negli ultimi anni in cui al potere vi era Adriano (fu imperatore dal 117 al 138); il busto è un'aggiunta successiva. Probabilmente l'Antinoo ha degli attributi che lo riconducono alla rappresentazione di Bacco. Nella collezione del museo è presente anche un disegno dell'opera attribuito a Vincenzo Pacetti.
La testa, scolpita in marmo pario, si ritiene sia stata ritrovata nel 1770 sul Gianicolo, nei pressi della Villa Doria Pamphilj a Roma, in un'area nota come Tenuta della Tedesca: questa e i resti della statua di cui faceva parte vennero utilizzati come materiale di reimpiego in un muro nelle vicinanze di Porta San Pancrazio, una delle porte delle Mura aureliane. Townley si appropriò della testa nel luglio del 1773, pagandola £150 a Thomas Jenkins, antiquario e mercante d'arte. Essa era in Gran Bretagna lo stesso mese, dapprima, con buone probabilità, di proprietà di John Sackville, III duca di Dorset, da cui "doveva essere ricevuta", stando a quanto scrisse Jenkins proprio in quel periodo.

#VARIA - Pinakes

 

Un pinax, al plurale pinakes, (in greco πίναξ, plurale πίνακες) è, nell'uso dell'archeologia moderna, una tavoletta votiva in legno dipinto o un bassorilievo in terracotta, marmo o bronzo generalmente appeso sulle pareti dei santuari o sugli alberi sacri nell'antica Grecia.
Originariamente il termine indicava genericamente una tavola o quadretto dalla superficie piatta, in particolare una Tavoletta cerata usata per scrivere. Per estensione il termine è andato ad indicare le immagini votive appese nei santuari.
I pinakes furono, nel mondo artistico di cultura greca, ideati e prodotti generalmente per la devozione alle divinità; nella maggior parte sono d'ottima fattura artistica ed animata raffigurazione, originariamente anche abbellita da colori vivaci di cui restano solo poche tracce su alcuni quadretti. In particolare a causa della deperibilità del materiale, i pinakes dipinti su tavoletta in legno ritrovati hanno generalmente perso praticamente ogni traccia delle loro immagini, fanno eccezione le tavole di Pitsà, quattro pinakes rinvenuti in una grotta consacrata alle ninfe nei pressi di Pitsa, un piccolo villaggio sul golfo di Corinto, nei pressi di Sicione.
I pinakes sagomati in terracotta erano prodotti in serie usando forme e venivano dipinti in colori brillanti. Quelli in marmo erano incisi individualmente, mentre quelli in bronzo era fusi usando la tecnica della cera persa.
Sono sopravvissuti anche alcuni esempi in oro risalenti al VII secolo a.C. realizzati sull'isola di Rodi in stile dedalico e rappresentanti divinità, in particolar modo Artemide
Spesso avevano due fori per far passare una corda con cui sospenderli. Sulle pitture dei vasi sono rappresentati appesi ai muri del tempo o sospesi sugli alberi nell'area del santuario. L'architetto romano Vitruvio menziona i pinakes nelle celle dei templi e anche in possesso di privati. Queste collezioni erano definite pinacotheca πινακοϑήκη, da cui mediante il latino pinacoteca deriva l'italiano pinacoteca per definire una galleria o museo in cui sono esposti quadri.
In Magna Grecia furono prodotti tra il 490 e il 450 a.C. principalmente nelle poleis di Locri Epizefiri, Medma, Hipponion e Metauros. Altri pinakes sono stati ritrovati in Sicilia, presso Francavilla di Sicilia.
Molte delle raffigurazioni in bassorilievo pervenute riguardano la devozione a Persefone, la dea rapita dal dio dell'oltretomba Ade, il quale la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla. Un considerevole numero di esemplari di pinakes è custodito presso il Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria dove in circa centosettanta modi diversi sono rappresentati i vari momenti del mito: il ratto di Persefone, i preparativi per le nozze, i due sposi in trono, la raccolta della frutta, etc.
Dall'analisi del materiale trovato, si desume che per poter soddisfare la grande richiesta di questo tipo d'offerte votive, i quadretti venivano prodotti in serie, utilizzando matrici. Tutte le offerte divenute numerose ed ingombranti, dopo essere state ridotte in pezzi venivano accantonate in fosse di deposito nelle adiacenze del santuario dagli addetti al culto, che attuavano un rito tradizionale consacrandole alla divinità e impedendone il riutilizzo, altrimenti sacrilego. Per questo motivo nessuno dei pinakes ritrovati oggi è integro, ma al più riassemblato.
Un altro grande gruppo di oltre un migliaio di pinakes in terraccotta è stato ritrovato nel sito di Penteskouphia poco fuori Corinto. Questi sono principalmente conservati presso lo Antikensammlung Berlin, con alcuni esempi Corinto e altri al Louvre. Oltre alle solite scene religiose, principalmente Poseidone, Anfitrite, Atena ed Ermes, altre mostrano cavalieri, guerriere, battaglie navali e diverse rappresentano vasai al lavoro. Berlino possiede anche un piccolo gruppo di frammenti dal cimitero di Ceramico ad Atene many by the painter Exekias.
Nelle tombe etrusche sono state trovate placche in terracotta molto più grandi di quelle tipiche dell'arte greca. In alcuni casi formano una serie che crea l'effetto di un muro portatile di pitture. A differenza di quelle greche, le famiglie etrusche facoltose, spesso facevano realizzare tombe con muri dipinti. La tomba "Boccanera" nella necropoli di Banditaccia a Cerveteri conteneva cinque pannelli alti quasi un metro risalenti a circa il 560 a.C., ora conservati nel British Museum. Tre di essi formano un'unica scena, apparentemente il Giudizio di Paride, mentre gli altri due erano posti ai lati dell'ingresso e rappresentano delle sfingi poste a guardia della tomba. Frammenti di pannelli simili sono stati trovati nei centri cittadini, probabilmente appartenenti a templi, case di famiglie importanti e altri edifici, i cui soggetti includono scene di vita comune.


