lunedì 2 marzo 2026

ETIOPIA - Dungur

 

Dungur
 (o Dungur 'Addi Kilte) è il nome delle rovine di un grande palazzo situato nella parte occidentale di Axum, in Etiopia, vecchia capitale del regno di Axum. Le rovine si trovano lungo la strada per Gondar, vicino al campo della stele Gudit.
Dungur è noto localmente anche come Palazzo della regina di Saba (o Makeda). Stuart Munro-Hay lo definisce "il tipo di palazzo che un facoltoso axumita, forse un nobile o un alto ufficiale del IV/VI secolo, potrebbe aver costruito per sé stesso".
I resti del palazzo e degli edifici associati sono ormai limitati ai più bassi livelli ed al podio, per un totale di circa 3250 metri quadrati. Al suo apice, una doppia scala portava all'entrata del complesso che si apriva su uno dei quattro giardini che circondavano la struttura centrale.
Negli edifici collegati sono stati recuperati numerosi pilastri in pietra, "che presumibilmente sostenevano colonne o pavimenti in legno", ed opere in muratura che potrebbero indicare l'esistenza di un ipocausto. L'obiettivo di questi edifici non è chiaro. Munro-Hay fa notare che "Le 'stanza' con i pilastri in pietra non hanno porte, ed i pilastri presumibilmente sostenevano pavimenti, ma alcune delle divisioni sullo stesso livello presentano porte, il che implica che non tutti i livelli inferiori erano semplici podii per il piano superiore. Forse alcuni di loro erano accessibili tramite scale".


S. Puglisi effettuò i primi scavi archeologici in quest'area, scavando un blocco di 3 x 5 metri nel tentativo di analizzarne la stratigrafia. Gli scavi successivi furono condotti nel 1966-1968 da Francis Anfray, il quale lavorò su un insediamento di 250 metri ad ovest dell'opera di Puglisi, che descrisse come un "castello", abitato da una delle famiglie più ricche della città. In base a quanto scoperto durante questi lavori, Butzer datò l'insediamento di Anfray al VII secolo; fece notare che la struttura in muratura era simile alla base della chiesa di santa Maria di Zion (parte della struttura originale che risale al periodo axumita), mentre il pavimento era simile al blocco centrale del palazzo di Ta'akha Maryam.

ETIOPIA - Hadar

 

Hadar
 è un sito archeologico preistorico che si trova nella bassa valle del fiume Auasc, patrimonio dell'umanità per i diversi siti archeologici che vi sono stati ritrovati, nella regione degli Afar in Etiopia.
Qui nel 1973 fu scoperto il fossile repertoriato come AL 129-1, un'articolazione fossilizzata del ginocchio di un ominide della specie Australopithecus afarensis, che si stima abbia 3,4 milioni di anni.
L'anno dopo, ad ottobre 1974, fu scoperto AL 200-1, il fossile del palato superiore completo dei denti di un Australopithecus afarensis, e a novembre il celebre fossile noto come Lucy, nome con cui viene comunemente identificato il reperto A.L. 288-1, consistente in centinaia di frammenti di ossa fossili che rappresentano il 40% dello scheletro di un esemplare femmina, il primo scoperto, di Australopithecus afarensis.
Nel 1975 vi fu un altro ritrovamento più consistente. Si trattava di 13 individui differenti di tutte le età, risalenti ad almeno 3,2 milioni di anni e quindi "coevi" di Lucy. Le dimensioni di questi esemplari variavano considerevolmente, al punto tale da indurre alcuni scienziati a pensare che si trattasse di due o tre specie diverse. Donald Johanson, diversamente, sostenne che tutti i fossili appartenevano alla stessa specie, da cui il nome "Prima Famiglia".
Nel 1994 è la volta di AL 444-2, che oltre ad essere uno dei più grandi crani della specie trovato fino ad oggi, fu la prima scoperta di un cranio e di una mandibola tra loro associati, che davano una sostanziale conferma alle precedenti ricostruzioni di Australopithecus afarensis.

ETIOPIA - Grande tempio di Yeha

 

Il Grande tempio di Yeha, anche noto come Tempio della Luna, è dedicato al dio sabeo Almaqah, che si trova a Yeha nella Regione dei Tigrè in Etiopia. È la più antica costruzione esistente in Etiopia, ed è considerato dagli etiopi un luogo sacro, simbolo dell'orgoglio e dell'identità culturale nazionale.
Il Grande Tempio di Yeha risale al VII secolo a.C. circa, quindi più antico del Tempio di Giove Ottimo Massimo a Roma costruito nel VI sec. a.C., e fu costruito sulla cima di una collina con eccellenti tecniche ingegneristiche di muratura a secco, unendo grandi blocchi di pietre squadrate, che hanno contribuito al suo attuale stato di conservazione.
La struttura è stata datata grazie a comparazione con le altre antiche strutture dell'Arabia meridionale, costruite tra l'VIII e il V secolo a.C., e nonostante non sia mai stata effettuata una datazione al carbonio-14, i test effettuati su alcuni campioni raccolti a Yeha ne hanno permesso la datazione, confermata dalle locali iscrizioni.
Si tratta di un edificio rettangolare di 18,5 x 15 m, che arriva fino ad un'altezza massima di 14 m, con un unico ingresso alto 5 metri, un tempo preceduto da un porticato sorretto da sei colonne, andate perse a seguito di un incendio.
L'edificio aveva tre navate, con le due navate laterali coperte da un soffitto, che era anche la base di un secondo piano, e con la navata centrale che invece era aperta al cielo. Tre camere di uguali dimensioni erano situate all'estremità orientale dell'interno del tempio. Due ulteriori stanze di culto si estendevano dalla camera centrale.
Le pareti sono state costruite senza l'utilizzo di malta, utilizzando blocchi regolari di pietre squadrate rettangolari, lunghe fino a 3 m; nel costruirle, grazie ad una meticolosa attenzione ai reinvestimenti esterni, i costruttori hanno cercato di dare l'impressione che il tempio fosse stato ricavato da un'unica struttura monolitica. Le mura del tempio, ben conservate, hanno uno spessore di circa 60 cm. Il pavimento, costruito con 5 strati di blocchi di pietre lavorate di diverse dimensioni, presenta una profonda piscina al centro, che veniva utilizzata per scopi cerimoniali e sacrificali.
Intorno all'edificio sono state rinvenute pietre che descrivono il dio Almaqah, e la sua gloria che derivava dal potere di scacciare il duro e implacabile sole etiopico, scritte in lingua sud-arabica, che se da soli non dimostrano la provenienza araba degli abitanti, certo ne attestano l'influenza.
I lavori di restauro e consolidamento iniziati nel 2009, hanno permesso di determinare che la pietra utilizzata per il tempio, proveniva da cave site nella zona di Wuqro, distante circa 80 chilometri ad est da Yeha.
Il tempio, che subì un incendio intorno al V secolo a.C., fu convertito nel monastero St Abuna Aftse, nel VI secolo d.C., come si può capire dal battistero che si trova all'interno. Il monastero fu poi trasferito nella vicina sede attuale all'inizio del XX secolo d.C..

domenica 1 marzo 2026

Abruzzo - Necropoli di Fossa

 

La necropoli di Fossa è un sito archeologico dei Vestini presso Fossa, in provincia dell'Aquila. La nascita della necropoli di Fossa si fa risalire alla prima popolazione residente nell'area, che è stata quella dei Vestini sul Monte Cerro, sul quale ci sono resti di una cinta fortificata di un villaggio risalente tra il IX e l'VIII secolo a.C. Successivamente, lo sviluppo di Aveia in epoca romana ne ha continuato l'utilizzo fino a circa il I secolo a.C. L'area si trova in una zona alluvionale sulla sponda orientale del fiume Aterno. La sua scoperta è avvenuta in maniera casuale nel 1992 durante gli scavi per la costruzione di un capannone industriale.
L'area sottoposta a campagne di scavo è di 3.500 m², con circa 500 tombe di tipi differenti (tumuli, fosse, tombe a camera e sepolture infantili in coppi di laterizi) risalenti a tre differenti periodi principali.
Nei primi due secoli (IX e VIII secolo a.C.) - Età del ferro - le tombe erano principalmente costituite da tumuli, oltre che da semplici fosse scavate nel terreno.