Marche - Scavi archeologici di Ankón


Gli scavi archeologici di Ankón, ossia quelli relativi alla fase greca di Ancona, sono stati effettuati principalmente nella necropoli del IV - I secolo a.C. che si estendeva sulle pendici meridionali del Colle dei Cappuccini e di Monte Cardeto, come provano i numerosi ritrovamenti che, dall'Ottocento in poi, sono avvenuti in zona. Si tratta dell'area situata a nord dell'asse stradale via Matas-via Bernabei-via Matteotti- corso Amendola; in Età antica era questo il percorso che conduceva dalla città a monte Conero (si veda la mappa a fianco).
Nei capitoli seguenti si descrivono i più significativi ritrovamenti greci avvenuti ad Ancona, distinguendo tra quelli della tarda Età Classica (sino al 323 a.C.) e del Primo Ellenismo (323 - 230 a.C.) e quelli del Medio Ellenismo (230 - 170 a.C.) e del Tardo Ellenismo (170 - 30 a.C.).
Ritrovamento della necropoli
Dopo la proclamazione del Regno d'Italia, la città era stata dotata di un piano di ampliamento, per adeguarla al nuovo ruolo di piazzaforte di prima classe e ne seguì una rapida espansione edilizia fuori porta Calamo, ossia nella zona della necropoli ellenistica, che fu così riscoperta; precedentemente solo ritrovamenti sporadici facevano sospettare la sua presenza.
Nel corso degli scavi necessari per realizzare le fondazioni dei nuovi palazzi e delle nuove strade, spesso venivano alla luce edifici, epigrafi e altri reperti dell'Ancona greca e romana. Ciò rendeva necessario l'intervento dell'appena costituita "Commissione per la conservazione degli oggetti d'arte e di antichità", che dovette subito mettersi all'opera affinché le testimonianze storiche ed archeologiche rinvenute non andassero distrutte o finissero nel mercato antiquario.
Il patriota e storico Carlo Rinaldini fu eletto segretario della commissione e fu una figura centrale in questo periodo, avendo descritto accuratamente molti scavi: le sue relazioni dettagliate sono oggi preziose per ricostruire i contesti in cui furono rinvenuti i reperti. Inoltre, la commissione promosse una campagna di acquisti dei reperti, allora non protetti da una legislazione specifica. Il tutto confluì nell'erigendo "Gabinetto paleoetnografico ed archeologico delle Marche", istituito nel 1863 e inaugurato nel 1868, oggi Museo archeologico nazionale delle Marche. Fondamentale in questo senso fu anche il ruolo di Carisio Ciavarini, archivista e storico, successore del Rinaldini.
Tarda Età Classica - prima Età Ellenistica
Le testimonianze archeologiche del V e del IV secolo a.C. provenienti dalla necropoli sono più scarse rispetto a quelle dei secoli successivi.
Si segnalano i seguenti reperti, perché particolarmente significativi come testimonianza dello sfarzo e dell'eleganza della società anconitana dell'epoca. Alcuni di essi sono purtroppo finiti in musei esteri.
  • Corone d'oro, oggetti di prestigio tipici del IV secolo, che trovano confronto nelle coeve oreficerie di Taranto, Metaponto ed Eraclea; sono oggetti che testimoniano l'eroizzazione del defunto e che rimandano alla religiosità dionisiaca (al Museo archeologico nazionale delle Marche).
  • Collane in materiali preziosi della fine del IV secolo: ambra o terracotta ricoperta di foglia d'oro (al Museo archeologico nazionale delle Marche).
  • La statuetta di bronzo del IV secolo a.C. raffigurante Poseidon, trovata nel 1854 nei pressi del campanile del Duomo ed ora conservato al Museum of Fine Arts di Boston.
  • La statuetta in ambra intagliata con Afrodite ed Adone, trovata a Falconara ed ora al Metropolitan Museum of Art di New York, risalente alla fine del V sec. a.C.; è nota internazionalmente tra gli studiosi di arte greca con il nome di "ambra Morgan". È opera di arte etrusca (o influenzata da essa), testimoniante il culto di Afrodite nella zona di Ancona. In tale scultura Afrodite fa innamorare Adone facendogli odorare un profumo contenuto in un alabastron, come narra il mito. È ritenuta dagli archeologi la più bella ambra scolpita del Piceno e probabilmente d’Italia ed ornava l’arco di una fibula.
  • La lekythos a figure rosse con Amimone e Poseidon. Il dio è raffigurato con mantello e tridente, mentre Amimone indossa il chitone e porta un'hydrìa. Tutto ciò allude al mito in cui Amimone si trovava nel Peloponneso ed era impegnata in una difficile ricerca d'acqua per compiere un rito religioso; infatti, narra il mito, a quell'epoca tutte le sorgenti della zona si erano seccate per volere di Poseidon, come vendetta contro gli abitanti che avevano abbandonato il suo culto, passando a quello di Era. Durante la ricerca, Amimone inavvertitamente sveglia un satiro, che si mette ad inseguirla. Poseidon interviene per salvarla e lancia il suo tridente, che si conficca nella roccia. Invita poi la fanciulla ad estrarre l'arma, facendo in tal modo scaturire la nota sorgente di Lerna. È attribuita al pittore della phiale e datata al 430 a.C. circa. È stata ritrovata in una zona imprecisata della città di Ancona e anch'essa è ora conservata al Metropolitan Museum of Art di New York.
  • Si segnalano inoltre una lekythos a figure nere del 490 a.C. circa ed una kylix a figure rosse del 500-490 a.C. circa (da ritrovamento sporadico)
Media e tarda Età Ellenistica
Lungo l'asse stradale di via Matteotti - corso Amendola, fin dall'inizio del Novecento, sono state ritrovate occasionalmente numerose tombe del II e I secolo a.C., contenenti reperti ellenistici. Inoltre, tra il 1991 e il 1998, nel corso dei lavori di ristrutturazione della Caserma Villarey, furono portate alla luce di più di quattrocento tombe della necropoli greca e romana, contenenti ricchi corredi testimonianti le intense relazioni di Ancona con la Magna Grecia e il Mediterraneo orientale. Si può dunque dire che, durante il II e il I secolo a.C., i frequenti contatti con la Grecia rinverdivano continuamente l'origine dorica della città e contribuivano conservarne la grecità, nonostante la romanizzazione che procedeva velocemente in tutta la regione circostante, facendo di Ancona quasi un'enclave culturale, punto di contatto tra cultura greca, picena e gallica.
La maggior parte delle tombe è costituita da lastre in arenaria disposte a formare un rettangolo di mura ed un tetto a capanna. A volte le mura perimetrali sono invece in laterizio. È documentata anche l'uso della cremazione, con le ceneri poste in urne cilindriche di piombo; gli oggetti posti accanto ad esse sono analoghi a quelli ritrovati nelle tombe costituite da lastre di arenaria.
Una parte della necropoli (sette tombe in tutto) è visitabile presso la Caserma Villarey, dove, al di sotto del parcheggio multipiano, è stata allestita un'area archeologica.
Le stele figurate e iscritte

Provengono da questa necropoli quattordici stele funerarie, con scene figurate a rilievo ed iscrizione greca, non ritrovate direttamente in associazione con le rispettive tombe, perché reimpiegate in epoche successive com materiale da costruzione. Le stele, la cui datazione varia dal II al I secolo a.C., sono preziose testimonianze del persistente uso della lingua greca durante la fase di passaggio verso la romanizzazione. Le stele anconitane spiccano, tra tutte le altre testimonianze funerarie ritrovate in Italia, per l'assoluta aderenza all'arte ellenistica e su questo punto non trovano confronto neanche nelle città della Magna Grecia e della Sicilia.
La struttura delle stele è quella di un naiskos (tempietto), coronato da un piccolo frontone e da un acroterio, con due varianti tipologiche, descritte di seguito:
  • stele ad edicola, con due colonnine a capitello corinzio ed architrave a metope lisce e triglifi (ad esempio la stele "di Symmachos" e quella "di Damo").
  • stele a lastra rastremata verso l'alto (ad esempio la stele "di Arbenta" e quella "di Apollonio").
Le sculture delle stele rappresentano scene di banchetto, colloquio o commiato funebre, spesso con persone che si scambiano il gesto della dexiosis, ossia dello stringersi la mano destra, gesto che simboleggiava la fiducia reciproca, l'alleanza, il siglare un patto, ma anche l'unione che supera la morte.
Le iscrizioni ricordano il nome del defunto, o della defunta, (al vocativo), il suo patronimico (al genitivo), e infine l'estremo saluto: chrēste chaire (ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ), ossia "O valoroso (buono, amorevole, prode, virtuoso, valoroso), addio!".
Le stele greche anconitane trovano confronti stringenti con quelle delle Isole Cicladi e dell'Isola di Delo, da cui alcuni esemplari provengono, mentre altri sono opera di botteghe di scultori locali, come prova l'uso di calcare proveniente da cave della zona anconitana. Secondo altri archeologi, le stele greche di Ancona rimandano anche a quelle di Corfù, l'antica colonia di Korkyra. Alcune stele, inoltre, rimandano ad esempi della città di Bisanzio.
Per la loro importanza, nella tabella sottostante si elencano tutte le stele greche esposte nei musei della città e i loro testi. Si trovano nella Sezione "Ancona greco-ellenistica e romana" del Museo archeologico nazionale delle Marche, tranne la stele di Arbenta, che si trova al Museo della città. Il termine "chrēste", oltre che con "valoroso" può essere tradotto anche con "buono", "amorevole", "prode" o "virtuoso". Le vesti si segnalano solo se non sono greche; similmente si segnalano i nomi propri non greci. Le stele non elencate non sono esposte o, pur conservandosi le descrizioni, sono andate perdute nel corso dei secoli.
Bassorilievo con suonatrice di khitara danzante

Nel 1904 fu riportata alla luce una lastra di calcare, convessa e decorata a bassorilievo, alta 1,74 metri. L'autore dello scavo interpretò il reperto come parte di una tomba monumentale rotonda con basamento circolare in travertino, superiormente divisa in dodici facce scolpite, tra cui quella ritrovata. Il bassorilievo rappresenta una suonatrice di kithara, strumento a corde diffusissimo nell'antica Grecia, di cui si trovano spesso testimonianze nella mitologia. La suonatrice si muove con passo di danza e indossa un peplo con apoptygma ed himation, elegantemente fluttuanti per l'incedere della danza. Particolare è la chioma, raccolta in una vaporosa coda vista di prospetto, mentre il corpo è di profilo e il viso di tre quarti. La khitara è portata di traverso, stretta sotto il braccio, e la suonatrice usa un plettro a forma di pesce. Secondo alcuni studi, l'iconografia della figura può far supporre che rappresenti una musa.
La figura della danzatrice è incorniciata alla sommità da un fregio con motivi vegetali e, sui due lati, da mezze lesene con capitello ionico; le restanti metà delle lesene sarebbero state scolpite sulle lastre adiacenti, che tutte insieme avrebbero dato una pianta dodecagonale.
È esposta al Museo nazionale delle Marche, nella sezione "Ancona greco-ellenistica e romana".
Gli archeologi contemporanei ravvisano nella scultura un'influenza del Neoatticismo e della Scuola di Pergamo, correnti artistiche del tardo ellenismo; in base a ciò, l'opera, originariamente riferita al III - II secolo a.C., è oggi ritenuta invece del II - I secolo a.C. L'appartenenza ad un monumento funerario è ancor oggi accettata, anche se si ritiene che si possa ipotizzare, in forma subordinata, anche una probabile localizzazione su un heroon o su una fontana circolare.
Il bassorilievo anconitano trova un confronto con la coeva "base delle danzatrici" trovata in via Prenestina (Roma), costituita da sette lastre convesse scolpite (manca l'ottava), originariamente poste in cerchio a ricoprire il nucleo di un monumento. Altro confronto coevo è con il basamento circolare con Nikai, ritrovato a Butrinto.
Il reperto si trova al Museo Archeologico Nazionale delle Marche.
Epigrafi

Non ci citano in questo capitolo le iscrizioni presenti nelle stele funerarie ancor oggi conservate, né quelle che si trovano negli oggetti ritrovati nelle tombe, perché descritte nei capitoli "Le stele figurate e iscritte" e "Gli oggetti di prestigio".
Nel porto di Ancona è stata ritrovata nel 1540 una colonna con una lunga epigrafe greca, dedicata dagli ἀλειφομένοι, ossia dai lottatori, al ginnasiarca Βάτον (Báton) in segno di gratitudine per aver ottenuto varie vittorie nei agoni ginnici tenuti in onore di Ermes e di Eracle. Il ginnasiarca si occupava di allenare, retribuire ed incoraggiare i concorrenti che erano selezionati tra gli efebi del ginnasio. Alcuni autori sostengono però che l'epigrafe sia stata ritrovata ad Ancona solo perché ve la portò nel 1427 Ciriaco d'Ancona dopo averla vista e trascritta a Santorino. L'epigrafe, considerata perduta sino a tempi recenti, è oggi conservata al Musée des monnaies, médailles et antiques a Parigi.
Un'altra epigrafe greca è stata trovata nei pressi delle mura dell'Acropoli; il testo, chiaramente pertinente ad una stele funeraria, è ΣΜΙΝΘΙΟΣ ΤΙΤΕΛΟΥ ΧΑΙΡΕ (Sminthios Titelou chaire), ossia: Sminthios figlio di Titelos, addio.
Infine, una stele con bassorilievo rappresentante un cavaliere ed un'iscrizione riportata dagli antichi autori ha questo testo: ΡΟΔΩΝ ΑΡΙΣΤΩΝΟΣ ΑΙΞΟΝΕΥΣ (Rodon Aristonos Aixoneys), ossia: "Rodon figlio di Aristone da Aissone". Autori moderni sostengono però che la stele provenga da Atene e sia stata trasportata ad Ancona in età umanistica.
Le sfingi

Agli inizi del Novecento sono state rinvenute due statue di sfingi, mostruosi esseri alati, metà donne e metà fiere, che originariamente erano collocate agli angoli dei recinti funerari, a guardia delle tombe. Oggi sono poste quasi come guardiane all'ingresso della sezione ellenistica del Museo Archeologico Nazionale. Una delle due statue stringe tra le zampe una testa decapitata.
In tutta la costa adriatica italiana esistono esemplari simili solo in Veneto. Sono risalenti al II - I secolo a.C. e sono scolpite in calcare del Cònero, cosa che mostra la loro origine locale. Sia gli esemplari anconitani, sia quelli veneti derivano da prototipi orientali e sono dunque un'ulteriore testimonianza delle relazioni intense con l'Oriente mediterraneo.
Gli oggetti di prestigio
Alcuni reperti ritrovati nella necropoli, significativi come testimonianza delle intense relazioni con il mondo greco e del benessere raggiunto da Ankón nel II e nel I secolo a.C., sono elencati di seguito. Di alcuni si ipotizza la realizzazione in botteghe locali. Non si citano gli esemplari, provenienti dalla stessa necropoli, ma della seconda metà del I secolo a.C., in quanto risalgono all'età in cui Ancona è ormai una città romana. I reperti citati si trovano tutti al Museo Archeologico delle Marche, tranne l'ultimo (vaso a forma di pantera) che si trova invece al Museo della Città.
  • Resti di una preziosa veste sacerdotale, provenienti dalla "tomba dell'augure", del II secolo a.C.; era tinta di porpora e trapuntata d'oro (sono rimasti i fili aurei); nella stessa tomba è stata ritrovata una corona in bronzo dorato e bacche di terracotta e un lituo, il bastone augurale dei sacerdoti.
  • Resti di una veste allacciata con bottoni d'oro, provenienti da una tomba femminile del II secolo a.C.. L'uso di allacciare le vesti con i bottoni era rara nelle città italiche (dove si usavano invece fibule) e tipica invece della Grecia; la presenza di bottoni nella tomba anconitana mostra quindi l'adesione della città ai modi greci.
  • Orecchini di elaborata fattura e complessa forma, gioielli preferiti dalle donne dell'antica Ancona. Sono decorati con paste vitree e a volte sono identici agli elementi usati come bottoni, mostrando versatilità nell'uso. Tra gli orecchini più singolari si citano quelli con gallo, quelli con cigno, a pavoncella, a testa di cavallo o di bue.
  • Anelli di fattura raffinata, come quello con ametista incisa raffigurante Achille e Pentesilea e quello in argento ed oro con l'incisione in Greco "ΠΙCΤΕΙC" (pisteis), ossia "pegno di fedeltà", da intendersi come un pegno d'amore. Quest'ultimo anello mostra l'uso della lingua greca come lingua quotidiana ancora nel II - I secolo a.C.
  • Oggetti d'argento, che si affiancano a quelli d'oro, precedentemente quasi esclusivi nei monili preziosi, seguendo una tendenza che parte dalla Magna Grecia e si diffonde anche a Roma. Gli argenti della necropoli di Ancona appartengono soprattutto a due categorie: oggetti per la toletta (in gergo archeologico argentum balneare) e per bere (argentum potorium); gli argenti da tavola (argentum escarium) sono invece poco rappresentati. Si ricordano gli oggetti più pregiati: spatule per mescolare cosmetici, tra quella con incisione raffigurante Afrodite anadiomene; un acus crinalis del tipo "spillone-pettine" con incisione raffigurante una vittoria alata; una pisside con coperchio istoriata con motivi vegetali; un urceolus (brocchetta) con ansa figurata ad attore comico, che testimonia il culto del dio Dioniso e che reca, sul fondo, un augurio in lingua greca. Una tazza d'argento riporta sotto al piede un'iscrizione greca abbreviata, sciolta come segue: Ηφαιστίων Βίωνος ὸ Δίβωνος ὸ μοχενής σόος πίε (ad Efaistíon da Díbonos, tuo fratello di latte, in buona salute, bevi!).
  • Letti funebri (klinai) con decorazioni in osso, le cui gambe erano allocate in appositi pozzetti angolari all'interno delle tombe.
  • Coppe di vetro di raffinata fattura, tra cui una a reticello, una a mosaico e due policrome con foglia d'oro di cui esistono esemplari simili in Adriatico solo in Daunia e ad Adria. Risalgono al tardo II secolo a.C.
  • Vaso a forma di pantera (o ghepardo, o lince), che trova confronti solo nella colonia greca di Metapontion e risale al 100 a.C. circa. La pantera è animale sacro a Dioniso, in quanto ritenuta assetata di vino, e nella stessa tomba sono stati ritrovati altri oggetti che testimoniano il culto di questo dio: un obolo di Caronte, una patera per l'"acqua della memoria", un "chiodo del destino" e un "uovo della rinascita", tutti oggetti che richiamano anche il culto orfico. Si ritiene che il particolarissimo vaso sia stato destinato a contenere vino o olio profumato.