I tumuli sono realizzati con ammassi di terra e sassi di diametro tipicamente tra gli otto ed i quindici metri racchiusi da circoli di pietre. Alcuni tumuli di personaggi maschili presentano poi un allineamento di menhir di altezza decrescente dall'interno verso l'esterno.
All'interno del tumulo si trova la fossa dove venivano sepolti il defunto ed alcuni suoi effetti personali, tipicamente vasellame in ceramica o in bronzo, rasoi e armi per gli uomini, gioielli per le donne.
Nei due secoli successivi (VIII-VI secolo. a. C.) si continuano a realizzare fosse e tombe a tumulo, ma queste ultime di dimensioni di circa 4 metri di diametro e scompaiono le file di menhir per le tombe maschili.
Per quanto riguarda i corredi, le tombe femminili continuano a contenere gioielli, mentre quelle maschili armi: tra queste i dischi-corazza da indossare sul torace a protezione del busto simili a quelli indossati dal Guerriero di Capestrano. Per quanto riguarda il vasellame, alla ceramica locale si affiancano vasi di importazione, tipicamente etruschi.
Nel VI secolo finisce l'utilizzo delle tombe a tumulo e si ha la definitiva affermazione della tomba a fossa semplice. Inoltre si iniziano ad utilizzare sepolture neonatali dove i neonati venivano adagiati in un coppo in laterizio e coperti da un secondo.
In una prima fase dell'Età ellenistica (IV – III secolo a.C.) - Età orientalizzante ed arcaica - le tombe sono esclusivamente del tipo a fossa per inumazioni singole. I corredi non contengono più armi ma vasellame e gioielli.


Nella tarda età ellenistica (II-I secolo a.C.) si torna a forme monumentali con le tombe a camera, sepolcri di famiglia ipogei a pianta quadrangolare realizzati in pietra ai quali si accedeva tramite un corridoio e con un ingresso chiuso con una o due lastre in pietra verticali. Tra gli oggetti del corredo vanno evidenziati i letti funerari, in legno e cuoio, decorati con elementi in osso zoomorfi e antropomorfi.
Altri tipi di tombe in questo periodo sono quelle a cassone (con pareti in pietra o in legno), le tombe a segnacolo monumentale, le tombe a fossa semplice e quelle neonatali in coppi.
Nell'ultimo secolo (il I secolo a.C.), poi, oltre all'inumazione si diffonde l'uso dell'incinerazione. Le ceneri del defunto sono raccolte in un'olla chiusa da una pietra piatta o da un coperchio in ceramica e deposta nella tomba senza alcun corredo.

Abruzzo - Peltuinum

 

Peltuinum
 è un'antica città italica dei Vestini, il cui sito archeologico, che si trova negli attuali comuni di Prata d'Ansidonia e di San Pio delle Camere, in provincia dell'Aquila, è stato dichiarato monumento nazionale nel 1902.
Il sito si trova a circa 30 km a est dell'Aquila, a pochi chilometri dalla SS 17 quasi al centro di una conca intramontana definita a nord dal massiccio del Gran Sasso, a sud-est da quello della Maiella, e a sud-ovest dal Sirente. La città sorge su una formazione collinare emergente, residuale di un bacino lacustre prosciugatosi naturalmente.
La scelta del sito da parte dei Vestini è facilmente comprensibile osservando l'ampia disponibilità all'edificazione offerta dal luogo e la possibilità di facile difesa offerta dalla conformazione del suolo: i lati nord e sud presentavano pendii ripidi e ben distaccati mentre i versanti est ed ovest offrivano un minore e più dolce dislivello verso la piana per un più agevole raccordo tra viabilità locale e territoriale, quest'ultima costituita dal Tratturo L'Aquila-Foggia che costituirà l'asse principale dell'insediamento. Non certo ultimo fattore di scelta fu la facilità dell'approvvigionamento idrico, dovuta ad una falda acquifera, affiorante proprio nell'area centrale del pianoro, collegata ad una vena le cui sorgenti puntualizzano con frequenza il tratto vestino del percorso transumante.
Le tracce archeologiche della presenza vestina sul pianoro sono varie. Una necropoli, indagata per ora solo parzialmente all'esterno del circuito murario romano, ha restituito tombe inquadrabili cronologicamente dal VII secolo a.C. al I secolo d.C. Nelle vicinanze, ma all'interno delle mura, è stata rinvenuta un'altra area sepolcrale certamente precedente all'impianto della città romana.
Un blocco di pietra, rinvenuto nell'area del complesso templare-forense, pertinente ad un livello sottostante il piano romano, mostra una lavorazione ad incasso a forma di H, per ospitare una struttura lignea, collegato da un foro ad una vaschetta circolare. Questo tipo di manufatto sembra essere una peculiarità della cultura vestina, dal momento che sono ne sono stati rinvenuti nel territorio diversi esemplari.
La fondazione di Peltuinum secondo i canoni urbanistici romani si colloca alla metà del I secolo a.C., in un periodo di riorganizzazione amministrativa e finanziaria dell'Italia, che si conclude con l'accentramento del potere nelle mani di Ottaviano Augusto. Nel centro dell'Italia, in area vestina, si costituisce dunque un polo urbano di riferimento per un nuovo assetto del territorio con finalità sia per lo sfruttamento agricolo locale sia ad ampio raggio per la regolamentezione del transito delle greggi. Era questo uno dei settori industriali verso cui si stava volgendo l'interesse dell'Imperatore.
Al volgere del I secolo d.C. si riferisce la sistemazione dell'area urbana, con la costruzione di una cinta muraria e di un'area monumentale di cui gli scavi hanno finora riportato in luce un tempio, affacciato sull'area forense, ed un teatro.
Nel 47 d.C. sotto l'Imperatore Claudio il tratturo L'Aquila-Foggia, dalla Sabina verso i centri di mercato di Arpi e Lucera, venne strutturato come via Claudia Nova, con la conseguente monumentalizzazione del tratto che attraversava l'abitato.
Le fonti antiche ricordano un forte terremoto che nel V secolo dovette interessare Roma come anche gran parte dell’Italia centrale. I dati di scavo inducono a individuare nel sisma del 443 l’evento che ha provocato la defunzionalizzazione della città romana di Peltuinum. La popolazione iniziò ad abbandonare la città, anche a causa delle guerre che segnavano sempre di più la debolezza dell’Impero. In questo clima di incertezza la comunità si spostò verso zone più difendibili, che andranno a costituire poi dei borghi ancora oggi visibili. Dal V secolo in poi sono testimoniate azioni ripetute di spoliazioni degli edifici principali della città. Molto materiale è rintracciabile nelle murature delle chiese e nei castelli di Prata d’Ansidonia, Castelnuovo, Bominaco e, in particolare, nella chiesa di San Paolo. Situazioni che trovano complessiva corrispondenza con gli scavi della Soprintendenza condotti presso il teatro di Amiternum.
Durante la guerra greco-gotica il territorio di Peltuinum, come quello della vicina Alba Fucens, furono sedi di accampamenti bizantini del generale Belisario; questo passaggio greco diede origine al nome Sitonia, dal greco antico σιτόν, sitón (lett.: campo di grano), attribuito a depositi di derrate alimentari che furono necessari per il mantenimento delle truppe durante l'inverno.
Nel 787 è attestata la presenza di uno sculdascio, un alto funzionario longobardo, nella curtis di Sant'Angelo a Peltino, a riprova dell'insediamento di aristocratici germanici nella zona. Nell'887 la Corte di Sant'Angelo è possesso del Monastero benedettino di Farfa.
Nel 1118 Peltino è pertinenza del monastero di San Pietro della Valle Tritense, di cui oggi resta la sola l'abbazia di San Pietro ad Oratorium.
I primi scavi risalgono al 1983 e al 1985. Essi furono condotti sotto la supervisione del Professor Paolo Sommella, allora docente di Urbanistica Antica della Sapienza Università di Roma. Le indagini sul campo vennero effettuate con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica d'Abruzzo, della Comunità Montana della Piana di Navelli ed altri Enti locali.
Con le prime ricerche sul campo venne indagata l’area pubblica della città romana costituita dal tempio forense e dal teatro. Sotto la direzione di Adele Campanelli (Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo) tra il 1986 e il 1996 vennero effettuati restauri e opere di consolidamento che riguardarono soprattutto il tratto occidentale delle mura, la porta ovest, il tempio e la porticus, una piccola parte del teatro nonché il fortilizio medievale.
Di nuovo sotto la direzione del Prof. Sommella a partire dal 2000, le ricerche nell’area archeologica sono state riprese nell’ambito di un progetto europeo. Dal 2001 lo scavo didattico e la ricerca sono diretti dalla Prof.ssa Luisa Migliorati (Sapienza Università di Roma). Nel 2009 la Soprintendenza d’Abruzzo ha intrapreso una campagna di scavo nell’area della necropoli pre-romana fuori dalle mura della città.
Peltuinum si estende su un pianoro ad una quota superiore di almeno 100 m dall'altopiano circostante. L'area fortificata raggiunge una superficie di circa 26 ha. L'intero centro è segnato dal passaggio da est a ovest dalla Claudia Nova, oggi poco più che un sentiero, che costituiva l'asse portante del centro urbano.