Statue di Afrodite

Nell'immediato dopoguerra furono ritrovate, in un pozzo di Piazza del Comune (piazza B. Stracca), tre statue alte circa 50 cm. e rappresentanti Afrodite, risalenti alla fine del II secolo a.C. o all'inizio del secolo successivo. Sono di marmo bianco, mancano della testa e una delle tre è del tipo "Tiepolo". Sono un'ulteriore testimonianza del culto di Afrodite in città. Sono tutte esposte al Museo Archeologico Nazionale delle Marche.
Tempio di Afrodite
Nel 1932, alcuni saggi eseguiti nei pressi dell'abside sinistra del duomo permisero di scoprire i resti di una muratura costituita da grandi blocchi di arenaria in filari pseudoisodomi; subito alcuni studiosi ipotizzarono che tale struttura appartenesse ad un edificio templare, forse quello dedicato a Venere citato da Catullo e Giovenale. Che l'edificio cristiano fosse stato costruito sopra al tempio di Venere/Afrodite era già stato ipotizzato dalla storiografia, pur in mancanza di testimonianze archeologiche..
Nel 1948, in occasione dei lavori di restauro del duomo, danneggiato dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, superando numerose difficoltà fu eseguito uno scavo completo di tutto il sottosuolo, ed in effetti furono rinvenuti resti di un tempio pagano, coincidente con il transetto della chiesa.
Il tempio fu subito identificato con quello citato da Catullo e Giovenale e rappresentato nella scena 58 della Colonna Traiana.
Data l'importanza degli scavi del tempio di Afrodite, si rimanda al dettagliato capitolo ad esso dedicato, all'interno della voce Duomo di Ancona.


Mura e strade

La tradizione storiografica ha identificato in alcuni tratti di muri antichi in opera quadrata, costituite in blocchi di arenaria, i resti delle mura cittadine della città greca e della sua acropoli; sono tutti situati nel colle Guasco. I filari sono pseudo-isodomi: i blocchi di pietra, giustapposti a secco, hanno dimensioni costanti nell'altezza (60 cm), ma non nella larghezza; i blocchi hanno un trattamento a bugnato e sono collegati da grappe a coda di rondine. Si fornisce un elenco dei tratti in questione, aggiungendovi anche quelli di identica fattura scoperti in epoca più recente:
  • tratto murario di via della Cisterna, nei pressi del Palazzo degli Anziani (sulla mappa: 1); si sono conservati 5 filari, per un'altezza massima di 3 metri
  • tratto murario al di sotto di via Giovanni XXIII, visibili da via Vanvitelli (sulla mappa: 2); si sono conservati 13 filari, per un'altezza massima di 8,5 metri.
  • tratto murario dell'area archeologica del porto romano, visibile dal passaggio pedonale che collega le due parti di via Vanvitelli (sulla mappa: 3); si sono conservati 9 filari, per un'altezza massima di 6 metri.
  • tratto murario sottostante la chiesa di Santa Maria della Piazza, visibili nell'area archeologica della basilica paleocristiana (sulla mappa: 4);
  • due tratti murari molto vicini, situati nel giardino dell'ex Istituto Birarelli di via del Guasco (sulla mappa: 5 e 6).
Nel corso degli anni si è acceso un dibattito sulla datazione e sull'interpretazione di questi resti archeologici. Secondo alcuni studi, i tratti di mura sarebbero avanzi della cinta urbana del IV secolo a.C., e dunque della prima fase della colonia greca. I primi quattro tratti sarebbero pertinenti alla cinta urbica, gli ultimi due a quella dell'acropoli. Secondo altri studi, invece, i tratti risalirebbero invece all'età ellenistica e dunque alla fase finale della colonia greca, nel periodo della progressiva romanizzazione. Alcuni, infine, interpretano i tratti rimasti come terrazzamenti del colle Guasco; questa ipotesi non smentisce, peraltro, la precedente, in quanto tratti di mura cittadine costruiti su ripidi pendii sono necessariamente anche muri di contenimento.
Alcuni autori ipotizzano, con una certa cautela, che l'antica Porta Cipriana, situata tra via Fanti e via Birarelli (vedi la mappa a fianco), possa ricordare nel nome un'antica porta della cinta greca, porta dedicata ad Afrodite, nel suo attiributo di "cipria", oppure nella sua identificazione con la dea Cupra. La strada che vi inizia, infatti, portava al tempio di Afrodite. Ciò consentirebbe di ricostruire con un maggior dettaglio il perimetro delle mura.
Per quanto riguarda le strade, solo due lacerti sono finora venuti alla luce: un tratto di basolato nella zona dell'Anfiteatro, al di sotto di un mosaico romano, e un altro tratto basolato nella zona del Montagnolo.
L'esistenza di una strada extraurbana è sicura, per la presenza della necropoli ai suoi bordi: si tratta dell'asse stradale attuale costituito da corso Matteotti e corso Amendola, ossia l'antica via per il Cònero e Numana.

Calabria - Metauros

 

Metauros
 o Metauria (in greco antico: Μέταυρος, in latino Matauros) fu un'antica città di origine magno-greca, situata sulla riva destra del fiume Metauro (oggi Petrace) nell'attuale centro di Gioia Tauro, in Calabria, Italia.
Le sue rovine sono state localizzate nel territorio di Gioia Tauro. Fondata nel VII secolo a.C dalla colonia Zancle (Messina), Metauros fu una colonia della Magna Grecia e divenne presto un importante centro commerciale e culturale nella regione.
Nel 1863, Gioja cambiò nome aggiungendo il Tauro (in ricordo di Metauros) all'omonimo nome, e divenne "Gioia Tauro", per ricordare l'antica colonia greca da cui ha tratto le origini.
Le origini di Metauros sono oggetto di dibattito tra gli studiosi. Secondo alcune teorie, la città potrebbe essere stata una sub-colonia di Zancle (l'attuale Messina) o una colonia fondata in collaborazione tra Rhegion e Zancle, che in seguito passò sotto l'influenza di Locri. Altri ritengono che Metauros sia stata fondata direttamente dai locresi.
Durante il periodo magno-greco, Metauros svolse un ruolo importante all'interno delle colonie greche della Magna Grecia. La città prosperò grazie ai suoi commerci, alle attività artigianali e alla sua posizione strategica lungo le rotte marittime. I coloni greci di Metauros importavano prodotti artigianali da Atene, come bronzi, ceramiche e tessuti, per poi commercializzarli nelle regioni circostanti. In cambio, inviavano cereali e altri prodotti locali verso la madrepatria.
La città di Metauros si sviluppò rapidamente, diventando un importante centro culturale e artistico. Durante il V secolo a.C., le città della Magna Grecia, in particolare quelle lungo il versante tirrenico, formarono una comunità omogenea, caratterizzata da intense attività commerciali, produzioni artigianali di qualità e una vivace vita culturale.
Tuttavia, Metauros e le città circostanti dovettero affrontare le incursioni e le pressioni dei popoli italici dell'entroterra, come i Lucani. Nonostante ciò, la città mantenne una certa prosperità e continuò a essere un importante centro urbano della regione.
Nel corso dei secoli, Metauros subì diversi cambiamenti e trasformazioni. I reperti archeologici rinvenuti nella zona testimoniano l'esistenza di una necropoli, con tombe che risalgono all'epoca ellenistico-romana. Le scoperte archeologiche comprendono anfore, coppe, lucerne, vasi di diversi stili e provenienze, tra cui pezzi punici ed etruschi che offrono informazioni preziose sui commerci tra Metauros e altre città del Mediterraneo.
Nel 386 a.C., Dionisio conquistò Reggio come rappresaglia per l'offesa subita quando i Reggini, disprezzando la sua richiesta di sposare una nobile ragazza della città, gli inviarono la figlia dell'esecutore. Lui si alleò con Locri, dove sposò Doride, e con i Lucani conquistò l'intera area del Bruzio. Tuttavia, Metauros, città di confine, non fu distrutta.
Nel periodo compreso tra il 445 e il 400 a.C., Metauros subì invasioni e devastazioni da parte dei Bruzii e dei Bretti, un gruppo che si era staccato dai Lucani. La sua vulnerabilità a continui attacchi ne fece una delle città più colpite di questa regione.
Tuttavia, la storia di Metauros prese una svolta significativa quando, nell'agosto del 1986, furono scoperte le rovine di una fortezza risalente al V secolo a.C. sui Piani della Corona nei pressi di Bagnara. Questa scoperta archeologica ha gettato nuova luce sulla presenza e sull'importanza della città in un'epoca antica.
Nel 406 a.C., la città vide l'ascesa al potere di Dionisio il Vecchio, noto anche come il Grande. Questo leader, sostenuto dai ceti popolari, si impegnò prima di tutto a consolidare il proprio dominio sulla Sicilia orientale. Iniziò anche una campagna per allontanare i Cartaginesi dall'attuale regione. La pace con Cartagine del 392 a.C., che garantì a Dionisio il controllo di città come Selinunte ed Himera, non fermò la sua ambizione di espandersi nella Magna Grecia.
Nel 386 a.C., Dionisio il Vecchio riuscì a conquistare Reggio. Questo fu causato da un affronto subito quando richiese in sposa una nobile ragazza della città e ricevette in cambio la figlia del boia con disprezzo. Dionisio stabilì un'alleanza con Locri, dove sposò Doride, e con i Lucani, conquistando l'intera regione del Bruzio. Tuttavia, Metauros, anche se situata al confine, non subì la stessa sorte di distruzione delle altre città.
Nel periodo confuso delle successioni tra Dionisio il Grande, suo figlio Dionisio il Giovane, e i tentativi di conquista della Magna Grecia da parte di figure come Archidamo, re di Sparta, nel 341 a.C., seguito dal suo successore Alessandro il Molosso, re dell'Epiro, nel 333 a.C., iniziò a emergere il nome di Roma nei conflitti della Magna Grecia.
I Romani, già presenti nel Sannio, non erano inizialmente interessati alla conquista delle città greche e avevano una politica di non interferenza. Tuttavia, nel 282 a.C., la città di Thurii, minacciata dai Lucani, si rivolse a Roma per aiuto, e i Romani intervennero con successo, respingendo i Lucani e stabilendo guarnigioni a Metauria (non più Metauros) Thurii, Reggio, Locri, Ipponio (Vibo Valentia) e Kroton (Crotone).
Nel 280 a.C., Pirro, re dell'Epiro, sbarcò a Taranto, e la Magna Grecia si alleò con lui, sperando che avrebbe lasciato la penisola italica in caso di vittoria contro Roma. Tuttavia, nonostante i tentativi di pace, la guerra continuò fino al 278 a.C., quando una flotta cartaginese si presentò ad Ostia a scopo dimostrativo. Questo portò a un nuovo trattato tra Roma e Cartagine, sancendo l'egemonia di Roma in Italia e di Cartagine in Sicilia.
Le successive lotte tra Roma e Cartagine, unite all'espansione romana nella Magna Grecia, durarono più di un secolo e alla fine portarono a una supremazia romana nel Mediterraneo. Nel 265 a.C., scoppiò la prima guerra punica, e l'anno seguente il console Appio Claudio giunse a Rhegium (l'odierna Reggio), mentre la guarnigione cartaginese si ritirava da Messina.
La conquista della Sicilia da parte di Roma fu agevolata dalla diplomazia e dalla propaganda, ma la marina romana era ancora sottosviluppata. Pertanto, si costruirono flotte a Ipponio, Metauria e Rhegium per affrontare le sfide sul mare.
La Seconda Guerra Punica nel 219 a.C. vide Metauria come teatro di scontri significativi tra Annibale e Roma, ma nel 207 a.C., con la morte di Asdrubale, Roma riconquistò la città. In questa occasione, la città sperimentò una maggiore stabilità, che contribuì ad andare avanti.
Nel 189 d.C., una grave epidemia colpì la città, costringendo la popolazione a cercare rifugio in luoghi più salubri. I cittadini di Metauria si trasferirono verso Taurianum (attuale Taureana di Palmi), un insediamento situato su una leggera altura e lontano dalle zone paludose, come misura di sopravvivenza a causa della diffusione della malattia.
Questo spostamento fu un primo passo verso l'abbandono definitivo di Metauria. Successivamente, nel 166 d.C., un'altra epidemia di pestilenza colpì la regione, accelerando il declino della città. Con il susseguirsi di tali eventi catastrofici e la migrazione della popolazione, Metauria divenne sempre più disabitata e trascurata. La città alla fine perse completamente la sua importanza, contribuendo così al suo scomparire dalla mappa delle città e insediamenti.
All'arrivo del periodo convenzionalmente noto come l'inizio del Medioevo, Metauria si trovava ai margini del mondo barbarico, lontana dalla "Nova Roma" (Costantinopoli, oggi Istanbul).
Nel 410 d.C., Alarico, re dei Visigoti, saccheggiò Roma, ma non riuscì a stabilire un insediamento stabile in Italia. Si trasferì quindi verso il meridione, arrivando al Bruzio, ma morì ammalato a Cosenza l'anno seguente. Nel 476 d.C., l'Italia fu consegnata a Odoacre, re degli Eruli, Sciri, Rugi e Turlingi, segnando il declino dell'Impero Romano d'Occidente.
Nella primavera del 568, i Longobardi invasero Metauria, devastandola e costringendo gli abitanti a fuggire nella Piana. Questa terra divenne oggetto di continue minacce da parte dei Saraceni, e Carlo Magno non riconobbe pienamente l'importanza di questa minaccia. Verso la fine del VI secolo e fino all'inizio del primo millennio, la popolazione evitò i resti di Metauria a causa delle incursioni pirata dei Saraceni, che raggiunsero il loro apice nell'883. I sopravvissuti si rifugiarono all'interno, dove fondarono Metaurianova, in seguito conosciuta come Taurianova.
L'occupazione stabile e ben organizzata dei Saraceni ridusse la popolazione locale a una condizione di vassallaggio, mentre la vicina Sicilia, già sotto il controllo degli Arabi, servì da base per le incursioni nella regione e nell'Ausonio (Mar Tirreno). L'anarchia causata dalla disgregazione del ducato longobardo favorì indirettamente i Saraceni, che poterono stanziarsi a Metauria, devastando chiese, monasteri e imponendo pesanti tributi.
Tuttavia, nel 1005, un evento significativo cambiò il corso degli eventi. I Pisani, una potente potenza marinara dell'epoca, dopo il saccheggio di Pisa nel 1004, distrussero la flotta saracena al largo della costa del golfo di Gioia. Questa vittoria determinò l'abbandono da parte dei Saraceni di ogni tentativo di rinnovare gli assalti in Calabria, compresi i territori Metauria, Reggio Taurianum.
Archeologia
I reperti archeologici di Metauros sono conservati oggi presso il Museo Metauros, il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria e il Metropolitan Museum of Art di New York. La necropoli di Metauros, situata in contrada Pietra, ha restituito numerosi reperti, soprattutto vasellame e antiche anfore, a testimonianza del ruolo cruciale che la città ha avuto nel commercio nel Mediterraneo.
Il percorso museale propone principalmente materiali provenienti dall'area della necropoli, tra cui aryballoi, alabastra di produzione insulare, vasellame attico a vernice e figure nere, nonché anfore da trasporto di tipo SOS. La collezione documenta anche significative testimonianze di presenze indigene del VII secolo a.C.
I coloni greci di Metauros portarono con sé i loro culti, idee, costumi e dialetti, che lasciarono un'impronta duratura nella regione. La città divenne un importante centro culturale e artistico, contribuendo alla formazione di una vivace vita culturale all'interno delle città della Magna Grecia.

Calabria - Kroton

 