Le mura sono costruite lungo il ciglio del pendio. La tecnica edilizia per la messa in opera è costituita da uno zoccolo in opera incerta cui si affianca nelle torri una muratura a blocchi e blocchetti. Tutto il materiale è di provenienza locale. Sul percorso difensivo a nord-ovest è possibile leggere un numero maggiore di torri lungo il tratto meno ripido del pianoro: tre ad ovest, due delle quali a protezione della porta.
La porta ovest a doppio fornice è l'unica che si conserva. Questa infatti mantenne anche dopo l'età romana la funzione di varco di controllo per il passaggio del bestiame. Tra le torri è attestato uno spazio, ricavato successivamente all'età romana, per gli uffici doganali. La funzione di dogana si mantenne per secoli tanto che dalle fonti medievali è attestato un cambio di toponimo dell'area abitata in Ansidonia, derivato dal latino ansarium, che significa per l'appunto, dazio.
Provenendo dall'Aquila, il primo monumento romano che si incontra è quello del sepolcro monumentale, costruito lungo la via Claudia Nova, a pochi metri dalla porta ovest. Nell'area intorno è stata scavata una necropoli databile dall'VIII secolo a.C. al I secolo d.C.
Sul pianoro si conservano i resti di due cisterne: la prima si trova vicino alla porta ovest, lungo il tracciato della via Claudia Nova; la seconda all'interno dell'area monumentale, in prossimità del complesso forense.


Del tempio, che si affacciava sulla piazza forense, è oggi visibile solo il nucleo in calcestruzzo e pochissimi dei blocchi di fondazione delle colonne del pronao, è ricostruibile come prostilo esastilo corinzio, con tre colonne sul prolungamento delle ante e una cella con colonnato forse a due ordini, con la base per la statua di culto aderente alla parete di fondo.
La cella del tempio è stata costruita al di sopra del punto di affioramento di una falda acquifera, che doveva costituire un elemento sacro già in epoca vestina, attestando una precisa volontà da parte dei Romani di mantenere tale sacralità.
Il rinvenimento di una mensa votiva frammentaria con dedica APELLUNE (= Apollini), riutilizzata come soglia di una delle tabernae prospicienti la via Claudia Nova, nell'area centrale della città, ha fatto ipotizzare che il tempio fosse dedicato ad Apollo. Tuttavia, l'scrizione, purtroppo mutila lascia spazio per ipotesi di più divinità associate nella dedica.
L'edificio, con una limitata area di rispetto intorno, è inquadrato da un portico ad U, ad un solo livello e a doppia navata con colonnato di spina. Il quarto lato, quello settentrionale, è chiuso da muri che uniscono il portico al tempio all'altezza del pronao. Erano presenti due ingressi sul lato settentrionale del portico (il lato che si affacciava sulla piazza del foro) e due nel punto più a sud dei bracci est ed ovest.
In età post-antica il tempio viene spoliato del materiale di rivestimento del nucleo cementizio. La situazione in cui si trovano alcuni blocchi relativi alla fondazione del colonnato del pronao mostra l'abbandono dell'attività dovuto a cause improvvise o a fessurazioni della pietra non volute nell'atto della lavorazione in loco.
L'opera di spoliazione del complesso sacro è stata quasi integrale: del portico sono rimasti solo alcuni plinti del lato ovest. Questo settore conserva per un minimo di alzato delle murature che hanno creato tre vani adibiti a laboratorio-residenza legati al recupero e alla rilavorazione dei materiali delle strutture della città romana.


Il teatro è stato costruito appoggiando quasi integralmente i sedili per gli spettatori al pendio collinare; solamente il settore meridionale era sorretto da muri radiali. Questo sistema costruttivo faceva sì che il teatro avesse anche la funzione di contenimento del terreno della terrazza superiore su cui gravava il peso del tempio. In coincidenza con l'ingresso settentrionale del teatro una rampa collegava i due livelli. Nel corso del suo utilizzo il teatro fu colpito da vari terremoti di non grande intensità che causarono solo interventi di restauro; il sisma del V secolo, di proporzioni disastrose per la città, dette invece inizio all'attività di spoliazione che ha lasciato solo poche gradinate nella parte più bassa della cavea. Dell'area utilizzata per la rappresentazione sono ancora attualmente visibili parte del palcoscenico e le fondazioni della quinta scenica. Si conservano i pozzetti e la camera di manovra dell'auleum.
Come il tempio anche il teatro, dopo il terremoto del V secolo, divenne una cava di materiale edilizio. In un primo momento fu utilizzato per l'impianto di due forni da calce (calcare); successivamente, nella parte meridionale, dopo l'asportazione totale delle gradinate, fu costruito un quartiere operaio destinato alla rilavorazione dei materiali per alcune delle varie ricostruzioni della vicina chiesa di S. Paolo. In particolare, i materiali ceramici trovati in un ambiente inducono a legare l'impianto del cantiere alla fase di riedificazione successiva al terremoto del 1349. Nel periodo dell’incastellamento il settore meridionale del teatro è stato utilizzato per l’impianto di una struttura fortificata di avvistamento con funzione di controllo della valle a sud del pianoro.
Seguendo il sentiero che ricalca il tracciato della via Claudia Nova, sono stati rinvenuti numerosi resti di domus. Queste erano costituite da muri realizzati con la tecnica del pisé su uno zoccolo di pietra, in alcuni casi rivestiti da un sottile strato di intonaco bianco.I pavimenti sono in battuto o a mosaico e le coperture erano munite di controsoffitto ad incannucciata. Attualmente i resti sono stati sepolti per favorirne la conservazione.


sabato 28 febbraio 2026

Campania - Napoli, ipogeo dei Cristallini

 

L'ipogeo dei Cristallini è una serie di ipogei a uso cimiteriale di epoca ellenistica ubicati a Napoli nel rione Sanità.
Tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C., durante il periodo greco di Napoli, poco fuori le mura, nei pressi di un costone tufaceo nelle vicinanze dell'odierna piazza Cavour, furono costruite una serie di tombe: tuttavia col passare del tempo, il vallone entro in quale furono edificate, andò riempiendosi di detriti alluvionali per un'altezza fino a quindici metri, seppellendole.
Nel 1889 il barone Giovanni di Donato, durante uno scavo nel giardino del suo palazzo, forse per la costruzione di un pozzo o per l'estrazione di tufo, si imbatté, a una profondità di circa dodici metri, in uno degli ipogei: nel corso delle indagini archeologiche, che durarono fino al 1896, ne furono ritrovati quattro. Gli ipogei rimasero chiusi e inaccessibili; grazie ai lavori di restauro partiti il 23 settembre 2020, si poté aprire il sito al pubblico per la prima volta nel giugno 2022.
Il complesso dell'ipogeo dei Cristallini, il cui nome deriva dalla strada in cui è situato, è costituito da quattro tombe, ognuna con ingresso indipendente: ogni sepolcro è simile nella struttura con una camera superiore dove venivano resi gli omaggi al defunto, pavimento quasi del tutto mancante per far posto alla scala e camera inferiore dove venivano ospitati i defunti. I corpi erano posti in klìne con cuscini e materassi scolpiti e dipinti in rosso, azzurro, viola e giallo.
Dei quattro ipogei, identificati con le prime quattro lettere dell'alfabeto, quello meglio conservato è il cosiddetto C. L'ingresso è caratterizzato da due colonne sulle quali poggia un architrave e probabilmente terminava a timpano; la sala superiore ha un tetto a doppio spiovente e un doppio fregio decorativo, uno in ordine ionico in rosso, blu e bianco e un altro nero e bianco con le raffigurazioni di grifi, fiori e teste maschili e femminili. La camera inferiore invece ha una volta a botte: sulla parete di fondo è l'altorilievo della testa di Medusa mentre sulla parete d'ingresso è l'affresco del corredo funerario composto da una brocca, due candelabri, di cui restano visibili i fusti e le basi a zampa di animale e una patera dorata sospesa, all'interno della quale sono raffigurati Dioniso e Arianna. Completano la decorazione gli affreschi di corone di alloro avvolte in fasci dorati sopra le klìne, delle pareste con capitelli e il pavimento dipinto in rosso.


Degli altri ipogei quello A era originariamente ornato con otto bassorilievi, di cui uno solo ne rimase superstite, l'ipogeo B, rinvenuto quasi intatto, ha conservato affreschi, anfore e altari e l'ipogeo D è stato invece riutilizzato durante l'epoca romana, come dimostra un'iscrizione latina ritrovata al suo interno e i numerosi loculi alle pareti.


Toscana - Necropoli rupestre di Rio Marina

 

La necropoli rupestre di Rio Marina è una necropoli dell'Eneolitico nel comune di Rio dell'isola d'Elba, nella provincia di Livorno.
La necropoli, posta in una galleria naturale nota un tempo come Grotta del Castelli e successivamente Grotta di San Giuseppe, venne ufficialmente scoperta nel 1966 dal geologo Mario Cignoni e scavata tra il 1969 e il 1970. La cavità era comunque nota già dalla metà del XIX secolo, perché, come scrisse Igino Cocchi nel 1871, «vi è la Buca del Chiros, piccola caverna nel calcare cavernoso, che suole averne moltissime ovunque: il proprietario assicura avervi trovato ossa e pentoli (sic). Mi fu asserito che altre ossa e cocci si raccolsero nella Grotta del Castelli, lungo speco quasi semicircolare aperto in alto e scavato nel calcare cavernoso che forma il vicino Poggetto dell'Assunta».
Al suo interno si trovavano le sepolture di circa 80 individui appartenenti ad una fase avanzata della Cultura del Rinaldone. I corredi funebri dei defunti, oggi esposti presso il Museo civico archeologico del Distretto Minerario di Rio nell'Elba, consistevano di tipici vasi «a fiasco», ciotole, attingitoi, vasi globulari, cuspidi di freccia in diaspro, pugnali di rame e punteruoli d'osso. Di estremo interesse il cranio con foro appartenente ad una giovane donna sepolta.
La tipologia dei materiali rinvenuti fa supporre uno stretto collegamento tra tali popolazioni e i giacimenti minerari dell'Elba orientale, nonché delle forti analogie con il cosiddetto Gruppo grossetano e con le facies culturali eneolitiche pisano-versiliesi.

venerdì 27 febbraio 2026

EMIRATI ARABI UNITI, OMAN - Cultura di Wadi Suq

 

La cultura di Wadi Suq definisce l'insediamento umano negli Emirati Arabi Uniti e in Oman nel periodo dal 2000 al 1300 a.C. Prende il nome da un wadi, o via navigabile, a ovest di Sohar in Oman e segue la cultura di Umm al-Nar. Sebbene gli archeologi abbiano tradizionalmente la tendenza a vedere le differenze negli insediamenti umani e le sepolture tra i periodi di Umm Al Nar e Wadi Suq come il risultato di importanti perturbazioni esterne (i cambiamenti climatici, il crollo del commercio o la minaccia di guerra), l'opinione contemporanea si è spostata verso un graduale cambiamento nella società umana incentrato su approcci più sofisticati alla zootecnia, nonché cambiamenti negli ambienti commerciali e sociali circostanti.
Si pensa che la transizione tra Umm Al Nar e Wadi Suq abbia richiesto circa 200 anni e più, con reperti nell'importante sito Wadi Suq di Tell Abraq nella moderna Umm Al Qawain che mostrano prove della continuità delle sepolture di Umm al-Nar. Le prove di una maggiore mobilità della popolazione indicano un graduale cambiamento nelle abitudini umane piuttosto che un improvviso cambiamento[2] e importanti siti dell'era Wadi Suq come Tell Abraq, Ed Dur, Seih Al Harf, Shimal e Kalba mostrano una crescente raffinatezza di articoli di bronzo e rame con collegamenti commerciali sia ad est con la valle dell'Indo che a ovest con la Mesopotamia. Le ceramiche dell'era Wadi Suq sono anche considerate più raffinate, con reperti di oggetti con dipinti comuni, e lo sviluppo di vasi in pietra tenera.
Gli studi sui resti umani del periodo indicano un processo di aridificazione nel corso dei secoli contigui tra i periodi di Umm Al Nar e Wadi Suq (l'evento climatico 4,2 ka BP), ma non supportano un movimento improvviso o cataclismico o un cambiamento sociale piuttosto che un graduale cambiamento nella cultura.
Il popolo del Wadi Suq non solo addomesticava i cammelli, ma ci sono prove che piantarono anche raccolti di grano, orzo e datteri. Un passaggio graduale dagli insediamenti costieri a quelli interni ha avuto luogo durante questo periodo.
Alcune delle prove più evidenti del cambiamento delle abitudini e della società umane dopo il periodo di Umm Al Nar si trovano nelle sepolture del popolo Wadi Suq, in particolare a Shimal a Ras Al Khaimah dove si trovano oltre 250 siti di sepoltura. In alcuni casi, per costruire le tombe Wadi Suq sono state usate pietre tagliate dalle sepolture di Umm Al Nar. Le sepolture del Wadi Suq sono lunghe camere inserite lateralmente e molte sono state trovate e usate per le successive sepolture. Sebbene Shimal abbia le più vaste sepolture del Wadi Suq, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman si trovano siti di sepoltura che variano da semplici tumuli a strutture sofisticate.