Kroton
 fu un'antica città e polis della Magna Grecia, situata nell'attuale Calabria, nella parte meridionale dell'Italia. Sorta dove si trova oggi la città di Crotone, Kroton fu una delle più importanti colonie greche della Magna Grecia, raggiungendo il massimo splendore nel periodo arcaico, specialmente nel VI secolo a.C.
Fu fondata intorno al 710 a.C. da coloni achei guidati da Myskellos di Rhypes, secondo l'oracolo di Delfi. Secondo la leggenda, il nome deriverebbe da Kroton, che avrebbe ospitato Eracle e sarebbe stato ucciso per errore dall'eroe, che ne predisse la futura grandezza.
Kroton prosperò rapidamente, fondando a sua volta Kaulonia e Terina. Nel VI secolo a.C. mantenne rapporti amichevoli con Sibari, città dalla stessa origine achea, ed entrambe raggiunsero una grande prosperità.
A differenza di Sibari, famosa per il lusso, Kroton si distinse per la pratica atletica e per il numero di vittorie alle Olimpiadi. Il governo era oligarchico, retto da un consiglio di mille membri discendenti dai fondatori. Durante la sua espansione subì una grave sconfitta contro Locri Epizefiri presso il fiume Sagra.
Un grande cambiamento avvenne con l'arrivo di Pitagora di Samo, che si stabilì a Kroton attorno al 530 a.C. e vi fondò la famosa scuola pitagorica. La comunità dei pitagorici ebbe influenza sia filosofica che politica, ma fu infine allontanata durante una rivolta democratica.
In questi stessi anni (circa 510 a.C.) Kroton sconfisse e distrusse Sibari, guidata dal celebre atleta Milone di Crotone, uno dei più famosi cittadini. Dopo questa vittoria, Kroton divenne la città egemone della Magna Grecia.
Kroton rimase tra le città più popolose e potenti della Magna Grecia. Da Kroton parti la nave di Faillo l'unica italica che partecipò alla battaglia di Salamina. Accettò la fondazione di Thurii da parte degli Ateniesi sull'antico sito di Sibari. Durante la spedizione ateniese in Sicilia (415–413 a.C.), Kroton rimase neutrale, consentendo agli Ateniesi di rifornirsi nel porto ma non di attraversare il territorio.
Nel 389 a.C. Dionisio I di Siracusa invase la regione e Kroton guidò le città avverse al tiranno, ma la coalizione fu sconfitta e la città subì una temporanea occupazione. In seguito, la città fu minacciata da Lucani e Bruzi e visse periodi di guerra civile e tirannide.
Nel 299 a.C. Agatocle di Siracusa occupò Kroton e vi insediò una guarnigione. In epoca ellenistica la città subì continue conquiste e devastazioni, perdendo progressivamente popolazione e prestigio.
Durante la seconda guerra punica (218–202 a.C.), Kroton fu occupata dai Bruzi e dai Cartaginesi; la popolazione era allora scesa a circa 20.000 abitanti. Dopo la guerra, divenne colonia romana (194 a.C.) e centro secondario della provincia.
La città viene ancora menzionata nelle guerre gotiche del VI secolo d.C., in particolare durante le campagne di Belisario e Narsete. In epoca medievale fu uno degli ultimi baluardi bizantini in Italia, fino alla conquista normanna nell'XI secolo.
Kroton era situata sulla costa ionica della Calabria, presso la foce del fiume Aisaros (oggi Esaro), sulla costa sud del golfo di Taranto. Controllava un territorio stimato tra 200 e 500 km². A nord confinava col fiume Hylias, a sud con il territorio di Lokroi; erano sue dipendenze Skylletion e Kaulonia. A sud si estendeva una vasta pianura fertile, ma meno ricca di quella di Sibari o Thurii.
Il poeta Teocrito lodava i pascoli lungo l'Aisaros e le foreste dei monti Physkos e Latymnos.
Urbanistica e reperti
L'acropoli di Kroton era probabilmente sullo stesso promontorio roccioso su cui sorge il moderno castello di Crotone, costruito nel 1541. La città aveva due porti, almeno uno vicino all'acropoli, importante nella regione, ma secondo Polibio utilizzabile soprattutto d'estate. Nel periodo di massima espansione la cinta muraria aveva un perimetro superiore ai 19 km.
Dell'antica Kroton rimangono poche tracce: molti resti furono riutilizzati in epoca moderna per la costruzione dei moli. I principali reperti sono conservati al Museo archeologico nazionale di Crotone.


Il tempio di Hera Lacinia
I resti del tempio di Hera Lacinia si trovano a circa 10 km a sud della città, sul promontorio Capo Colonna. Era il più importante santuario panellenico della Magna Grecia. Secondo Virgilio, un tempio sarebbe esistito già al tempo delle peregrinazioni di Enea; altre tradizioni lo attribuiscono ad Eracle o a un mitico Lacinio.
Il tempio fu originariamente costruito nel VII secolo a.C. e ricostruito nel V secolo a.C. in stile dorico, con 6×16 colonne e doppio colonnato anteriore, secondo la tipica architettura arcaica siceliota. Oggi resta solo una colonna (un'altra era ancora visibile nel Settecento). Nell'area sacra erano presenti anche propilei, portici, alloggi sacerdotali e tesori; si conserva ancora parte del muro peribolos fino a 7 metri.
Nel santuario si tenevano grandi feste religiose e giochi; qui le città della Magna Grecia esibivano la loro ricchezza. Il tempio fu decorato con celebri pitture, tra cui quella di Zeusi raffigurante Elena, realizzata scegliendo come modelli cinque fanciulle crotoniati.

Campania - Napoli, scavi archeologici di San Lorenzo Maggiore

 
Gli scavi archeologici di San Lorenzo Maggiore sono un sito archeologico di Napoli localizzato nell'area sottostante la basilica e il convento omonimi.
Il sito fa parte del circuito del museo dell'Opera di San Lorenzo Maggiore.
Gli scavi, iniziati nel 1976 hanno rimesso in luce i resti del macellum (mercato) della Neapolis greco-romana, sorto in corrispondenza dell'antico decumano maggiore. La struttura antica presentava al centro un'edicola colonnata, in forma di piccolo tempio circolare a tholos, che doveva ospitare una fontana, come provano i resti dell'impianto per lo scarico dell'acqua. In corrispondenza dei lati dell'attuale chiostro, si aprivano dei porticati con ambienti sul fondo, destinati a bottega. Il macellum era organizzato a terrazzamenti, adattandosi alla particolare conformazione del terreno.
La stratificazione degli scavi, pur essendo alquanto complessa, ha permesso di ricostruire in modo attendibile le varie fasi storiche della città, con strutture di epoca greca risalenti al IV secolo a.C. (fondazioni in blocchi di tufo) sulle quali si innesta un complesso di età imperiale (I secolo d.C.).
Interessante è anche il tratto di strada (lungo circa 60 metri) corrispondente all'attuale vico Giganti e sul quale si aprivano alcune botteghe commerciali e, forse, l'antico Aerarium dov'era custodito il tesoro cittadino. Gli scavi, iniziati negli anni Ottanta e interrotti svariate volte per mancanza di fondi, si sono conclusi nel maggio 2009, grazie ai finanziamenti della comunità europea, e hanno riportanto alla luce l'altra metà del complesso archeologico: oggi risulta che, rispetto alla parte aperta ai visitatori nel 1993, l'area si sia raddoppiata.
L'area subì notevoli trasformazioni nel corso dei secoli con la sovrapposizione, ad esempio, di una basilica paleocristiana del VI secolo, la cui pavimentazione musiva è tuttora visibile in parte sotto il transetto della basilica.

Campania - Napoli, scavi archeologici di Santa Chiara

 

Gli scavi archeologici di Santa Chiara sono un sito archeologico di Napoli, ubicato all'interno del complesso monastico di Santa Chiara.
Facente parte del circuito del museo dell'Opera di Santa Chiara, il sito è da considerarsi il maggiore complesso termale ritrovato a Napoli.
Le terme che furono rinvenute al di sotto del piano della chiesa e si pensa siano state operative almeno sino al IV secolo. Il sito è diviso in due settori: uno con palestra e piscina ed un altro termale.
La palestra mostra il muro di fondo della stessa, mentre la piscina consta della banchina con i gradini d'accesso alla vasca, un'altra vasca minore ottagonale datata tra il III e V secolo ed un complesso sistema di canalizzazione e smaltimento delle acque per alimentare le terme e l'area circostante.
La parte termale si articola in una natatio (vasca rettangolare) rivestita di intonaco impermeabile, in un tepidarium o forse calidarium (altra vasca di forma quadrangolare più piccola), un laconicum (impianto di servizio) ed in un ninfeo o frigidarium più a nord.
I reperti rinvenuti nel sito sono infine esposti nella sala dell'Archeologia del museo dell'Opera di Santa Chiara.

Campania - Napoli, MAN / Venditrice di amorini

 

La Venditrice di amorini è un affresco proveniente da Villa Arianna, rinvenuto durante gli scavi archeologici dell'antica città di Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia e conservato al museo archeologico nazionale di Napoli: si tratta di una delle opere maggiormente riprodotte durante il periodo neoclassico e rococò.
L'affresco risale alla metà del I secolo, periodo in cui era in voga il terzo stile e fu dipinto in un cubicolo di Villa Arianna, nei pressi di un'altra stanza decorata esclusivamente con figure femminili, tra cui la Flora: è ipotizzabile quindi che quella zona della villa fosse esclusivamente riservata alle donne. Fu ritrovato nel 1759, durante le esplorazioni borboniche e venne asportato per entrare a far parte della collezione del re: il successo dell'affresco fu tale che l'intera villa venne originariamente chiamata Villa della venditrice di amorini. Il quadretto fu oggetto di numerose copie ed imitazioni per tutto il XIX secolo, tanto che Charles Baudelaire, accusò gli artisti del tempo di mancare di originalità; tra le varie imitazioni quella di Joseph-Marie Vien, con l'opera chiamata Marchande d'Amours, realizzata nel 1763, anche se in questo caso l'artista ne trasse solamente ispirazione; Jacques-Louis David, un allievo di Vien, invece realizzò uno schizzo fedele all'opera originale, con elementi del gusto artistico del periodo. Fu inoltre riprodotta da Henry Fuseli, Bertel Thorvaldsen, Adamo Tadolini,
Christian Gottfried Jüchtzer, che ne realizzò una scultura (nella foto) e dalla Real Fabbrica Ferdinandea, che utilizzò il tema dell'affresco come soggetto decorativo per piatti, tazze e vassoi in porcellana.
La composizione, divisa in due settori, nei quali agiscono due gruppi di personaggi, è di chiara ispirazione teatrale: nella parte sinistra è raffigurata una matrona romana con alle sue spalle un'ancella nel ruolo di consigliera ed ai suoi piedi, quasi nascosto dalla veste, un putto svolazzante, intento a guardare le sue donne. Sul lato destro invece è raffigurata un'anziana cortigiana che prende dalla gabbia un amorino, tenendolo per un'ala, mentre, un altro, è rannicchiato all'interno della piccola voliera, in attesa di essere mostrato. L'intera scena ha un gusto tipicamente ellenistico, rifacendosi ai mimi e agli epigrammi: l'intento dell'autore è stato quello di portare l'osservatore alla meditazione, in questo caso delle pene d'amore.