L'importante luogo di sepoltura di Jebel Buhais, il più antico luogo di sepoltura datato radiometricamente negli Emirati Arabi Uniti, è una vasta necropoli, costituita da siti di sepoltura che attraversano le epoche dell'insediamento umano: pietra, ferro, bronzo e periodo ellenistico negli Emirati Arabi Uniti. La vasta area delle sepolture presenta una serie di importanti tombe di Wadi Suq, tra cui un'unica camera di sepoltura a forma di trifoglio, ma non ha prove di sepolture dell'epoca di Umm Al Nar, sebbene esistano sepolture che rappresentano le epoche successive, incluso il periodo ellenistico. La tomba del periodo Wadi Suq a forma di trifoglio a Jebel Buhais, BHS 66 si erge come un pezzo unico di architettura funeraria negli Emirati Arabi Uniti.
Le armi dell'era Wadi Suq mostrano un notevole aumento della raffinatezza, con un'esplosione nella metallurgia che si verifica nella regione. Sono state trovate numerose tombe con centinaia di armi e altri manufatti metallici e lunghe spade, archi e frecce diventate le armi predominanti. Le lunghe spade trovate a Qattara, Qidfa, Qusais e Bidaa bint Saud sono a doppio taglio ed elsa. Delle lance leggere segnavano anche le armi del tempo. Molte di queste armi erano in bronzo. Una tomba scavata a Shimal non aveva non meno di 18 punte di freccia in bronzo.
Un'altra industria a crescita esplosiva nell'era del Wadi Suq fu la produzione di barche in pietra tenera. Mentre nella precedente era di Umm al-Nar, questi erano distintamente decorati con cerchi punteggiati, ora acquisiscono modelli incisi di linee e se ne trovano a profusione.


La ricchezza relativa e la crescente raffinatezza metallurgica del popolo Wadi Suq sono mostrate da reperti di gioielli, tra cui placche d'oro raffiguranti animali. Sono stati dimostrati i collegamenti in corso con Dilmun e la valle dell'Indo.

OMAN - Al-Khutm

 

Al-Khutm
 è un sito archeologico in Oman. Si tratta di una necropoli risalente al III millennio a.C. Dal 1988, insieme ai siti di Bat e Al-Ayn, è stato inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.
Gli studi svolti negli ultimi 15 anni hanno portato alla scoperta di numerosi insediamenti umani che si estendevano dal Golfo Persico al Golfo di Oman. Le rovine presenti ad Al-Khutm sono quelle del Forte di Pedra, una torre in roccia con un diametro di 20 metri. Si trova a 2 chilometri ad ovest di Bat.
Il sito non è stato sottoposto a restauro o ad altro tipo di manutenzione prima della protezione da parte dell'UNESCO, e solo il suo isolamento ne ha permesso una sufficiente conservazione. Attualmente il sito è protetto dall'articolo 42 del regio decreto numero 6/80. Questo articolo comunque non prevede la sorveglianza del sito, ed uno dei maggiori pericoli è quello degli abitanti locali che vi possano prendere materiale da costruzione.


OMAN - Tiwi

 

Tiwi
è una città dell'Oman. È nota per essere un sito archeologico nella zona conosciuta come al-Jurayf. La città e il sito si trovano tra il Wadi Shab e Wadi Tiwi nel Golfo dell'Oman. Questo villaggio fortificato fu abitato nella tarda età del ferro di Samad e in epoca islamica. È noto come sito Tiwi TW2 (22 ° 49'14.38 "N, 59 ° 15'34.00" E, 75 m di altitudine).
Il sito archeologico si trova all'interno della cuspide di una montagna e contiene reperti superficiali attribuibili all'età tarda del ferro di Samad Si trova a 700 m ad ovest della costa. Nascosto dietro la cuspide più orientale di una parete vulcanica, questo insediamento è poco visibile dal mare o dalla vicina strada costiera. È stato mappato e censito nel 2002..
A nord-ovest, a nord e ad est dell'insediamento si verificarono estesi insediamenti della tarda età del ferro. La condizione di conservazione e i nostri metodi di registrazione condizionano l'aspetto dello schizzo risultante. È stato ridisegnato nel 2014. Il sito sembra essere stato utilizzato sporadicamente nel recente periodo. Poco dopo le indagini, il sito fu gravemente abbattuto per costruire l'autostrada costiera e sviluppare l'area commercialmente.

OMAN - Bat

 

Bat 
è un sito archeologico in Oman. Si tratta di una necropoli risalente al III millennio a.C. Dal 1988, insieme ai siti di Al-Ayn e Al-Khutm, è stato inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.
Gli studi svolti negli ultimi 15 anni hanno portato alla scoperta di numerosi insediamenti umani che si estendevano dal Golfo Persico al Golfo di Oman. Il sito di Bat si trova all'interno di un palmeto. Già nel 3000 a.C. c'era un intenso commercio di rame (estratto in loco) e pietre (probabilmente di diorite) con i Sumeri. Vari testi sumeri la chiamavano Dilmun, ad esempio l'epopea di Gilgamesh. È composto da oltre 100 tombe e da edifici circolari con un diametro di 20 metri, il cui uso è sconosciuto. Dal momento che gli edifici non hanno aperture verso l'esterno, è stata avanzata l'ipotesi che si trattasse di cisterne o sili, ma sono solo congetture. Nel 1972 gli scavi svolti da una squadra danese guidata da Karen Frifelt dimostrarono che la città venne abitata ininterrottamente per 4000 anni.
Il sito non è stato sottoposto a restauro o ad altro tipo di manutenzione prima della protezione da parte dell'UNESCO, e solo il suo isolamento ne ha permesso una sufficiente conservazione. Attualmente il sito è protetto dall'articolo 42 del regio decreto numero 6/80. Questo articolo comunque non prevede la sorveglianza del sito, ed uno dei maggiori pericoli è quello degli abitanti locali che vi possano prendere materiale da costruzione.

OMAN - Al-Ayn

 

Al-Ayn 
è un sito archeologico in Oman. Dal 1988, insieme ai siti di Bat e Al-Khutm, è stato inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.
Si tratta di una necropoli risalente al III millennio a.C. Gli studi svolti negli ultimi 15 anni hanno portato alla scoperta di numerosi insediamenti umani che si estendevano dal Golfo Persico al Golfo di Oman. Al-Ayn è una piccola necropoli. Dei tre è il sito in migliore stato di conservazione; si trova a 22 chilometri a est-sud-est di Bat.
Il sito non è stato sottoposto a restauro o ad altro tipo di manutenzione prima della protezione da parte dell'UNESCO, e solo il suo isolamento ne ha permesso una sufficiente conservazione. Attualmente il sito è protetto dall'articolo 42 del regio decreto numero 6/80. Questo articolo comunque non prevede la sorveglianza del sito, ed uno dei maggiori pericoli è quello degli abitanti locali che vi possano prendere materiale da costruzione.


giovedì 26 febbraio 2026

BULGARIA - Necropoli di Varna

 

La necropoli di Varna  è un sito archeologico localizzato nella zona industriale occidentale della città di Varna, in Bulgaria. Si trova a circa mezzo chilometro dal lago di Varna e a 4 km dal centro della città.
È considerato uno dei principali siti archeologici mondiali legati alla preistoria.
Il sito è stato scoperto per caso nell'ottobre del 1972 dall'operaio Raycho Marinov. Gli scavi proseguirono sotto la direzione di Mihail Lazarov (1972-1976) e di Ivan Ivanov (1972-1991). Circa il 30% dell'area stimata della necropoli non è ancora stata scavata.
Sono state scoperte 294 tombe, molte delle quali contengono sofisticati esempi di gioielli in oro e rame, di vasellame (circa 600 pezzi, inclusi alcuni con pittura in oro), lame in pietra e in ossidiana, conchiglie e perline.
Le tombe sono state datate tra il 4600 ed il 4200 a.C. (datazione al radiocarbonio, 2004) ed appartengono alla cultura eneolitica di Varna, che è una variante locale della cultura di Gumelniţa-Karanovo.
La necropoli di Varna ha restituito moltissime tombe dallo studio delle quali emergono tre diversi tipi di rituale: 1. le tombe simboliche, che non accolgono il defunto ma un viso di argilla a grandezza naturale e adornato con numerosi oggetti d'oro, di rame, di osso e di ceramica; 2. le inumazioni in posizione distesa, che riguardavano soprattutto uomini, abbellite con ricchi ornamenti d'oro (come scettri e placchette zoomorfe), asce e vasi dipinti in oro; 3. le inumazioni in posizione flessa, con un corredo comune.
Queste differenze di rituale fanno pensare ad una struttura sociale giá piuttosto complessa e costituita da diversi strati in base alla possibilità di accumulare ricchezze sotto forma di metalli o bestiame attraverso la capacitá di sfruttare risorse minerarie e naturali.


mercoledì 25 febbraio 2026

TURCHIA - Tombe rupestri di Çanakçı

 

Le tombe rupestri di Çanakçı sono un gruppo di tombe scavate nella roccia nell'antica Cilicia e nell'attuale provincia di Mersin , in Turchia , proprio accanto a Kanlıdivane.
Le tombe rupestri di Çanakçı si trovano a circa 36°31′24″N 34°10′27″E, poche centinaia di metri a ovest della dolina di Kanlıdivane . L'altitudine generale dell'area è di circa 225 metri (738 piedi). Sono scolpite sulle rocce sul lato meridionale di una strada che corre parallela alla D.400 e alla costa mediterranea , a un'altitudine di pochi metri sopra il livello della strada. La distanza dalla città di Kumkuyu è di 6 chilometri (3,7 miglia), da Erdemli di 19 chilometri (12 miglia) e da Mersin di 56 chilometri (35 miglia).
Le tombe fanno parte della necropoli occidentale di Kanlıdivane e furono scavate intorno al II secolo d.C., durante il periodo dell'Impero Romano . Ogni camera ha un'apertura rettangolare che poteva essere chiusa con un blocco di pietra e la maggior parte contiene tre tombe. Sopra la maggior parte degli ingressi sono scolpite figure dei defunti, tra cui un soldato con lancia e ascia da battaglia, un uomo sdraiato su un divano e due donne. Due delle iscrizioni sopravvivono, una che condanna i potenziali ladri di tombe e dice che saranno costretti a pagare una multa a un tempio locale. Sopravvivono anche i nomi di due dei defunti, Appas ed Hekateos. 



BOTSWANA - Tsodilo

 

Tsodilo
 è un Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Il sito archeologico è situato nella parte nord occidentale del Botswana nel Distretto Nordoccidentale, poco distante dal confine con la Namibia. Il sito archeologico si trova su un gruppo di colline, chiamate Tsodilo Hills, che si ergono improvvisamente dalle desolate pianure del Kalahari e che sono composte da quattro rilievi principali chiamati Male (il più elevato che raggiunge i 1.400 m s.l.m.), Female, Child e il quarto, quello meno elevato, è senza nome.
L'iscrizione avvenne nel 2001 ed è dovuta all'enorme significato spirituale e religioso per le popolazioni locali, nonché alle numerosissime testimonianze di insediamenti umani per un periodo di storia lungo almeno 100.000 anni. Infatti vi sono stati contati più di 4.500 esempi diversi di arte rupestre in un'area di circa 10 km² all'interno del Deserto del Kalahari, da cui il meritato soprannome di Louvre del deserto.
Le Tsodilo Hills sono sacre sia per la popolazione San che ritiene vi alloggino gli spiriti dei defunti che portano sfortuna a chiunque cacci o svolga attività violente nelle colline sia per la popolazione Hambukushu. Il particolare colore, ricco di striature rosse e arancioni, della quarzite che compone le colline e il fatto che si ergono solitarie in mezzo a una desolata pianura contribuisce alla suggestione del luogo.
Nelle colline si trovano numerose antiche miniere, vi veniva estratta l'ematite speculare usata nell'antichità come cosmetico, alcune di queste miniere sono ormai allagate da sorgenti sotterranee e anche le acque sono considerate sacre dalle popolazioni indigene.

martedì 24 febbraio 2026

Piemonte - Necropoli di Ornavasso

 

La necropoli di Ornavasso è un sito archeologico situato alla periferia di Ornavasso. Si divide nelle due località di San Bernardo e di In Persona, situate ciascuna sui lati opposti della strada che da Ornavasso conduce a Domodossola. Si trova all'interno del Parco nazionale della Val Grande.
Sono state rinvenute complessivamente 345 tombe (180 a San Bernardo e 165 a In Persona) appartenenti alla civiltà dei Leponzi (già influenzata dal contatto con i Romani) e risalenti ad un periodo che va dal II secolo a.C. al I secolo.
Nell'agosto del 1890 durante i lavori di consolidamento della ferrovia Novara-Gozzano-Domodossola furono rinvenuti nei pressi dell'oratorio di San Bernardo i primi reperti, che inizialmente gli operai della ferrovia in parte misero in vendita e in parte distrussero. Venuto a conoscenza della scoperta Febo Bottini, incaricato dal ministero di controllare tutti i ritrovamenti del circondario di Pallanza, intervenne fermando i lavori (che furono spostati più a nord) e raccogliendo il materiale già ritrovato che venne immagazzinato nella casa di Enrico Bianchetti (forse già presente con Bottini agli scavi).
Bianchetti si interessò all'impresa, con l'aiuto di Bottini ottenne dal Prefetto l'autorizzazione ad effettuare scavi regolari e negoziò privatamente con i proprietari dei fondi l'autorizzazione ad effettuare scavi regolari e a trattenere il materiale che fosse stato eventualmente rilevato. A settembre iniziarono gli scavi, subito interrotti per l'arrivo della stagione delle piogge e ripresi nella primavera successiva. Sempre nel 1892 iniziarono anche gli scavi nella località di In Persona.
Il ministero, informato degli scavi nel 1892, confermò la fiducia nel lavoro di Bianchetti e incaricò il professore Ermanno Ferrero di effettuare un controllo sui lavori. Ferrero, impegnato in una campagna di scavi al Gran San Bernardo rispose che al termine di questa si sarebbe recato a visitare gli scavi di Ornavasso, ma che comunque li aveva già visitati e incoraggiò il Bianchetti a presentare una relazione preliminare dei risultati degli scavi. Una prima relazione del Bianchetti sugli scavi di San Bernardo fu pubblicata sul numero di settembre 1892 di Notizie degli scavi.
I pezzi ritrovati vennero puliti e restaurati in un laboratorio attrezzato nei magazzini della casa di Bianchetti, i frammenti vennero ricomposti usando caseina, sostituendo piccoli pezzi mancanti con gesso. Le spade furono rinforzate con tela e polvere di ferro.  Apparentemente i frammenti non identificabili non vennero conservati ed eliminati. Lo studioso Marco Bortolone fu critico sull'uso di certe procedure di restauro troppo approssimative o aggressive, che ritenne avrebbero potuto danneggiare i reperti.
Un museo per mostrare i reperti fu allestito nei saloni del palazzo Bianchetti. Alla morte di Bianchetti nel 1895 il figlio donò parte di essi alla Fondazione Galletti, che per un lungo periodo li espose a Palazzo Silva a Domodossola, per essere quindi inviati alla soprintendenza di Torino. Nel 1961 il resto della collezione venne acquistata da Vittorio Tonolli e donata e trasferita al Museo del Paesaggio dove venne esposta a Palazzo Viani Dugnani a Pallanza. Nel 2016 la collezione venne nuovamente trasferita ad Ornavasso dove trovò posto al piano terreno del palazzo municipale in cui fu costituita la Sezione archeologica Enrico Bianchetti del Museo del paesaggio.
Enrico Bianchetti morì senza aver completato la relazione sulla necropoli, che venne completata nelle ultime pagine e rivista da Ermanno Ferrero, che la fece pubblicare nel 1895, lo stesso anno.
La scoperta della necropoli avvenne in un periodo in cui erano agli inizi gli scavi archeologici riguardanti le popolazioni galliche, fino ad allora note solo attraverso le fonti testuali. La notizia della scoperta suscitò interesse degli studiosi in tutta Europa, per l'accuratezza con cui era stato condotto lo scavo, le numerose tavole fotografiche dei materiali ritrovati, la ricchezza dei corredi e il numero di tombe.