venerdì 14 novembre 2025

Calabria - Reggio Calabria, Piazza Italia

 


Piazza Vittorio Emanuele II (anticamente Tocco Piccolo), meglio nota come Piazza Italia, è una delle piazze più importanti della città di Reggio Calabria.
Con gli interventi di restauro e ristrutturazione della piazza eseguiti all'inizio del nuovo millennio è venuta alla luce una importante sequenza stratigrafica che documenta, come in nessun altro luogo, la vita della città dalla fondazione di Rhegion (VIII secolo a.C.) fino agli eventi successivi al terremoto del 1908. In particolare le campagne di scavo effettuate tra il 2000 ed il 2004, che hanno interessato il settore sud-orientale della piazza, hanno portato alla luce un'area adiacente ad un asse stradale orientato nord-sud, corrispondente grosso modo all'odierno asse stradale di corso Garibaldi, la cui continuità sino all'età moderna è stata riconosciuta almeno dall'età romana, ma verosimilmente attribuibile già alla precedente plateia della colonia greca. L'interesse storico di questa zona, da sempre centro urbano della città, è attestato dalla ricchezza dei materiali rinvenuti nei circa sei metri di stratigrafia indagata e nelle undici fasi di edificazione riconosciute attraverso gli scavi.
Lo scavo archeologico ha raggiunto le sabbie geologiche precedenti ad ogni fase di occupazione antropica. In queste, alcune tracce di fori di palo sono state identificate e documentate in un'area troppo piccola per permettere alcuna interpretazione. La più antica fase costruttiva documentata, databile da frammenti ceramici associati all'VIII secolo a.C., è rappresentata da una struttura muraria in schegge di pietra e ciottoli larga circa un metro e con orientamento differente rispetto a quello che sarà poi seguito da tutte le fasi successive. Allo spianamento e seppellimento di questo edificio succede in età arcaica (fine VII-VI secolo a.C.) l'edificazione di strutture murarie con orientamento nord-sud relativo all'impianto stradale che verrà mantenuto nei secoli successivi.
Lo stesso orientamento è ripreso da una strada basolata di età romana e da strutture laterizie relative a quattro vani rettangolari, i cui muri conservano traccia di restauri e ristrutturazioni in tecniche differenti e associate a materiali ceramici di fine III-inizio IV secolo d.C., forse legate ai dissesti provocati dal terremoto che devastò la città intorno alla metà del IV secolo d.C.
Segue una fase datata ai secoli VI-X, è riconoscibile nella presenza di alcuni vani adibiti ad attività commerciali, con pozzi e cisterne, all'interno dei quali sono state ritrovate monete e ceramiche di importazione costantinopolitana che testimoniano l'importanza di Reggio nell'ambito del commercio marittimo nei secoli dell'Impero bizantino.
Al XII secolo, in epoca normanna, appartiene probabilmente un muro lungo circa 12 metri che delimita un edificio, suddiviso in ambienti più piccoli, sede di attività artigianali, legate alla lavorazione del bronzo. A conferma della vitalità economica e commerciale dell'area nell'Alto Medioevo, sono stati ritrovati numerosi reperti: monete bronzee (alcune con indicazioni arabe), ceramiche invetriate di provenienza siculo-magrebina, vetri, metalli e perfino un tarì d'oro (moneta araba diffusa in Sicilia).
Il XIV secolo, in epoca angioina, è attestato in una serie di edifici articolati nell'ambito di uno stesso isolato, che mantengono per lo più lo stesso andamento del sottostante impianto di epoca greca. Anche in questo caso, sono presenti molti vani adibiti a magazzino, delimitati da murature realizzate in materiale povero di provenienza locale.
La destinazione del sito come piazza pubblica risale al XIX secolo: delimitata da canali di scolo delle acque, probabilmente ospitava delle vasche con fontane. È stata inoltre ritrovata l'originaria fondazione del basamento che dal 1828 ospitava la statua di Ferdinando I delle Due Sicilie, poi sostituita con l'attuale monumento che rappresenta l'Italia, dedicato a Vittorio Emanuele II, e dal quale la piazza prende il nome.
Gli scavi sono stati eseguiti dalla ditta Congiusta di Locri (RC) e dalla Akhet s.r.l. di Roma sotto la direzione scientifica della dott.ssa Emilia Andronico della Soprintendenza Archeologica della Calabria.
La piazza oggi
Inaugurata il 6 aprile 2012, ultimati i lavori di scavo archeologico, la piazza presenta quattro lucernai composti in acciaio e spesso vetro posti poco al di sopra del manto calpestabile oltre a teche e pannelli descrittivi utili ad illustrare gli scavi, ai quali si accede attraverso una struttura anch'essa in acciaio e vetro. La scala che conduce alle testimonianze del passato ha forma elicoidale ed è appesa alla struttura di copertura: il piano d'arrivo della scala è costituito da una passerella caratterizzata da una griglia per far intravedere le mura. La stessa griglia è realizzata, nei punti di maggior rilievo, in vetro stratificato.

Calabria - Reggio Calabria, Bouleuterion

I resti di un antico edificio d'epoca greca identificati come il Bouleuterion (in greco βουλευτήριον) o l'Odéon (in greco Ωδείον) di Reggio Calabria, si trovano nell'isolato delimitato da via del Torrione, via Demetrio Tripepi, via XXIV Maggio e via San Paolo, nel centro storico della città.
Dell'edificio oggi rimane un tratto del koilon, che si trova nel seminterrato di una palazzina di proprietà della Soprintendenza Archeologica della Calabria.
Realizzato con blocchi calcarei squadrati in maniera regolare ed accurata (non essendo semplice reperire giacimenti di marmorei in zona), il Bouleuterion/Ekklesiasterion/Odéion integro presentava probabilmente un koilon con una gradinata che arrivava all'incirca ad una quindicina di ordini. La costruzione semicircolare aveva una capacità di circa 1.600 posti a sedere e l'orchestra doveva avere probabilmente un diametro di circa 22 m.
Oltre che per spettacoli musicali e di danza è probabile che fosse utilizzato per le assemblee e per le prove degli spettacoli che si tenevano nel teatro, il cui sito non è ancora stato identificato.
Il rudere rivide la luce nel 1921, in occasione dei lavori che interessavano la zona per la costruzione di alcune palazzine, ad una profondità di 7 m emersero i resti dell'edificio, identificati dal grande archeologo Paolo Orsi, come risalenti al IV secolo a.C.
L'edificio è realizzato in arenaria, e la fase edificatoria risalirebbe alla fine del IV/inizio del III secolo a.C.
Oggi del teatro restano soltanto avanzi del koilon, che si apriva verso ovest con vista sul mare. Il koilon è costruito a ridosso di un'altura della città di Rhegion, all'interno della seconda cinta muraria (realizzata nel IV secolo a.C.); il suo aspetto si può ricostruire dall'unica kerkis che è conservata.
Il koilon abbraccia l'orchestra con un semicerchio il cui diametro interno è di 21,90 m (pari a 73 piedi); la coda (non calcolando il blocco di testata) è invece di 2,70 m (pari a 9 piedi). Nella ricostruzione, il koilon è dunque suddiviso in 7 Kerkides da 6 scalette intermedie.
Il banco in pietra è del tipo posto a sedere vero e proprio, e posto per i piedi del retrostante spettatore. I sedili, di cui restano due ordini, hanno un lieve risalto di 0.05 rispetto alla pedata retrostante. Le parodoi si trovano probabilmente lungo gli analemmata frontali. L'Orchestra ha una forma semicircolare, del diametro di 21.90 m. Per quanto riguarda i particolari architettonici, sono stati rinvenuti frammenti di tre bei capitelli fittili di ordine ionico.