Valle d'Aosta - Necropoli di Vollein


La necropoli di Vollein (in francese Nécropole de Vollein) è un sito archeologico situato nei pressi dell'omonimo villaggio del comune di Quart, in Valle d'Aosta, sulla destra orografica del vallone di Saint-Barthélemy. Sia da un punto di vista archeologico che geologico Vollein è uno dei siti più interessanti della Valle d'Aosta: alla necropoli neolitica si sommano numerose incisioni rupestri risalenti al II millennio a.C., mentre a un reticolo di trench si affiancano massi erratici e rocce montonate testimonianze del periodo delle glaciazioni che rendono il geosito meta turistica ambita.
La scoperta del sito archeologico risale al 1968, quando sono stati ritrovati i resti della necropoli del neolitico che si è subito imposta come tra le più antiche testimonianze di insediamenti umani in Valle d'Aosta.
Il sito occupa un'area pseudo-rettangolare di circa 20 metri x 30 metri in cui si contano oltre 60 tombe a cista, formate originariamente da quattro lastroni montanti coperti da una lastra più grande che deborda sui lati. Le tombe non presentano pavimentazione, sono poste direttamente sul suolo.
Nell’area archeologica, le spaccature della roccia creano corridoi coperti e viottoli scoperti, mentre i trench principali simulano grandi boulevards. Secondo Francesco Prinetti le possibilità di difesa di un tale sito appaiono ottimali e il tutto suggerirebbe «l'idea di un villaggio preistorico, di cui però non sono state trovate tracce insediative, non si sa se per ricerche insufficienti, per crolli già avvenuti o perché proprio il villaggio non c'è mai stato. Per ora solo le tombe, alcune decine, testimoniano di presenza umana in epoca neolitica, mentre le numerose incisioni rupestri, per quanto presumibilmente coeve, non danno garanzia di datazione.»
La necropoli di Vollein presenta varie analogie architettoniche con la necropoli di Champrotard.


Valle d'Aosta - Necropoli di Champrotard

 

La necropoli di Champrotard è un sito archeologico del comune di Villeneuve, in Valle d'Aosta, al limitare del territorio comunale di Introd. Essa sorge nel fondovalle nella località omonima e dista circa 10 km dall'imbocco della strada per il Gran San Bernardo e 15 km dall'imbocco per il Piccolo San Bernardo. Per arrivarci venendo da Aosta si supera Villeneuve e in corrispondenza del viadotto si lascia la statale per seguire le indicazioni per Introd. La necropoli si trova a fianco della centrale idroelettrica Champagne I. Si tratta di una delle più estese necropoli neolitiche d'Italia.
La necropoli è stata scoperta nel 1917 durante i lavori di costruzione della centrale idroelettrica Champagne I. Le prime indagini archeologiche sistematiche sono svolte da Pietro Barocelli nello stesso anno e rivelano la presenza di venticinque tombe a cista risalenti al Neolitico.
Nelle tombe, in cui è quasi assente il corredo funerario, sono stati ritrovati vari manufatti: nella tomba n. 19 un frammento d'ascia di pietra giadeitica levigata realizzata con materiale proveniente dalla miniera di Praborna di Saint-Marcel, un raschiatoio di quarzo e un punteruolo di selce; nella tomba n. 25 un dente di cinghiale ornamentale con foro. Sono inoltre stati ritrovati altri denti e ossa di animali e resti di carbone.
Gli scheletri presentano una posizione accuratamente preparata e ipotesi divergenti sono state fatte sull'integrità o meno delle tombe da parte degli studiosi. Barocelli, grazie alle conoscenze dell'epoca sulla tipologia delle tombe a cista e la posizione dei defunti, aveva attribuito la necropoli al Neolitico finale. Successivamente, la necropoli di Champrotard è stata confrontata con altre necropoli europee, come quelle svizzere di tipo Chamblandes, e valdostane, come quella in frazione Fiusey scavata nel 1909 da Ernesto Schiaparelli, o quella di Vollein scavata a partire dal 1968 e con la quale presenta numerose analogie architettoniche. Il sito della necropoli di Villeneuve risulta essere stato pesantemente rimaneggiato nei secoli, soprattutto a causa della collocazione in una zona prevalentemente agricola, il che ha perturbato la capacità di attribuzione a un'epoca. Tuttavia, gli studiosi tendono ormai a concordare sul fatto che la necropoli sia stata utilizzata anche in epoca eneolitica (tra il 3500 a.C. e il 2300 a.C.). In particolare, le indagini del 1987 hanno permesso di confermare «due fasi nella frequentazione della necropoli: quella più recente riconducibile all'Eneolitico (III millennio a.C.) e quella più antica al Neolitico recente, quest'ultima basata sulla datazione al 14C (3640 a.C.) e sulla tipologia del corredo funebre.»
I crani ritrovati sono conservati nel museo archeologico regionale.
Cento metri a sud della necropoli, sulla roccia di Le Crou-Champrotard, si trovano varie incisioni rupestri scoperte da Franco Mezzena nel 1991 e studiate solo nei primi anni 2000 da Federica Banfo e Angelo Fossati, tra le quali si notano soprattutto coppelle e raffigurazioni di pugnali del tipo Remedello.
I ritrovamenti di altri reperti nei pressi del cimitero comunale e della fonderia Gervasone confermano l'occupazione del territorio di Villeneuve in epoca preistorica.

lunedì 23 febbraio 2026

Sardegna - Necropoli di Calancoi

 

La necropoli di Calancoi è un sito archeologico situato nella Sardegna nord occidentale a circa due chilometri dalla città di Sassari di cui fa amministrativamente parte. Il complesso è situato a qualche centinaio di metri dalla SS 127 nel tratto che collega Sassari ad Osilo, all'altezza della prima diga del Bunnari.
La necropoli è formata da sette tombe del tipo a domus de janas distribuite su un fronte di circa 220 m e ricavate su un costone calcareo che domina la vallata sottostante. Le tombe, tutte pluricellulari, sono composte da un numero di celle comunicanti variabile da tre a otto. Tre di esse rivestono una particolare importanza per quanto riguarda l'aspetto legato al rituale funerario: al loro interno sono infatti presenti coppelle e focolari oltre ad elementi architettonici quali false porte, architravi e lesene, scolpiti a bassorilievo nella roccia e tendenti a ricreare un ambiente dall'aspetto simile al luogo in cui il defunto aveva trascorso la sua esistenza. Due coppie di protomi bovine, in stile curvilineo-naturalistico sono apprezzabili nelle tombe IV e VI.
Sulla base delle caratteristiche architettoniche e decorative è possibile collocare cronologicamente il sito nella cultura di Ozieri del Neolitico finale (3500-2900 a.C.).


Calabria - Medma

 


Medma
 o Mesma  è un'antica città magno-greca del sud Italia, sulla costa occidentale della penisola bruzia (ora chiamata Calabria), tra Hipponion (anche Hipponium) e la foce del Metauro (oggi Petrace) (Strab. vi. p. 256; Scil. p. 4. § 12.).
Alla fine del VI secolo a.C., la città sconfisse in battaglia Crotone con l'aiuto di Hipponion e Locri: la notizia è riportata su uno scudo con incisa una dedica ritrovato a Olimpia, è da sottolineare che Hipponion ricopre il primo posto sull'incisione di certo per la principalità avuta nello scontro. Inizialmente si era supposto che lo scudo fosse un trofeo della battaglia della Sagra, ma la differente collocazione cronologica di questo evento rispetto alla datazione dello scudo e il fatto che le fonti non riportino Medma e Hipponion nella battaglia della Sagra, mentre nella dedica Hipponion occupa il ruolo principale, ha fatto cadere tale teoria. Altre fonti ci riferiscono che Medma era una colonia fondata da Locri nel VI secolo a.C. ne distava meno di un giorno di cammino e sembra che tragga il suo nome da una fonte sita nelle vicinanze (Strab. l. c.; Scimn. Ch. 308; Stef. B. s. v.). Lo scudo infatti è della fine del VI secolo a.C., sembra riferibile piuttosto a una battaglia non ricordata dalle fonti, inquadrabile probabilmente in un periodo di poco successivo allo scontro fra Sibari e Crotone, avvenuto nel 510 a.C.
Nel 422 a.C. Tucidide riporta la notizia di uno scontro di Hipponiati e Medmei contro la propria madrepatria Locri Epizefiri, inteso fino a poco tempo fa come una sorta di ribellione delle sub-colonie contro Locri, ma in realtà i ritrovamenti archeologici attestano che Hipponion dovette essere autonoma fin dall'inizio: i ricchi doni votivi dell'area sacra in località Scrimbia attestano infatti la presenza di una ricca classe aristocratica che aveva il controllo della città sin dall'età arcaica, ciò fa comprendere come l'organizzazione sociale di Locri fosse analoga a quella di Hipponion e Medma quindi non subordinata a quella della città madre.
È in ogni caso probabile che i Medimnaeans (Μεδιμναῖοι) deportati dopo essere stata sconfitti da Dionisio nel 396 a.C. a Messana (anche detta Zancle, l'attuale Messina) per ripopolarla, il che è riportato da Diodoro, fossero dei medmei, e che quindi il passo in questione andrebbe letto Μεδμαῖοι (Diod. xiv. 78.). In ogni caso la città successivamente si risollevò, infatti sono presenti delle monete coniate nel IV secolo a.C. con l'incisione “Mesma”. 
Non essendo mai stato un centro importante sembra che Medma sia sopravvissuta alla caduta di molte città della Magna Grecia più importanti ed è riportata come una città ancora esistente da Strabone e da Plinio il vecchio (Strab. l. c.; Plin. iii. 5. s. 10.). Il nome non è però presente in Tolomeo e non vi sono tracce successive della sua scomparsa. Sempre Strabone riporta che la città fosse situata in un piccolo retroterra e che avesse un porto o un emporio nei pressi della spiaggia. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Medema e Emporum Medeme.
Un altro segno dell'indipendenza di Hipponion è dato anche dallo scudo di Olimpia, dal quale si evince che fu Hipponion la città che guidò una guerra contro Crotone e dallo stesso Tucidide che definisce gli Hipponiati come "homoroi" (confinanti) dei Locresi. Probabilmente ci furono dei legami di tipo federale fra Locri, Hipponion e Medma secondo il quale in caso di guerra una polis poteva richiedere l'ausilio delle altre due, e forse per una richiesta troppo pesante da parte dei Locresi in questa lega, originò nel 422 a.C., lo scontro. Un'altra ipotesi è che il toponimo provenga dalla lingua delle popolazioni autoctone e che abbia il significato di città di confine. È possibile che entrambe le ipotesi siano fondate, poiché la fonte in questione dà origine all'attuale fiume Mésima, che deriverebbe appunto il suo nome antico dal termine indigeno per 'confine'. Comunque, sebbene spesso riportata tra le città greche di questa parte d'Italia non sembra aver raggiunto una particolare importanza o potere.


La cittadina, che dalle sue dimensioni poteva ospitare una popolazione superiore ai quattromila abitanti, si trovava su quello che è attualmente il terrazzo di Pian delle Vigne (sito nel comune di Rosarno). Nel perimetro compreso tra il Bellavista del Rione Ospizio, l'attuale cimitero, la contrada Pomaro e la zona "Ospedale" sorgevano le case, i laboratori artigianali, i negozi e i templi.
È probabile che la popolazione medmea si sia trasferita a Nicotera, il cui nome è presente nell'Itinerario antonino (pp. 106, 111), e che fu probabilmente fondata dai medmei dopo il declino di Medma.
Il sito archeologico è situato presso Rosarno. Il toponimo Mésima è ancora usato per il fiume che sfocia nel mare a poca distanza da Nicotera.


Nel corso del XIX secolo furono eseguiti numerosi scavi archeologici a Rosarno per conto del conte vibonese Vito Capialbi, del vescovo di Mileto Filippo Mincione e degli antiquari tedeschi Merz e Major di Taormina.
Gli scavi vennero proseguiti con maggior fortuna dall'archeologo Paolo Orsi e si concentrarono in due distinte fasi, dal 1912 al 1914, su pian delle Vigne e sulla collina di Nolio Carozzo. Gli scavi servirono anche a dimostrare in maniera conclusiva la reale posizione di Medma che fino ad allora era oggetto di discussione tra l'ipotesi rosarnese e quella nicoterese. Vasto fu il materiale riportato alla luce da questi scavi.
Lo stesso Orsi comunque in successive campagna di scavo lasciò intendere che sul sito dell'attuale Marina di Nicotera potesse esservi allocato il porto - emporion di Medma stessa data la felice posizione geografica riparata dai venti.
Due piccoli altari in terracotta di fine V secolo a.C. provenienti dall’antica città magno-greca di Medma che raffigurano il mito di Adone furono probabilmente trafugati e sono oggi conservati nel Getty Museum di Los Angeles.
La svolta decisiva è stata realizzata dall'amministrazione guidata dal sindaco Giuseppe Lavorato che ha ingaggiato una battaglia per la salvaguardia del patrimonio attaccato dall'espansione edilizia. Lo sforzo è stato coronato dal successo poiché ha portato all'acquisizione del patrimonio dello Stato di circa 13 ettari trasformati in parco, l'istituzione di una scuola archeologica in collaborazione con Università e Provincia di Reggio, mentre la delimitazione nel Prg poneva le basi per interventi pianificati. Proprio alla scadenza del suo mandato, dopo cent'anni di vane ricerche, nell'area del campo sportivo, sono affiorate le fondazioni di una serie di edifici sacri e depositi di materiali che hanno portato al VII secolo a.C. le origini della città di Medma. 
Un museo archeologico che raccoglie i reperti più importanti dell'antica Medma, la città magno greca del V-IV secolo a.C. è stato inaugurato domenica 6 aprile 2014 nella cittadina calabrese di Rosarno alla presenza, tra gli altri di Salvatore Settis, archeologo di fama mondiale, professore emerito della scuola 'Normale' superiore di Pisa e presidente del Consiglio Scientifico del Museo del Louvre di Parigi.

ETIOPIA - Dungur

  Dungur  (o Dungur 'Addi Kilte) è il nome delle rovine di un grande palazzo situato nella parte occidentale di Axum, in Etiopia, vecch...