Il sito fu inizialmente identificato da Paolo Orsi come l'Odèon della città - edificio simile ad un teatro di modeste dimensioni dedicato a esercizi di canto, rappresentazioni musicali e concorsi di poesia e musica - mentre oggi va consolidandosi la teoria che si tratti dei resti del Bouleuterion o l'Ekklesiasterion, l'edificio per le riunioni dell'assemblea popolare, dunque non è improbabile che proprio qui sia avvenuta l'assemblea voluta da Timoleonte e dagli strateghi rhegini nel 344 a.C.
Pur parlando di riunione dell'assemblea, né Diodoro, né Plutarco nominano espressamente l'Ekklesiasterion. Dunque potrebbe anche pensarsi che l'assemblea popolare di Reggio si riunisse, per esempio, in un teatro, così come è attestato per diverse città. Tuttavia gli altri dati forniti dalle fonti esaminate sono tali da escludere questa ipotesi. Infatti Plutarco dice chiaramente che gli strateghi reggini "riunirono l'assemblea e chiusero le porte". Le porte di cui si tratta sono quelle dell'edificio dove il popolo era stato convocato: la loro chiusura ne impediva l'uscita. Tale dato è fondamentale per identificare la tipologia architettonica dell'ambiente dove si riuniva l'assemblea popolare, un ambiente non liberamente accessibile, come un teatro, ma chiuso e forse coperto.
Da esso inoltre non poteva scorgersi il mare, dato che tutto l'inganno ordito da Timoleonte e dagli strateghi reggini presuppone l'impossibilità dei cartaginesi, che si trovano in assemblea, di accorgersi che la flotta corinzia stava salpando. Sappiamo anche che il luogo di riunione era situato non nella parte bassa della città, prossima al mare, ma nella parte collinare, dato che Plutarco ci informa che Timoleonte, fuggendo dall'assemblea, "discese verso il mare". Esso inoltre doveva avere una rispettabile capienza. infatti le fonti riferiscono concordemente che vi si riuniva l'assemblea e Plutarco parla di "moltitudine riunita" e di "folla" mentre Diodoro precisa che l'assemblea era "plenaria". Infine entrambi ci informano che l'edificio era dotato di una tribuna per gli oratori (βῆμα), attorno alla quale si affollano i reggini per creare confusione e consentire a Timoleonte di dileguarsi inosservato.


Calabria - Museo archeologico nazionale di Crotone

 

Il Museo archeologico nazionale di Crotone è un museo sito nella città murata medioevale, corrispondente all'acropoli dell'antica Kroton.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Calabria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Fu aperto al pubblico nel 1968 utilizzando materiale della precedente collezione civica, esposta per alcuni decenni nel cosiddetto Museo Civico di Crotone, con pezzi significativi di tutta l'area della Magna Grecia. Il nucleo originario era stato composto soprattutto da materiale proveniente da scavi non ufficiali e dal mercato antiquario; solo in seguito vi confluirono vari reperti provenienti da scavi realizzati in città, nelle necropoli e negli insediamenti del territorio.
Il museo espone materiali a partire dall'epoca neolitica, come le asce di pietra e i raschiatoi di ossidiana da Petilia Policastro; di eccezionale rilievo il frammento di ceramica minoica-micenea (TE I-II / TM I A) da Capo Piccolo, importante insediamento dell'età del bronzo scoperto nel 1977; sempre alla sezione preistorica, ma all'età del ferro, appartengono le brocche dal collo rigonfio, le fibule di varia foggia e i rari strumenti trovati nelle tombe di Cirò. Di grande importanza le due asce a margini rialzati (una con fine decorazione geometrica, incisa a bulino, è considerata un "unicum") dell'antica età del bronzo provenienti dal Timpone delle Rose Roccabernarda/Petilia Policastro ed i ripostigli, databili all'età del bronzo finale e all'età del ferro, di asce e manufatti in bronzo (alcuni reperti sono "unicum") da Cirò e dal territorio a sud di Crotone.
L'epoca greca è documentata con molti reperti. Dell'epoca arcaica sono i vasi unguentari corinzi e vari frammenti ceramici: di vasi attici a figure nere, di un vaso calcidese, ecc. Altre ceramiche provengono da vari centri della Lucania, dall'Apulia e dall'Etruria.


Da Crotone provengono vari materiali preistorici e protostorici, un'antefissa arcaica con testa di Gorgone, una testa fittile di giovinetto, un piccolo altare con Ercole in lotta con i Centauri, vari rilievi votivi, della ceramica a figure rosse, un oscillum e dei bronzetti di Ercole in assalto con indosso la leontè.
Un cippo confinario con la numerazione "29" è scritto in greco, mentre due puntali di lancia in bronzo, probabili trofei, recano le iscrizioni "Anthropos figlio di Teognide" e "Eschilo figlio di Echesteneto".
Dall'area urbana di Crotone proviene un rilievo a carattere votivo, scolpito su una lastra in marmo di Nasso, raffigurante, probabilmente, la dea Hera a colloquio con un'altra figura femminile, una divinità minore o forse la personificazione della città stessa. Essa è databile al 450-420 a.C..
Sempre ad età classica è attribuibile un acrolito marmoreo (mutilo al volto) nel quale si riconosce la dea Atena, rinvenuto nel corso di scavi della metà degli anni '70 del XX secolo nella città moderna.
Un'intera sezione è dedicata ai reperti dal santuario di Hera al Capo Colonna: tra gli oggetti esposti numerosi oggetti votivi, frammenti di decorazioni architettoniche in marmo e terracotta e frammenti di sculture. Spicca il frammento di una coppa a figure nere sovradipinte (VI sec. a.C.), con due personaggi barbati, armati di lancia, con copricapo a turbante, affrontati ai lati di un tripode monumentale (da Capo Colonna, scarpata ad est del Tempio A).
Dall'area delle cosiddette Quote Cimino, sul promontorio di Capo Colonna, proviene una bella testa in marmo pentelico (mutila al volto), nella quale ben si riconosce Apollo citaredo, databile al 350-300 a.C. Il reperto, di notevole interesse, fu rinvenuto - negli anni '70 del XX sec. - dal Gruppo Archeologico Krotoniate.
Vi è esposto anche il "tesoro di Hera", rinvenuto nell'edificio B dell'Heraion e comprendente, tra l'altro, un diadema aureo, un pendaglio da cinturone di produzione indigena ed una lampada di produzione nuragica in forma di navicella, lacunosa.
Dal novembre 2009 ospita lo straordinario askos bronzeo a forma di Sirena (V sec. a.C.), proveniente dalle Murgie di Strongoli, restituito dal Getty Museum di Malibù (USA), e l'altro askos bronzeo del VI sec. a.C., sempre a forma di Sirena, proveniente dalla chora meridionale di Kroton. A livello mondiale ne sono conosciuti solo tre esemplari: di questi ben due, quindi, sono conservati a Crotone.
Tra i reperti di epoca romana sono due grandi vasche marmoree, dal carico di marmi naufragato a Punta Scifo (cosiddetto relitto Paolo Orsi, scoperto dal crotonese Antonio Tricoli), e una base di statua onoraria, con epigrafe, rinvenuta durante la costruzione della chiesa di San Giuseppe nel XVIII secolo, in pieno centro storico. Altre due basi marmoree, con epigrafi pubblicate nel C.I.L., rinvenute nel centro storico di Crotone nei pressi del Castello, sono state portate nel Museo provinciale di Catanzaro, dove sono esposte.
Nel museo è custodita, dal 2012, la piccola, ma di straordinario interesse, stele egizia di Horus sui coccodrilli rinvenuta a Crotone e restituita, dopo 35 anni, dal Museo civico di Milano che l'aveva acquistata sul mercato antiquario.
Altre sezioni documentano gli altri santuari della zona: quello detto di Sant'Anna in località Manche della Vozza (Cutro), posto alle sorgenti del fiume Esaro, quello di Apollo Aleo a Krimisa (Punta Alice a Cirò Marina), il tempio dorico di Caulonia e un'area di culto a Punta Stilo.
Reperti di età medioevale, provenienti dal territorio comunale, sono esposti nei locali della caserma Sottocampana (ex Regio Museo Civico di Crotone), nel castello di Carlo V, anch'esso di proprietà dello Stato ed in consegna alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria.

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...